Licio e i suoi fratelli: grembiuli di Calabria dalla P2 alle inchieste di Cordova

Chi erano i quattordici nomi nella lista degli iscritti alla loggia di Gelli? E cosa è emerso dalle inchieste dell'ex procuratore di Palmi? Pesci piccoli, sospetti sui big e misteri sui rapporti tra la massoneria locale e i clan della ’ndrangheta

Condividi

Recenti

«Massone e me ne vanto!». Così, all’indomani dell’affaire P2, mentre le istituzioni erano ancora scosse dalla scoperta dell’elenco sequestrato a Licio Gelli, Costantino Belluscio, allora deputato del Psdi, gelò Montecitorio.
Dato assai particolare, Belluscio figurava iscritto in massoneria a Roma (dove risiedeva e dove aveva fatto una carriera notevole al fianco di Giuseppe Saragat, di cui era l’uomo ombra) e non nella sua Calabria, dov’era sindaco di Altomonte.

Quanti erano i calabresi iscritti alla P2? Dalle liste esaminate dalla Commissione d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi, ne risultano tredici, oltre Belluscio. Sono tutti professionisti senza ruoli di primo piano: il catanzarese Carmelo Cortese, i cosentini Paolo Bruno, Antonio Cangiano, Antonio Messina, Italo Aloia, Domenico Fiamengo e i reggini Domenico De Giorgio, Franco Morelli, Carlo Satira, Giuseppe Strati, Aurelio Tripepi, Umberto Giunta, Giuseppe Arcadi.

L’affaire Loizzo

L’unica “vittima” calabrese dello scandalo P2 fu il cosentino Ettore Loizzo, che già all’epoca era massonissimo, ma non piduista. Loizzo, di cui era più che nota l’appartenenza alla Libera Muratoria, aveva anche un ruolo importante nel Pci, per conto del quale fu consigliere comunale a Cosenza. La sua è una vicenda nota, riemersa di recente in seguito alla riedizione di Confessioni di un gran maestro (Cosenza, Pellegrini 2021), il libro contenente l’intervista dell’ex gran maestro aggiunto del Goi al giornalista Francesco Kostner.

Ettore Loizzo
Ettore Loizzo

Loizzo fu costretto ad abbandonare il Partito comunista da Fabio Mussi, che all’epoca era segretario regionale del partito di Berlinguer e subì la pressione fortissima, politica e mediatica, di Italo Garraffa, che allora guidava la sezione cosentina del Pci.
Al riguardo, occorre ricordare che lo Statuto del Partito comunista dell’era Berlinguer non contemplava (a differenza di quelli della Dc, del Msi e del Psi) alcuna incompatibilità tra appartenenza alla massoneria e militanza comunista.
Anche per questo motivo, il venerabile calabrese rilasciò alcune dichiarazioni pesanti, che alludevano a un soggetto ben preciso: la ’ndrangheta.

A proposito di Paul Getty

«Data la mia posizione massonica, in circostanze particolari, i dirigenti del mio ex partito spesso mi hanno chiesto una mano», affermò Loizzo nell’intervista-fiume. E precisò: «Fui contattato in occasione del rapimento del giovane Paul Getty. Le indagini, secondo gli investigatori, portavano in Calabria: una pista che venne seguita anche con il contributo della massoneria».

John Paul Getty III
John Paul Getty III

Non è dato sapere cosa sia riuscito a fare di concreto Loizzo nell’affaire Getty. Ma una sua frase sibillina chiarisce alcuni punti: «Se si sforzasse di pensare alle ramificazioni della nostra Istituzione, in Calabria come in ogni altra parte d’Italia, e quindi alla rete di contatti sulla quale, attraverso i Fratelli, essa è in grado di contare…». Non serve aggiungere altro. Per il momento.

Il segreto di Pulcinella

Un dettaglio fa pensare che molte cose della P2 siano il classico segreto di Pulcinella. Infatti, a Licio Gelli si dedicò molto il giornalista dell’Espresso Roberto Fabiani, che scrisse nel ’78 I Massoni in Italia, un libro dossier pieno zeppo di informazioni e di imbeccate, ricevute da un piduista assai particolare: l’ex capo dell’Ufficio affari riservati Federico Umberto d’Amato.

L’inchiestona di Cordova

Torniamo alla Calabria e veniamo al presente. Pochi mesi fa il Tribunale civile di Reggio Calabria ha rigettato una richiesta di risarcimento danni avanzata dall’ex procuratore capo di Palmi Agostino Cordova nei confronti del Grande Oriente d’Italia.
Il fatto, in sé secondario (il Tribunale si è limitato a ritenere legittime le critiche fatte dal gran maestro Stefano Bisi all’operato di Cordova), ha riaperto vecchie polemiche mai sanate sull’inchiesta che, a inizio anni ’90, scosse la Calabria e fece tremare l’Italia.
Ciò che resta di quest’inchiesta, finita praticamente in nulla, è una mole enorme di materiali informativi. E di nomi, che tuttora girano in rete.

Stefano Bisi
Stefano Bisi

La Calabria che conta(va)

Nel 1992, quando Tangentopoli non era ancora scoppiata e mentre la mafia alzava il tiro della sua sfida allo Stato, l’indagine di Cordova finì sulla stampa d’inchiesta e di controinformazione.
Un dossier di Franco Giustolisi, pubblicato dall’Espresso il 22 novembre di quell’anno, traboccava di nomi che contavano. Si parla dei superbig democristiani Riccardo Misasi, Bruno Napoli e Leone Manti. Ma soprattutto, si parla di socialisti, molti dei quali hanno tuttora ruoli importanti nella vita politica calabrese: Sandro Principe, Saverio Zavattieri e Leopoldo Chieffallo.

Agostino Cordova
Agostino Cordova

Questi e altri nomi furono “cantati” a Cordova da Angelo Monaco, un medico socialista di San Mango d’Aquino e destarono una fortissima impressione. Soprattutto perché l’inchiesta di Palmi riprendeva il filone dei rapporti “proibiti” tra mafia e massoneria.
Quello dell’Espresso non fu il solo dossier: anche Avvenimenti (un settimanale nato dall’esperienza dell’Ora di Palermo, di cui ereditava la redazione) aveva pubblicato, circa un mese prima, una lunga requisitoria di Laura Cortina e Michele Gambino sulle disavventure del dottor Monaco, da cui prese il via l’inchiestona.

Il tritacarne

In ritardo storicamente su tutto, la Calabria rischiava di anticipare Tangentopoli. L’inchiesta di Cordova, a ripercorrerla col senno del poi, sembrava guardare in due direzioni. Da un lato, con la sua affannosa ricerca dei legami tra logge e ’ndrine, il procuratore di Palmi ripercorreva itinerari fatti negli anni precedenti dai magistrati siciliani e dalla Commissione d’Inchiesta sulla P2. Dall’altro lato, tuttavia, l’inchiesta sulla presunta massomafia si proponeva come raccordo di altre operazioni giudiziarie pesantissime. Ci si riferisce all’assassinio di Ludovico Ligato, all’inchiesta sulle tangenti a Reggio, in cui fu coinvolto Manti, e ad altri affari poco chiari, che finirono in nulla.

Sandro Principe
Sandro Principe

Così fu per Riccardo Misasi, nei confronti del quale la Procura di Reggio chiese l’autorizzazione a procedere per associazione a delinquere di stampo mafioso e corruzione. E così fu per Sandro Principe, all’epoca sottosegretario dei governi Amato e Ciampi, che venne indagato da Cordova per presunti brogli elettorali a suo favore nella Piana di Gioia Tauro. Nel caso di Principe, la vicenda assunse toni grotteschi: la Camera negò a ripetizione la richiesta di autorizzazione a procedere di Cordova e la stessa Procura di Palmi propose alla fine l’archiviazione. Anche sulla base di una considerazione: Principe aveva preso pochissimi voti nella Piana. Solo un fesso, cosa che l’ex sottosegretario non è, si sarebbe esposto per un bottino così magro. Analoghi risultati giudiziari per Misasi: rifiuto dell’autorizzazione a procedere e quindi archiviazione.

Niente grembiuli per i big?

E l’appartenenza dei due big alla massoneria? Non risulta dalle carte giudiziarie né dagli elenchi sequestrati al Goi, alcuni dei quali continuano a girare in rete. Stesso discorso per Saverio Zavettieri, che di massoneria non ha mai parlato. L’unico ad avere un ruolo confermato in massoneria è Chieffallo. Ma questa militanza non è collegata a nessuna ipotesi giudiziaria. Restano le dichiarazioni di Monaco, seppellite nelle macerie dell’inchiesta.

Torniamo a Loizzo. Il venerabile cosentino, si trovò al vertice del Goi in qualità di “reggente” assieme a Eraldo Ghinoi dopo che il gran maestro Giuliano Di Bernardo, altro superconfidente di Cordova, aveva mollato il Goi per fondare la Gran Loggia Regolare d’Italia. Di Bernardo, proprio qualche anno fa, si prese una vendetta postuma nei confronti di Loizzo. L’ex gran maestro del Goi, aveva dichiarato che Loizzo gli avrebbe confidato che su 32 logge calabresi ben 28 sarebbero state infiltrate dalla ’ndrangheta. Ma un ex notabile del Goi ha smentito queste dichiarazioni: è il cosentino Franco Chiarello, che all’epoca della reggenza di Loizzo era segretario regionale del Goi e adesso è animatore della Federazione delle Logge di San Giovanni, una comunione massonica indipendente.

Giuliano Di Bernardo
Giuliano Di Bernardo

«Consultai più volte gli elenchi e posso dire di non avervi mai trovato nomi sospetti». E ancora: «Come mai Di Bernardo ha parlato solo 25 anni dopo quell’inchiesta e a cinque anni di distanza dalla scomparsa di Loizzo?». Infine: «Loizzo non stimava affatto Di Bernardo, anzi: lo trovava poco affidabile e antipatico. Perché avrebbe dovuto fargli quelle confidenze?».
Interrogativi senza risposte anche questi. Ma probabilmente il “mistero” massonico è fatto di questi e altri equivoci, che si trascinano da un decennio all’altro e da inchiesta a inchiesta.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi in anteprima sul tuo cellulare le nostre inchieste esclusive.