Natale senza lavoro, il pacco dei Greco pronto per 51 dipendenti

Quasi metà del personale della Rsa San Bartolo e della clinica Misasi è a rischio licenziamento. Gli imprenditori di Cariati scaricano le responsabilità sulla Regione Calabria e sui vecchi proprietari: la famiglia Morrone. E a fare le spese dell'intreccio tra politica e sanità privata sono ancora i più deboli

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Cinquantuno famiglie cosentine perdono la principale fonte di reddito. Operatori sociosanitari, centralinisti, amministrativi e ausiliari della RSA San Bartolo e della clinica Misasi stanno per essere licenziati. Garbati ma freddi e risoluti, appena subentrati alla vecchia proprietà, nelle strutture che hanno rilevato dai Morrone, i Greco hanno fatto subito sapere che l’aria sarebbe cambiata. Com’è noto, nel tempo hanno sviluppato una singolare competenza nel correre non solo al capezzale dei pazienti, ma anche delle aziende in coma.

Così i nuovi amministratori si sono affrettati a chiarire al personale sanitario che non avrebbero guardato in faccia nessuno e non si sarebbero lasciati condizionare da eventuali protezioni parentali. Soprattutto, i Greco avrebbero preteso l’allineamento della qualità delle prestazioni agli standard, secondo loro elevati, delle altre cliniche di cui sono proprietari. Prodigi della “società liquida”: una potente famiglia contro il familismo.

La clinica Misasi a Cosenza, ceduta di recente dalla famiglia Morrone al gruppo iGreco

Cinquantuno esuberi su 129 dipendenti

Pochi giorni fa questo potente gruppo, da tanti anni ai vertici di settori differenti dell’imprenditoria locale, ha annunciato 51 esuberi su 129 unità lavorative. Il personale superstite dovrà dunque gestire 45 posti di riabilitazione intensiva, 10 letti di lungodegenza medica, 60 di RSA non medicalizzata e prestazioni ambulatoriali fisioterapiche.
Le formule adottate per motivare i licenziamenti sono quelle che da sempre accompagnano i tagli dei posti di lavoro nelle aziende: “situazione di crisi”, “piano di risanamento economico”, “indispensabile riequilibrio finanziario”, “riduzione dei costi aziendali”.

Le colpe addebitate alla Regione

Secondo la nuova proprietà, le responsabilità principali, tanto per non cambiare, sono imputabili alla Regione Calabria che avrebbe effettuato «il tardivo rimborso delle prestazioni erogate negli anni che vanno dal 2002 al 2014, nonché la insufficiente remunerazione delle prestazioni relative all’anno 1995, e la continua contrazione dei budgets che non hanno consentito la copertura dei costi fissi». Nel documento inviato alle organizzazioni sindacali si ribadisce che determinanti sarebbero state «le politiche sempre più stringenti poste a base del patto di stabilità regionale».

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La sede della Regione Calabria a Germaneto

E quelle dei Morrone

Secondo i Greco, i fondi pubblici sono stati ridotti, i posti letto pure, ma il personale è rimasto ai livelli di prima. Quindi, bisogna tagliuzzarlo. Ci sarebbero poi gli errori commessi dai Morrone: «Le altre cause che hanno concorso a determinare il dissesto finanziario – si legge nel documento – sono addebitabili alla errata previsione di un investimento immobiliare, ovvero all’acquisizione di un terreno in permuta nel comune di Cosenza su cui realizzare la struttura immobiliare da adibire a Casa di cura».

L’operazione doveva essere effettuata in virtù di un cospicuo credito d’imposta, ma in seguito un provvedimento normativo ne avrebbe limitato la fruizione, «sicché non era più possibile, considerate le restrizioni temporali, completare l’opera progettata. A tal punto, per non disperdere le opere murarie realizzate, si decise di convertire il progetto originario in un intervento di edilizia residenziale da destinare al mercato immobiliare. Tutto ciò generava dei forti ritardi nella realizzazione dell’opera (…), causando inadempienze contrattuali nell’assegnazione degli immobili da attribuire ai venditori del terreno concesso in permuta e determinando delle forti penali da corrispondere ai cedenti il terreno. Il suddetto processo fu l’inizio di un sistemico ed inarrestabile ciclo d’indebitamento che ha innestato, a sua volta, una incontrollabile crisi finanziaria».

Il ritorno degli ospedali riuniti?

Insomma, secondo i Greco, galeotte furono l’ennesima avventura edilizia e un’altra disastrosa operazione immobiliare che i Morrone realizzarono acquistando un edificio a Diamante. Di fronte a dati così oggettivi, ci sarebbe ben poco da ribattere. Eppure, in una lettera aperta, un gruppo di lavoratrici e lavoratori fa notare che «il nuovo colosso iGreco si espande ed è pronto ad acquisire l’ex palazzo della Banca Carime a Vaglio Lise, proprio lì dove sorgerà il nuovo ospedale», caldeggiando così le ipotesi degli analisti di politica cittadina, che vedono una convergenza di interessi tra il blocco di potere politico che sostiene la nuova amministrazione comunale e gli imprenditori della sanità privata.

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La leghista Simona Loizzo

Riprenderebbe fiato il programma di centralizzazione delle strutture al momento gestite da iGreco. Cioè il vecchio progetto di ospedali riuniti che avrebbe dovuto trovare una location nella zona nord dell’area urbana. Stavolta troverebbe pure la benedizione di nuove figure del quadro politico regionale, come la leghista Simona Loizzo, da sempre estimatrice del marchio iGreco.

I sindacati non si fidano

Critici e guardinghi i sindacati. «Come mai – si chiede Ferdinando Gentile, dell’USB – di questa situazione si sono accorti solo adesso? La procedura di concordato preventivo, avviata dalla precedente proprietà, forniva un quadro realistico. Prima di subentrare alla vecchia proprietà, una visura camerale i Greco l’avranno fatta. È chiaro che l’annuncio dei licenziamenti pone due condizioni: o la Regione destina più fondi o i lavoratori e le lavoratrici accettano contratti mortificanti per loro e meno onerosi per l’azienda. Il piano prevede anche un taglio secco di portinai e centralinisti, come se in strutture delicate come queste non ce ne fosse bisogno».

Licenziamenti entro Natale

Serratissimi i tempi per le procedure di licenziamento, che si chiuderanno entro 45 giorni. Entro una settimana, l’esame congiunto al quale parteciperanno i sindacati, poi le carte passano all’ispettorato. «Già per il prossimo 15 novembre i Greco hanno convocato i dipendenti – prosegue Gentile -. Li metteranno di fronte a scelte già fatte. Così pagano i lavoratori per gli interessi di due famiglie. Non dimentichiamo che i soldi che permettono alle cliniche private di funzionare sono privati solo sul piano nominale. In realtà, provengono da casse pubbliche. Non ci possiamo permettere licenziamenti in questa drammatica fase storica. Chiediamo che la Regione e il Comune intervengano. Se questi licenziamenti avverranno, potrebbe essere l’inizio della macelleria sociale in Calabria».

L’intreccio perverso

Emerge dunque quanto perverso sia l’intreccio tra sanità pubblica e privata. La seconda si è nutrita delle risorse disponibili per la prima, fino a quando la pubblica non è andata in crisi totale. Come accade in ogni sistema costruito su rapporti patologici, anche il parassita, alla fine, soccombe insieme al corpo che lo ha ospitato. È molto improbabile che il nuovo commissario alla Sanità, il presidente della Regione Roberto Occhiuto, in considerazione dei suoi trascorsi e soprattutto delle sue ferme convinzioni neoliberiste, possa restituire risorse alla sanità pubblica calabrese.

Luciano Moggi

Luciano Moggi è stato evocato da iGreco nelle trattative della scorsa estate per l’acquisizione, poi sfumata, del Cosenza Calcio. C’è chi con malizia fa notare che il presunto sistema Moggiopoli, nonché il suo abbraccio mortale che fece franare gran parte dei vertici del calcio italiano del secolo scorso, rischia di riproporsi nell’organizzazione dei servizi alla salute dei calabresi. Come prendere la sanità, già agonizzante, a pallonate.

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