Imprese e Calabria, le ragioni della crisi di competitività

Il censimento industriale dell'Istat fotografa la produttività dei territori fino allo scoppio della pandemia. E mostra le difficoltà da superare affinché le aziende calabresi possano crescere, specie sui mercati extraregionali

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Il censimento industriale 2019  condotto dall’Istat in tutte le Regioni d’Italia mette a disposizione degli osservatori e dei decisori una radiografia produttiva dei territori prima della pandemia. Attraverso questi dati, possono essere messi in evidenza punti di forza e punti di debolezza dell’economia industriale nel nostro Paese.

Prevalenza delle microimprese, deindustrializzazione, terziarizzazione commerciale, assetto proprietario e gestionale di carattere marcatamente familiare, scarsa attenzione alla internazionalizzazione e sottocapitalizzazione delle aziende costituiscono gli elementi dominanti che emergono dalla lettura dei dati espressi dal censimento industriale in Calabria al 2018.

Troppo piccole per sfidare il mercato

La distribuzione dimensionale delle imprese registra in Calabria una più marcata presenza delle micro e piccole imprese rispetto all’Italia. Circa l’87% delle aziende rientrano nella categoria delle microimprese (con 3-9 addetti). Le piccole (10-49 addetti) rappresentano il 12,2% del totale regionale.
Le medie (50- 249 addetti) e le grandi imprese (250 e più addetti) sono costituite complessivamente solo da 255 unità, ossia circa l’1,2% del totale regionale. Il peso delle medie e grandi imprese a livello nazionale è pari al doppio rispetto alla Calabria, vale a dire il 2,3%.

Micro_imprese

Le caratteristiche della competizione internazionale si sono orientate verso la formazione delle catene globali del valore. Queste mettono le microimprese nella condizione di essere meno adeguate alla logica di sviluppo dei mercati, guidati dalle multinazionali capaci di innovare e di guidare il processo di accumulazione della ricchezza.

La presenza di una struttura industriale fortemente frammentata è ancora più evidente se leggiamo le informazioni sul mercato del lavoro. Oltre il 50% degli addetti regionali calabresi lavorano in microimprese (a livello nazionale lo fa il 29,5%) e oltre il 28% nelle piccole imprese. Medie e grandi aziende impiegano quasi il 22% degli addetti complessivi regionali. La corrispondente quota a livello nazionale supera il 44%, un valore più che doppio.

Prevalgono le imprese di servizi

La struttura produttiva calabrese è sempre più caratterizzata da una forte prevalenza delle imprese di servizi rispetto a quelle industriali. Sono attive nel settore industriale più del 25% delle aziende, contro il circa 30% misurato a livello a nazionale. Il processo di terziarizzazione appare uniformemente avanzato in tutte le province del territorio regionale. La percentuale di imprese di servizi varia dal 73,8% di Cosenza e Catanzaro al 76,8% di Reggio Calabria.

Le imprese di servizi sono circa 15.500 e rappresentano quasi i due terzi del totale regionale. Circa il 44% è costituito da aziende attive nel commercio all’ingrosso e al dettaglio. Il restante 56% è rappresentato da imprese che offrono servizi non commerciali. Le imprese attive nell’offerta di servizi di alloggio e ristorazione rappresentano oltre un quinto delle aziende di servizi.

La crisi delle costruzioni e il crollo degli addetti

Rispetto al 2011 la numerosità delle imprese calabresi è pressoché rimasta invariata, con una lievissima diminuzione dello 0,6%. Tale riduzione, inferiore a quella registrata complessivamente in Italia (-1,3%), è dovuta ad una compensazione tra una forte contrazione del comparto industriale (-23,6% nel complesso, e in particolare 32,2% nel settore delle costruzioni) rispetto ad un incremento osservato nel numero di imprese operanti nel terziario (+10,7%), dovuto ad un consistente aumento (+21,0%) delle aziende che offrono servizi non commerciali.

 

imprese_costruzioni

Parallelamente alla riduzione del numero di aziende, il periodo 2011-2018 ha registrato una perdita ben più robusta di oltre 12 mila addetti (il 7,3%). È il riflesso soprattutto del ridimensionamento del settore industriale. Più di un terzo delle imprese calabresi (il 36,8%) è localizzata in provincia di Cosenza, più di un quarto in quella di Reggio Calabria, un quinto nella provincia di Catanzaro. Il peso delle province di Crotone e Vibo Valentia è simile, invece, con un totale del 17,1%.

Come effetto di una maggiore presenza della media e grande impresa, il peso della provincia di Catanzaro in termini di addetti (quasi il 25% del totale regionale) è superiore a quello misurato in termini di imprese (19,6%). L’opposto vale nelle restanti province, dove la quota regionale di addetti oscilla fra il 7,6 % di Vibo Valentia e circa il 35 % di Cosenza.

Tutto (o quasi) in famiglia

Non diversamente dal resto del Paese, anche in Calabria la struttura produttiva del settore privato è caratterizzata dalla prevalenza di imprese a controllo individuale/familiare. Nel 2018 le imprese calabresi con 3 e più addetti controllate da una persona fisica o famiglia sono circa 16.488, ossia il 79,6 % del totale (un dato più elevato di quello nazionale, pari al 75,2%).

Solo nella provincia di Crotone la quota di imprese a controllo familiare non raggiunge il 75%. La quota di unità produttive a controllo individuale e/o familiare diminuisce al crescere della fascia dimensionale; in Calabria è oltre l’80% nel segmento delle microimprese, ma risulta comunque relativamente elevata (quasi il 70%) anche per le imprese con 10 e più addetti.

La natura prevalentemente familiare delle imprese calabresi ed italiane non riguarda solo la dimensione del controllo, ma investe anche le caratteristiche gestionali. Considerando le sole imprese controllate da persona fisica o famiglia nella fascia dimensionale da 10 addetti in su, in Calabria il soggetto responsabile della gestione è nel 75,9% dei casi l’imprenditore o socio principale/unico e nel 18,6% un membro della famiglia controllante.

Le situazioni nelle quali la responsabilità gestionale è affidata ad un manager – selezionato all’interno o all’esterno dell’impresa – o altro soggetto riguardano soltanto il 5,5% delle imprese, un dato in linea con quello nazionale.

Estero e collaborazioni interessano poco

La larga maggioranza delle aziende calabresi vede nella difesa della propria posizione competitiva uno dei principali obiettivi strategici. In particolare, nel segmento delle imprese con 10 addetti e più, la quota delle aziende che indicano tale obiettivo gestionale fra quelli che intendono perseguire nel triennio 2019-2021 è pari in Calabria all’84%, in linea col dato nazionale uguale all’84,3% . Seguono per ordine di importanza l’obiettivo di ampliare la gamma di beni e servizi (62,9%) e quello di aumentare l’attività in Italia (50,1%).

L’accesso a nuovi segmenti di mercato è un obiettivo strategico per più di un terzo delle imprese, mentre l’attivazione (o l’espansione) di collaborazioni interaziendali è rilevante per poco più del 24%. Infine, l’espansione dell’attività all’estero è un obiettivo perseguito da solo il 14,8 per cento delle imprese calabresi, meno di quanto rilevato complessivamente nel Paese (24,3%). Questa scarsa proiezione sui mercati internazionali costituisce certamente un fattore di debolezza strategica per le imprese calabresi, che finiscono per operare prevalentemente sul mercato nazionale, se non più limitatamente solo sul mercato locale.

Di conseguenza, per la maggioranza delle aziende, la competizione assume un carattere essenzialmente locale. Solo il 41,5% di esse vendono oltre i confini regionali sul mercato nazionale e ancora meno, il 13,7%, sui mercati europei. In modo simile, più del 40% delle imprese indica le altre regioni italiane come area di localizzazione dei principali concorrenti, mentre la medesima percentuale è circa dell’8% quando riferita all’Unione Europea.

Il crollo degli investimenti pubblici

Infine, appare rilevante osservare il fenomeno di riduzione della intensità di capitale investito, nel corso dell’ultimo decennio. Tale valore misura gli investimenti fissi lordi in percentuale del Pil. In Calabria L’indicatore è pari al 14,8% nel 2018, in netto calo rispetto al 25,5% del 2008. Il valore nazionale di tale indice nel 2018 risulta pari al 18,3%, con il Nord Est che raggiunge il 20,5% ed il Mezzogiorno il 16,5%. Se anche in questi caso confrontiamo tali dati con l’andamento di dieci anni prima, il Mezzogiorno registrava il 21,4%, lo stesso valore medio italiano, mentre in Nord Est per questi indicatore raggiungeva il 23,9%.

Sono in particolare gli investimenti pubblici ad essere crollati nelle regioni meridionali, contribuendo alla radicalizzazione della crisi industriale ed all’aumento della forbice nella formazione del reddito. Vedremo se il PNRR riuscirà ad invertire l’andamento registrato nell’ultimo decennio.

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