PNRR, per ogni miliardo speso al Sud quasi la metà rimbalzerà al Nord

Al Meridione manca poi una piattaforma di attuazione, come è stata la Cassa del Mezzogiorno, capace di gestire un complesso ed articolato programma di interventi

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L’impatto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), non solo per quanto riguarda gli aspetti territoriali, dipenderà moltissimo dalla sua attuazione. Questo percorso di implementazione sarà condizionato dalle regole di semplificazione e dalla capacità amministrativa. Nella esecuzione degli interventi saranno compiute scelte politiche rilevanti, attraverso i criteri di riparto e allocazione e i bandi, che ne determineranno gli effetti. Sarà certamente indispensabile battersi per meccanismi di trasparenza di tutti i passaggi decisionali, e di monitoraggio di tutti gli interventi, che consentano di conoscere e per quanto possibile influenzare queste scelte.

Mancano quasi 70 miliardi

Insomma, chi pensa che il Governo abbia deciso di fare investimenti pubblici al Sud per un valore di oltre 80 miliardi è fuori strada. Sarà il percorso di attuazione che determinerà il montante delle risorse effettivamente indirizzate verso il Mezzogiorno.
E molto dipenderà dalla capacità delle amministrazioni meridionali di progettare e realizzare coerentemente gli interventi che sono nella agenda del PNRR. Va poi valutato il meccanismo delle ricadute delle risorse destinate al Mezzogiorno sugli operatori economici. Per ogni miliardo speso al Sud, poco meno della metà, comunque, rimbalzerà al Nord, per l’acquisto di semilavorati, attrezzature, dispositivi vari.

Il differenziale che abbiamo sin qui misurato tra le risorse teoricamente destinate al Mezzogiorno e quello che poi effettivamente finiranno nella contabilità degli investimenti, apre un altro ragionamento differenziale, che pure è opportuno tenere presente.
Mancano infatti, calcolatrice alla mano, circa 70 miliardi per il Sud, anche rispetto agli 80 miliardi teoricamente assegnati dal Governo nel PNRR.

Stessa formula, risultati differenti

Il metodo applicato dal Governo italiano è lo stesso che utilizza l’Unione Europea, ossia una formula matematica che compara Pil, popolazione, reddito nazionale, regionale e tasso di disoccupazione di ogni Paese, per determinare l’ammontare delle risorse da assegnare a ogni Paese Ue. Proprio con questa formula sono state calcolate le distribuzioni delle risorse spettanti all’Italia.

Applicando la stessa formula alla suddivisione territoriale delle risorse destinate all’Italia e sostituendo i parametri europei con quelli su base regionale, si otterrebbe che al Sud spetterebbero circa 150 miliardi, 68 miliardi di euro in più rispetto a quelli attualmente stanziati in teoria dal PNRR.
Insomma, ci troviamo di fronte ad un duplice differenziale: da un lato quello che si genera tra l’applicazione della formula comunitaria di ripartizione delle risorse e l’ammontare dei finanziamenti teoricamente assegnati dal Governo al Mezzogiorno, e dall’altro quello che si determina se andiamo a misurare le teoriche assegnazioni con le effettive titolarità territoriali formulate nel PNRR.

Più lenti a spendere e realizzare

Ma la questione non si ferma qui. I dubbi, forse anche più radicali, si generano se andiamo a valutare l’effettiva capacità di spesa delle istituzioni territoriali del Mezzogiorno.
A fronte di questa mole di risorse, comunque la si voglia misurare o determinare, la domanda chiave da farsi è se vi sarà la capacità di spendere e di realizzare le opere.

Secondo un’analisi della Banca d’Italia, basata sui dati dell’Agenzia di Coesione, la realizzazione delle opere richiede in media quasi un anno in più rispetto al Centro-Nord. Le regioni meridionali presentano inoltre i tassi più elevati di inutilizzo dei fondi europei assegnati e di opere incompiute. Ci troviamo di fronte ad un programma estremamente articolato, che richiede elevata capacità di programmazione e controllo, con un governo ferreo delle scadenze temporali.

Servirebbe una Cassa del Mezzogiorno

Il nostro PNRR comprende infatti 135 “investimenti” e 51 “riforme”, un totale di 186 interventi. Ed al Sud manca una piattaforma di attuazione, come è stata la Cassa del Mezzogiorno, capace di gestire un complesso ed articolato programma di interventi.
L’esperienza dei passati decenni in tema di spesa da parte delle amministrazioni meridionali delle risorse comunitarie derivanti dai fondi europei di coesione sta a dimostrare che non si sono generati effetti particolarmente virtuosi. Né dal punto di vista della qualità degli interventi, né dal punto di vista della tempestività nella attuazione.

Esiste infine un’altra questione decisiva, che riguarda il tessuto economico e sociale del Mezzogiorno, inserito nel sistema produttivo nazionale ed internazionale. Nessun investimento nelle infrastrutture e nelle tecnologie digitali è destinato a generare effetto duraturo se non si determina una trasformazione dell’ambiente economico.

Il gap con l’Europa si allarga

L’Italia, ed il Mezzogiorno ancor di più, viene da due decenni di crescita sterile: dopo gli anni ‘90, dai primi anni Duemila l’andamento della produttività totale dei fattori ha iniziato prima a piegarsi verso il basso per poi mostrare una sostanziale stagnazione. Nelle altre principali economie avanzate (come Germania, Francia e Stati Uniti) – crisi 2009 a parte – ha seguito, invece, un percorso di crescita. La perdita di competitività del nostro Paese su un orizzonte temporale di lungo periodo evidenzia l’esistenza di una serie di nodi strutturali che non hanno permesso al tessuto produttivo di cogliere a pieno le opportunità legate alla rivoluzione digitale.

Tra i fattori che fino ad oggi hanno contribuito ad allargare il gap di competitività con gli altri Paesi va sottolineata in particolare la ridotta dimensione aziendale (addetti nelle micro-imprese: Italia 42,6% vs UE 29,1%; anno 2018); il rallentamento degli investimenti (variazione % media annua 2010-19 in termini reali: Italia -0,8% vs UE +2,5%), compresi quelli ICT (Italia +1,9% vs Germania +2,5% e Francia +7,8%); la bassa spesa in ricerca e sviluppo (% su Pil: Italia 1,5% vs UE 2,2%, anno 2019); la carenza di competenze digitali (imprese che fanno formazione su ICT skills: Italia 15% vs UE 20%; anno 2020)4; l’elevata percentuale di imprese con governance familiare.

Affari di famiglia

In merito a quest’ultimo punto, mentre in termini di proprietà familiare l’Italia è in linea con gli altri Paesi europei con l’85,6% di imprese di proprietà familiare, vicino all’80,0% della Francia, all’83,0% della Spagna e al 90% della Germania, è in termini di management familiare che l’Italia si differenzia notevolmente per una bassa propensione a ricorrere a manager esterni alla famiglia. Infatti, le imprese familiari in cui il management è nelle mani della stessa famiglia proprietaria sono ben due terzi in Italia (66,3%), a fronte di un terzo in Spagna (35,5%) e circa un quarto in Francia (25,8%) e in Germania (28,0%).

Le caratteristiche del nostro sistema produttivo unite alle recenti esperienze di incentivazione agli investimenti in digitalizzazione mettono in luce una serie di rischi rispetto all’obiettivo della piena transizione digitale.

Le disparità tra Nord e Sud

Il primo rischio riguarda le disparità territoriali: l’esperienza dell’iper-ammortamento ha mostrato uno sbilanciamento delle risorse assorbite, rispetto alla consistenza imprenditoriale dei territori, al Nord (con particolare riferimento a Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna). E non sembra che le cose vadano meglio neanche nell’ultimo anno. Un’indagine 2020 Centro Studi Tagliacarne-Unioncamere sulle imprese manifatturiere 5-499 addetti evidenzia come la quota di imprese che al 2020 hanno adottato o stanno pianificando di adottare Industria 4.0 è superiore proprio al Nord rispetto al Mezzogiorno (19% vs 14%).

Questo potrebbe seriamente contribuire ad ampliare i divari di crescita territoriali alla luce di una certa relazione positiva tra ripresa delle attività post-lockdown e decisione dell’impresa di accelerare verso la transizione digitale.
Forse sarebbero proprie le determinanti del divario in termini di produttività dei fattori e di competitività industriale gli elementi sui quali fare leva maggiormente nel PNRR per imprimere un recupero di efficienza manifatturiera del territorio meridionale, inserendolo finalmente nel tessuto delle catene globali del valore dalle quali deriva lo sviluppo industriale dei nostri tempi.

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