Cosenza, la città che fa acqua da tutte le parti

Nell'ultimo report di Legambiente Cosenza brilla per qualità del servizio idrico. In città, però, l'acqua continua a mancare in tutti i quartieri

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Quando si chiede ai cosentini quali siano stati i fallimenti dell’amministrazione Occhiuto, rispondono tutto d’un fiato: il traffico, il centro storico e l’acqua. Che il servizio idrico in città sia carente lo confermano migliaia di testimonianze e lamentele quotidiane affidate da cittadini di quartieri diversi ai social media. Su questo grave disservizio, sia in passato che in anni recenti sono stati scritti libri e realizzate inchieste.
Autorevoli esperti hanno studiato il problema, analizzato le cause, individuato le responsabilità, prospettando delle possibili soluzioni.

Propaganda vs Realtà

Il video diffuso più di un anno fa da Sorical in merito alla questione della mancanza d’acqua a Cosenza attesterebbe il miglioramento quantitativo del servizio, in virtù di un’asserita razionalizzazione del sistema. È un report che testimonia un impegno per cercare di affrontare il problema, ma traspira un tono propagandistico che rivela una scarsa aderenza alla realtà dei fatti.

Sebbene rispetto ai decenni precedenti un sensibile miglioramento della situazione in effetti sia avvenuto, è proprio il caso di dire che questa rappresentazione fa acqua da tutte le parti. In ogni quartiere, dal centro alla periferia, nella fase attuale dell’anno i rubinetti domestici rimangono a secco dal tramonto all’alba. L’acqua arriva nelle case solo in ore diurne. Nelle stagioni calde la durata dell’erogazione si riduce ulteriormente.

L’ultima classifica

Non se ne accorgono le famiglie che usufruiscono di cisterne condominiali. Un po’ di più lo percepisce chi ha installato nella propria abitazione un serbatoio autonomo: il rumore della pompa idraulica segnala che nei tubi la pressione è talmente bassa da richiedere l’attivazione del motorino. Soffrono invece, e bestemmiano in cosentino stretto, commercianti e residenti sprovvisti di autoclavi.

Eppure, a leggere i dati forniti una settimana fa da Legambiente nella classifica annuale pubblicata da “il Sole 24 ore”, Cosenza sarebbe la quindicesima città italiana nella graduatoria sull’efficienza del servizio idrico, la più virtuosa del meridione. La differenza tra l’acqua immessa in rete e consumata per usi civili, industriali e agricoli si attesterebbe al 22,6%, contro il 50 di Catanzaro. Stando a questi dati, nel capoluogo calabrese metà dell’acqua si disperderebbe a causa delle condutture colabrodo. Nella città dei Bruzi, invece, il problema sarebbe addirittura ridotto della metà.

Acqua e fonti

Viene da chiedersi come sia possibile. Una prima risposta è contenuta nelle spiegazioni che Legambiente fornisce sui criteri adottati nel redigere la speciale classifica: «Fonte: dati originali dei Comuni».
È noto che ormai per i gestori di ristoranti, pizzerie, hotel e B&B vale più una recensione positiva di qualsiasi altro attestato di merito. Qualche lamentela pubblicata da un cliente su una delle tante piattaforme dedicate al turismo può imbrattare un’immagine luminosa della propria attività ricettiva, costruita con tanti sacrifici nel tempo. Nel caso dell’indagine Quanto è verde la tua città, è come se Legambiente avesse chiesto a un ristoratore di recensirsi da solo.

Un ulteriore elemento di dubbio sui risultati dello studio sorge quando si osservano le differenze tra le cifre relative al 2016 e all’anno successivo. In soli 12 mesi a Cosenza la percentuale di dispersione dell’acqua si sarebbe ridotta dal 77 al 36%. A meno che, pur di rattoppare la rete idrica, nelle viscere della terra l’amministrazione Occhiuto e la Regione Calabria non abbiano impiegato forze paranormali, è molto difficile valutare questo dato come attendibile.

Gli interventi effettuati

I lavori di rifacimento ci sono stati, sì, non v’è dubbio. Nell’aprile scorso, l’ingegner Giovanni Ioele, capo struttura del Dipartimento tutela dell’ambiente della Regione Calabria, informava la commissione Ambiente di Palazzo dei Bruzi che in tre anni sul territorio comunale sono stati sostituiti 12 chilometri di rete idrica e riparate circa 200 perdite, 400 gli interventi di rifacimento degli allacci, 360 le saracinesche sostituite e 44 gli idranti installati.

Preso atto anche di questa relazione, la tempistica appare però ancor più anomala. Se gli interventi sono stati effettuati solo a partire dal 2018, non si capisce come la situazione sia potuta migliorare già nel biennio precedente, addirittura fino a dimezzare la dispersione. In realtà le perdite continuano a riguardare gran parte della città. E sono di almeno tre tipi:

Sotto accusa rimangono anche le autoclavi condominiali. Secondo alcuni esperti e amministratori di Palazzo dei Bruzi, essendo prive di “sistemi di ritenuta”, cioè di valvole e galleggianti, continuerebbero ad accaparrare milioni di litri per scaricarli direttamente nelle fogne.

Tutta colpa dei cittadini?

C’è chi fa notare che per le amministrazioni locali è ormai tattico colpevolizzare la cittadinanza su presunti comportamenti incivili nella raccolta differenziata dei rifiuti come nel rispetto del codice della strada. Non poteva mancare lo scorretto utilizzo dell’acqua. Ed è comunque spontaneo chiedersi come mai in questi anni il Comune non abbia ordinato delle ispezioni tecniche, condominio per condominio.

Nel tentativo di recuperare crediti derivanti da tributi, multe e canoni d’affitto delle case popolari, l’amministrazione guidata da Mario Occhiuto ha affidato onerosi incarichi a società private. A prescindere dagli scarsi risultati conseguiti con questi affidamenti, se avesse agito con la medesima solerzia nel pretendere il corretto funzionamento delle cisterne condominiali e nei controlli sull’effettiva funzionalità dei contatori, forse il problema sarebbe stato in parte risolto.

Beni comuni e privatizzazioni

Intanto, mentre per gran parte della giornata i rubinetti cosentini rimangono a secco, il prossimo sabato 20 novembre a Napoli è prevista la manifestazione nazionale per l’acqua bene comune «minacciata – scrivono i promotori del corteo – dal governo Draghi di privatizzazione con il DDL Concorrenza. In più il neosindaco di Napoli tra le prime cose da fare intende privatizzare l’azienda pubblica dell’acqua e lo stesso Draghi tramite i soldi del PNRR vuole realizzare la Multiutility SUD, raggruppando e privatizzando tutta l’acqua delle 6 regioni Sud continentali».

Dal canto loro, l’assemblea dei sindaci dell’Autorità Idrica della Calabria e la Giunta regionale avrebbero idee poco chiare su chi dovrà amministrare la nostra acqua e quanto ci costerà. Si profilano due strade. O il gestore sarà una società per azioni a capitale pubblico oppure la captazione e l’adduzione spetterebbero a Sorical, ma distribuzione e depurazione passerebbero nelle mani di un nuovo soggetto, che potrebbe essere una Spa a capitale pubblico oppure un’azienda speciale consortile.
Il coordinamento calabrese “Bruno Arcuri” sostiene che «acqua bene comune non vuol dire capitale pubblico, ma gestione pubblica».
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L’azienda speciale

In sintonia con quanto prospettato dal presidente della Regione Roberto Occhiuto, il coordinamento chiede che il servizio sia affidato a un’azienda speciale, purché tale forma giuridica sia permanente, non temporanea.
La situazione è resa ancor più complicata dalla nota indirizzata due giorni fa al presidente della Provincia Franco Iacucci, dal presidente dell’Autorità idrica della Calabria, Marcello Manna. Al momento la decisione non è ancora definita, ma la Sorical dovrebbe restare come gestore all’ingrosso, mentre a valle si avrebbe un’azienda speciale. Questo cozzerebbe però con l’indicazione del presidente della Regione sulla gestione unitaria.

Da un Occhiuto all’altro

Dunque, mentre un Occhiuto si appresterebbe a trovare una risposta concreta alle istanze dei comitati per l’acqua pubblica in Calabria, l’altro Occhiuto, impegnato com’era nella ricerca del “bello”, si è congedato dal ruolo di primo cittadino senza però aver garantito il funzionamento effettivo di questo come di altri settori nevralgici del Comune bruzio. La “grande bellezza” sarà pure un orizzonte monetizzabile, ma rimane un risultato superficiale. Per ingegnerizzare davvero la rete idrica, per riparare i guasti, sarebbe necessario impegnare risorse consistenti, scendere in profondità, scavare, svolgere un lavoro oscuro che tuttavia non fornirebbe alla cittadinanza l’immediata evidenza dei fatti.

Se il servizio idrico fosse garantito per 24 ore, forse in tanti nemmeno se ne accorgerebbero, perché le cisterne private e condominiali ammortizzano la drammaticità del disservizio. Nella società virtuale, quel che non appare non esiste. E ci si abitua a tutto. Persino dell’acqua si può fare a meno, magari fingendo a se stessi di averla a disposizione per tutta la giornata. Se poi si vive in una città ai primi posti della graduatoria nazionale, «è una città che ci ha reso orgogliosi». Allora la doccia può attendere.

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