Vent’anni in Calabria e il cuore a Čerkasy: «Mio figlio combatte contro i russi»

Lidya è una delle quattromila ucraine residenti in Calabria. È convinta che la guerra finirà presto. In qualche modo ha nostalgia del passato dietro la Cortina di ferro. Ma oggi la sua famiglia ha nascosto oro e soldi sottoterra

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«La guerra tra la Russia e l’Ucraina è agli sgoccioli». A prefigurare imminenti e inimmaginabili scenari di pace non è il professor Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale, bensì la signora Lidya che di mestiere fa la badante.
Classe ‘59, Lidya ha passato gli ultimi vent’anni in Italia, più precisamente in Calabria dove è vissuta tra Sellia Maria, Catanzaro Lido e Pentone.

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Lydia ha scelto di accudire anziani come la signora Teresa

È una delle quattromila donne ucraine residenti nella nostra regione, come la maggior parte di esse il suo lavoro è accudire anziani non autosufficienti.
Prendersi cura degli altri è la sua vocazione, prima di venire in Calabria è stata per anni infermiera pediatrica in un ospedale a Čerkasy a circa 200 km a sud di Kiev.
In Calabria, come la maggior parte della prima generazione di ucraine emigrate, ha sempre scelto di coabitare con i «nonnini», come li chiama lei. Il suo lavoro le piace. «Vedi lei, la signora Teresa è brava. Solo che ora non ricorda nulla».

La foto di una delle nipoti sul comodino di Lidya

La pandemia in Calabria, la guerra in Ucraina

Oltre allo stipendio, il vitto e l’alloggio sono garantiti purché si presti assistenza h24. Una scelta economicamente vantaggiosa ma emotivamente pesante. In casa si dedica anche alle sue passioni: l’uncinetto, la lettura e la scrittura. Ha decine di taccuini sparsi per casa, una scrittura ordinata riempie tutte le pagine. «Un giorno scriverò un libro», dice. Chissà se come i romanzi rosa presenti che riempiono le mensole di casa.

Gli unici momenti di libertà sono le uscite in compagnia delle amiche ucraine o per fare la spesa da spedire settimanalmente a marito, figlio e nipoti.
Una famiglia che non vede da anni. Ha rimandato la partenza più e più volte dal 2019 ad oggi, per la pandemia prima, per la guerra oggi.

Il 23 luglio le scade il passaporto ed ha un solo desiderio: «Tornare a casa». Alla domanda «Com’è la situazione in Ucraina?», Lidya stringe le spalle, sgrana gli occhi azzurro cielo e dice: «Non bene, ma sta per finire».
Per fortuna la sua città, Čerkasy, non è stata “ancora” bombardata «ma si sentono le esplosioni, le sirene del coprifuoco sono sempre più vicine. Vivono tutti come conigli, nei sotterranei. Con la paura che possano arrivare».

Casco, giubbotto e fucile per suo figlio

Suo figlio, poco più che quarantenne, è stato precettato nella milizia civile. «Una mattina sono andati al suo negozio, gli hanno dato un caschetto, un giubbetto e un fucile». Lui, come tutti gli uomini fino ai 60 anni di età deve fare la ronda in città a difesa dei confini. Lydia abbassa lo sguardo e sospira con un filo di voce: «È il mio unico figlio».
Allo scoppio della guerra, i familiari della nonnina convivente le hanno proposto di far venire in Calabria la sua famiglia. Ma ha declinato la proposta. «No, non possono venire devono stare lì, abbiamo la nostra casa, la nostra vita da proteggere».

I soldi seppelliti

Lei racconta perché è venuta in Calabria: «Ho lasciato tutto per venire qui, lavorare e costruire una vita migliore per me, mio marito, mio figlio e i miei due nipoti. Non posso perdere quanto ho costruito in tutti questi anni di sacrifici”. Con il sudore della fronte e le lacrime del cuore. Con gli occhi cerca la foto di sua nipote undicenne sul comodino. Il contatto con la famiglia è continuo. Ha sempre il telefono in mano. «All’inizio della guerra, ci telefonavamo di più perché le telefonate verso l’Ucraina erano gratuite, ora non lo sono più». La guerra spaventa la sua generazione: non l’ha mai vissuta, se non nei racconti di nonni e zii. «Niente è al sicuro. Abbiamo persino nascosto i nostri soldi e il nostro oro sottoterra».

Lidya ha vissuto la Guerra fredda, la caduta del muro di Berlino. Quegli anni li ricorda con nostalgia: «Si stava bene, quando eravamo tutti insieme. Poi per un periodo male. Ma ora stavamo di nuovo bene». Ora sono una nazione e lo sa bene anche lei. Alla domanda «Ti senti più russa o europea?», risponde senza esitare con voce fiera: «Io sono ucraina».

Putin e Zelens’kyj

Ma cosa pensa Lidya di questa guerra? «È brutta, fa male. Distrugge tutto». E di Putin? Prima di rispondere tentenna, fa un respiro e sbotta: «È un disgraziato, se voleva riunificare Russia, Ucraina, Bielorussia doveva farlo con la pace. Non in questo modo».
E del suo presidente? «Zelens’kyj è un satirico, ha dimostrato di essere forte, un patriota. Ma no, non è un politico», scuote la testa.

Ma perché la guerra sta per finire? «La nostra capitale resiste. E anche la mia città».
E mentre lo dice, ha già digitato su Youtube in cirillico Čerkasy. Fa partire un documentario sulla sua città immersa nel verde, ordinata, costruita sulle sponde del fiume Dnepr e dominata dal monastero di San Michele.
Lidya freme, vuole tornare a casa, nella sua città ad abbracciare i suoi cari. E nell’attesa «piange e prega».

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Lidya trova on line un video sulla città di Čerkasy

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