Gli “ottantotto folli”: processo ai fascisti nella Calabria liberata

La storia del primo grande procedimento del dopoguerra nel Sud profondo. Non riguardò i mafiosi, ma un'organizzazione di irriducibili fanatici del Ventennio. Tutto finì in una bolla di sapone e persino gli oppositori del vecchio regime solidarizzarono con alcuni imputati

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Parliamo pure di resistenza al Sud. Ma, almeno, diamole un colore più preciso: il nero. Che può non piacere, ma corrisponde alla realtà: la Calabria, che pure ebbe figure di prima grandezza dell’antifascismo (il ministro Fausto Gullo, Pietro Mancini e don Luigi Nicoletti) fu in realtà la culla del neofascismo.
E lo fu, praticamente, da subito. Lo testimonia un processo particolare e bizzarro, che vanta almeno un record: fu il primo maxiprocesso calabrese del dopoguerra.
Vi finirono in ottantotto alla sbarra. Non erano mafiosi né delinquenti. Ma solo fascisti, disposti a restare tali a tutti i costi. E qualcuno lo pagarono.

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Le truppe britanniche sbarcano a Reggio Calabria

Bombe e volantini

È la mattina del 28 ottobre 1943 e in Calabria la guerra è – più o meno – finita. Se ci fosse ancora il fascismo, anche i calabresi celebrerebbero il ventennale della marcia su Roma.
Ma, sebbene il regime sia finito, c’è chi non si dà per vinto.
Ad esempio, a Nicastro, dove gli abitanti trovano, al loro risveglio, parecchi volantini per strada. Contengono slogan inneggianti al duce, anzi Duce, e al fascismo.
Un mese dopo capita di peggio. È la sera del 28 novembre ’43: due bombe ad alto potenziale devastano, sempre a Nicastro, le tipografie di Era Nuova e Nuova Calabria, due riviste antifasciste.
Non finisce qui: nella stessa notte, un’altra bomba esplode contro l’ingresso della casa di Marcello Nicotera, ingegnere e tipografo e antifascista.
Ma i bombaroli alzano il tiro: un altro ordigno finisce contro l’ufficio di stazione dei carabinieri.
Il 1943 dei nicastresi termina con un’altra bomba, stavolta contro la caserma dei carabinieri.

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Un giornale d’epoca racconta il processo agli ottantotto

Fiori per concludere

Anche i primi mesi del ’44 sono piuttosto animati, almeno nel Lametino. Tre attentati dinamitardi, per fortuna senza grosse conseguenze, colpiscono il Liceo e la sezione del Pci di Nicastro e il municipio di Sambiase.
Tutto termina con episodio gentile: la notte del 23 marzo mani ignote depongono fiori sulle tombe dei soldati tedeschi seppelliti nel cimitero di Nicastro. Forse le stesse mani, qualche ora prima, hanno strappato i manifesti dell’Amgot, l’autorità di occupazione alleata.
Neppure questa seconda data è un caso: il 23 marzo è l’anniversario della fondazione dei Fasci da combattimento.

Allarmi son fascisti…

I carabinieri non hanno quasi dubbi. Anzi, hanno un teorema. Intendiamoci: non ci vuol molto a capire che gli autori di quelle bravate sono fascisti irriducibili.
Occorre solo capire quali.
Forse con l’aiuto dei servizi segreti della Regia marina (e di alcuni settori dell’Oss, l’antenato della Cia), i militari ipotizzano due teste pensanti, una a Crotone l’altra a Cosenza.
La prima appartiene al marchese Gaetano Morelli, che a dire il vero qualche indizio di troppo lo ha seminato.
Infatti, gli uomini della Benemerita trovano in un fondo silano del nobiluomo un arsenale coi controfiocchi: undici moschetti calibro 91, caricatori più che in proporzione e due casse di bombe a mano. Tutte armi militari, trafugate da ufficiali dell’esercito.
La seconda testa è particolare: quella di Luigi Filosa. Una testa così calda da meritare un approfondimento a sé.

Il camerata rosso

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Luigi Filosa. il fascista “rosso”

Classe 1897 e longevo come tanti folli (è morto nel 1981) il cosentino Luigi Filosa resta tuttora un rebus politico.
Repubblicano di matrice liberal-progressista, Filosa incontra il fascismo nel segno dell’eresia politica. Amico e sodale di Michele Bianchi, porta assieme a lui i fasci a Cosenza, poco meno di un anno dopo la nascita del partito.
L’avvocato indossa la camicia nera, ma pensa in rosso: attacca i latifondisti e non risparmia critiche allo stesso Mussolini.
È scettico persino sulle possibilità di prendere il potere a breve. Tuttavia, si adegua e guida le squadre cosentine durante la marcia su Roma e poi diventa federale di Cosenza.
Viene silurato per le sue frequentazioni antifasciste (in particolare, col repubblicano Federico Adami e i comunisti Giulio Cesare Curcio e Salvatore Tancredi).
Espulso dal partito, subisce prima l’ammonizione (1926) e poi, nel 1931, il confino, da cui torna l’anno successivo grazie all’amnistia concessa per il decennale della rivoluzione fascista.
Per lui il crepuscolo mussoliniano è un ritorno di fiamma bizzarro: perché rischiare per un regime da cui si è subito tanto nel momento in cui questo non conta più? Perché mettersi in gioco quando le sanzioni ricevute potrebbero essere un salvacondotto per l’Italia del futuro?

Il principe e la marchesa

Gli organizzatori veri sono due aristocratici calabresi: il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara e sua moglie, la marchesa Maria de Seta, sposata in seconde nozze ed ex amante di Michele Bianchi.
I due ricevono l’ordine da Carlo Scorza, il segretario del Pnf, su iniziativa di Mussolini in persona. Devono creare le Guardie ai Labari, un’organizzazione a metà tra la brigata partigiana e la Stay Behind, per dar fastidio agli Alleati nelle retrovie.
I Pignatelli gestiscono la rete da Napoli, dove si dedicano allo spionaggio più spregiudicato. E imbastiscono un triplo gioco con i tedeschi, coi repubblichini e con l’Oss.
Ma questa è un’altra storia.

La retata dei big

Oltre Filosa e Pignatelli, finiscono nella retata ottantotto persone. Tra queste, si segnalano alcuni notabili del fascismo cosentino.
Sono Orazio Carratelli, ex direttore di Calabria Fascista e Rosario Macrì, sciarpa littorio e fiduciario del gruppo “Carmelo Rende”. Un paradosso riguarda Pietro Morrone, già federale di Cosenza dal ’30 al ’36 e fresco reduce di guerra: la cronologia fa di lui un “persecutore” di Filosa.
Non si può proprio non menzionare, tra i big, una figura chiave della vita cosentina, anche durante la Prima Repubblica: Orlando Mazzotta.

Un ricordo di don Orlando

Orlando Mazzotta

Nato a Lago nel 1916 da famiglia umile, Orlando Mazzotta è il classico self made man. Si diploma prima al Magistrale e poi, da privatista, al Classico, unica via di accesso per l’epoca alla facoltà di Giurisprudenza.
La sua carriera è fatta di sacrifici e borse di studio. Aderisce al fascismo sin dall’Università (diventa, infatti, vicesegretario del Guf di Cosenza) e vi fa strada.
All’arrivo degli Alleati, Mazzotta è capo ufficio stampa del partito a Cosenza e volontario della Milizia, cioè squadrista.
Nel dopoguerra, diventa un avvocato di grido, è dirigente del Msi ed è tra gli animatori dell’Accademia Cosentina. Nella sua storia familiare c’è una piccola nemesi: suo figlio, Giuseppe, anche lui avvocato, è stato candidato sindaco di Cosenza nel ’93 da Rifondazione Comunista…

La retata dei giovani

In questa singolare operazione dei Carabinieri, vi sono molti giovani. Alcuni di loro diventeranno volti noti.
È il caso, a Cosenza, di Teodoro Pastore, Beniamino Micciché ed Emilio Perfetti. Con loro, finisce in gattabuia Vittorio Bruni, sottotenente del 16esimo Reggimento di fanteria di stanza a Cosenza. Per i quattro l’accusa è di traffico d’armi.
Ma, al di là dei fatti specifici, occorre ricordare un paradosso di questo primo maxiprocesso della Calabria del dopoguerra: i fascisti sperimentarono sulla propria pelle le leggi fascistissime di pubblica sicurezza e il Codice Rocco non ancora emendato.

Un processo bizzarro ai fascisti

Celebrato nella primavera del ’45, quando Mussolini si avvia alla sua tragica fine, il processo a carico degli ottantotto è pieno di stranezze e bizzarrie.
Alcune di queste, forse, sono dovute alla scarsa volontà di condannare per davvero i reprobi.
Molto si gioca sull’insufficienza di prove, che impedisce di ricostruire, ad esempio, i rapporti tra i Pignatelli e gli altri imputati. Altro, invece, è affidato all’estro dei difensori e degli imputati stessi, soccorsi a un certo punto, dagli antifascisti.

Lo show di Filosa

don Luigi Nicoletti

Luigi Filosa, ad esempio, combina una delle sue guasconate: rinuncia alla difesa di Cribari, Fagiani e Goffredo (tre “principi del foro”) e decide di far da sé.
La sua trovata non è proprio disprezzabile: riesuma il Filosa antifascista ed esibisce il casellario penale come un medagliere.
La strategia riesce, anche perché intervengono a favore dell’avvocato tre big dell’antifascismo: Fortunato La Camera, leader regionale del Pci, Luigi Pappacorda, segretario provinciale del Partito d’Azione, e don Luigi Nicoletti, sacerdote e segretario della Dc. Un soccorso “rosso”, ma pure bianco, con tutti i crismi.

La furbata di Morelli

Gaetano Morelli, invece, se la prende coi carabinieri: lo avrebbero bastonato, dice, per farlo “cantare”.
In pratica, avrebbe subitolo stesso trattamento che, fino a poco prima, gli squadristi riservavano a oppositori e dissidenti. Con una sola differenza: nessuno gli ha somministrato l’olio di ricino.
I quattro giovani cosentini, invece, si accusano a vicenda: Perfetti accusa Pastore e quest’ultimo nega. Bruni, invece, ammette di aver rubacchiato delle pallottole, ma solo per andare a caccia. In questo caso, è evidente il tentativo della difesa di far saltare l’accusa di associazione a delinquere.

Cantando Giovinezza

L’8 aprile 1945 arriva il verdetto. Qualcuno la fa franca per non aver commesso il fatto. È il caso di Mazzotta, Carratelli, Macrì e Morrone.
Altri le prendono. Come Luigi Filosa, che da neofascista riceve una condanna più pesante di quelle subite da antifascista: otto anni.
La maggior parte degli accusati busca pene che vanno dai quattro ai dodici anni.
Ma, notano i cronisti dell’epoca, tutti accolgono la sentenza con un’ennesima guasconata: non appena il presidente smette di leggere, cantano Giovinezza, l’inno del Ventennio ormai alle spalle.

Togliatti libera tutti

Ma un virtuosismo della difesa azzera tutto. Gli avvocati scovano un po’ di cavilli e vanno in Cassazione.
Quest’ultima annulla e fa ripartire il processo. Che non si svolgerà mai, perché nel frattempo Togliatti ha lanciato la sua amnistia.
La quale resta un esempio morale di pacificazione nazionale, non ci piove.
Tuttavia, è anche un esempio di lottizzazione dei fascisti. La Dc, infatti, mira a burocrati e dirigenti che avevano fatto carriera nel Ventennio. Il Pci fa incetta di intellettuali e sindacalisti. Per gli altri ci sarà il Msi, nato come “casa rifugio” per gli impresentabili e, quindi, irriciclabili.
Ma tant’è: anche questi compromessi sono alla base della nostra democrazia.

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