Grotta della Monaca, una delle miniere più antiche d’Europa è in Calabria

Secondo gli archeologi, l’attività estrattiva è durata fino al 3.500 avanti Cristo circa. Ritrovati molti resti umani, diversi erano scheletri di neonati. Il primo ad avventurarsi nella cavità per curiosità scientifica, è stato nel 1939 Enzo dei Medici

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Una delle miniere più antiche d’Europa si trova in Calabria. Per la precisione, nella Valle dell’Esaro.
Un’ulna (cioè, un pezzo d’avambraccio) appartenuta a un ventenne preistorico e sepolta sotto un masso nell’ingresso, fa capire che questo posto è frequentato da tantissimo tempo: oltre 20mila anni, stando ai risultati del radiocarbonio.
Che ci fa un resto umano così antico in una grotta? Probabilmente, indica una “presa di possesso”. «È probabile che nell’alta preistoria queste enormi cavità naturali fossero considerate luoghi sacri», spiega Felice Larocca, archeologo e ricercatore dell’Università di Bari,
L’umidità, fortissima, ha lavorato le rocce nel corso dei secoli. Una, in particolare, somiglia a un volto umano e dà il nome al sito: Grotta della Monaca.

Felice Larocca, archeologo e ricercatore dell’Università di Bari

Tra i più antichi minatori

Sembra strano immaginare la Calabria “attrattiva” per persone in cerca di lavoro. Ma nella preistoria, a cavallo del neolitico e dell’eneolitico, ovvero all’inizio dell’età del rame, era così.
La Grotta della Monaca era la meta di tribù che probabilmente vivevano nella vallata, tra l’Esaro e il Tirreno. Con tutta probabilità, questi nostri antenati sono stati tra i più antichi minatori dell’umanità.
Solo alcuni di loro, probabilmente le donne, si dedicavano all’agricoltura. Gli uomini, i ragazzi e i bambini passavano gran parte delle loro non facili esistenze a estrarre i minerali colorati, prodotti dal miscuglio del ferro e del rame col calcare, che erano molto utilizzati per la concia delle pelli e, più tardi, per tingere i tessuti.
Oggi, questi minerali hanno dei nomi (scientifici e comuni) piuttosto bizzarri: malachite, azzurrite, goethite, azzurrite, yukonite e aragonite.

I minerali presenti nella struttura

Il rame era un medicinale

Il minerale predominante, tuttavia, è il rame, estratto in gran quantità.
Ma non per fonderlo: «Secondo i criteri dell’epoca, questi erano giacimenti enormi, tuttavia non sufficienti per ricavarne lingotti», spiega ancora Larocca, che è il responsabile scientifico del sito archeologico.
«Il rame», prosegue il ricercatore, «era utilizzato soprattutto come medicinale». I minerali estratti «non erano destinati all’autoconsumo, come i prodotti agricoli, ma allo scambio».
La Calabria preistorica, in cui iniziavano le prime attività lavorative “specializzate” dà lezioni alla Calabria contemporanea, da cui scappano persino i braccianti, non appena possono.

 

La grotta

Ma com’è strutturato questo sito suggestivo e arcano? L’aggettivo “spettacolare” calza a pennello alla Grotta della Monaca, che è sotterranea quasi per modo di dire. L’ingresso, dov’è stato trovato l’antico avambraccio e dove c’è il “volto” della suora, è sull’ingresso di una collina a seicento metri di altitudine.

Particolare del volto della “Monaca” (foto di Felice Larocca).

È una sala piuttosto grande, piena di massi caduti dalle pareti, che conduce a una seconda cavità dal nome piuttosto inquietante: la Sala dei pipistrelli, una grotta nella grotta, lunga sessanta metri e larga trenta, che si chiama così per via dei suoi “ospiti” abituali.
I quali vi risiedono tuttora, disturbati solo dal team di archeo-speleologi del Centro regionale speleologico “Enzo dei Medici” diretti dal professor Alfredo Geniola e dal menzionato Larocca per conto dell’Università di Bari, che gestisce gli scavi dall’inizio del millennio.

La sala dei pipistrelli nel sito Grotta della Monaca

Dalla Sala dei pipistrelli si dipana una serie di cunicoli, che si spingono per un altro centinaio di metri nelle viscere dell’altura. Qui è davvero difficile inoltrarsi, se non a carponi o, addirittura, strisciando.
Il sito misura cinquecento metri circa in tutto. Un mezzo chilometro importantissimo nell’economia dell’Europa preistorica.

 

Il duro lavoro

Alcuni residui di ossa animali e di pietre lavorate fanno capire come lavoravano questi nostri antenati: afferravano il minerale più morbido, soprattutto la goethite, a mani nude, oppure lo strappavano dalle pareti con picconi ricavati dalle corna delle capre.

Un piccone preistorico ritrovato nella Grotta della Monaca

Nei casi più estremi, facevano a pezzi le rocce con mazze di pietra. Ma senza esagerare, perché il rischio di crolli era alto.
Lo testimoniano delle “colonne”, cioè delle parti di minerale non estratto ma lasciato lì per reggere le volte dell’ingresso e della Sala dei pipistrelli. E dei muretti a secco, alzati per tenere sgombro l’ingresso dei cunicoli.
Di lavorare si lavorava parecchio, ma le condizioni di vita erano grame: poco ossigeno, alimentazione non all’altezza e ritmi estrattivi enormi.
D’altronde, non c’erano i sindacati e si faticava per sopravvivere.
Un altro ritrovamento macabro dimostra oltremisura la pesantezza di questo stile di vita.

Il cimitero

Secondo gli archeologi, l’attività estrattiva è durata fino al 3.500 avanti Cristo circa, in pratica fino alle soglie della storia.
Dopodiché, la Grotta della Monaca è diventata un cimitero. Gli archeologi, infatti, hanno trovato numerosi resti umani e hanno speso un bel po’ di tempo a ricomporli. Ne hanno ricavato un centinaio di scheletri, più o meno completi, che ci dicono tantissimo sugli abitanti della zona.
Sono uomini, donne e bambini piccoli (alcuni, addirittura, appena nati), morti quasi tutti di infezioni o malattie. L’altezza media (1,60 per le donne e 1,70 per gli uomini) smentisce l’ipotesi che i nostri antenati mediterranei fossero “tappi”.
Ma le condizioni delle ossa rivelano che comunque erano malnutriti e si ammalavano con una certa facilità di artrite e reumatismi, procurati dall’umidità del fiume Esaro e dal lavoro logorante. I più longevi raggiungevano a malapena i cinquant’anni e la mortalità infantile era quasi una norma.

Rinvenimento di resti ossei umani durante le ricognizioni speleo-archeologiche del 1997 (foto di Felice Larocca)

Si curavano alla meno peggio e, nei casi più estremi, si sottoponevano a una chirurgia rudimentale, come dimostrano i segni di trapanazione sul cranio di una donna adulta, probabilmente sopravvissuta all’“intervento” ma morta per l’infezione che ne seguì.

La riscoperta

Le estrazioni ripresero a pezzi e bocconi nell’antichità e si intensificarono di nuovo nel medioevo, quando minatori più attrezzati scavarono varie gallerie artificiali.
L’abbandono definitivo, tuttavia, non fece dimenticare la Grotta, che lasciò tracce significative nell’immaginario degli abitanti della zona.
La prima testimonianza contemporanea su questo sito è del sacerdote, poeta, scrittore e giornalista Vincenzo Padula, che parla della sua “terra gialla” come di una rarità.
Il primo ad avventurarvisi, un po’ per spirito di avventura e un po’ per curiosità scientifica, è stato Enzo dei Medici, italiano di origine dalmata  (nacque a Sebenico, oggi Sibenik, in Croazia) che si recò nel Cosentino per censirne le innumerevoli cavità naturali, sotterranee e non.
Appassionato naturalista e plurilaureato, dei Medici esplorò la Grotta della Monaca nel 1939 e ne diede per primo una descrizione accurata.

 

L’interesse delle università di Bari, Salento e Ferrara

L’iniziativa di questo pioniere della speleologia non ebbe seguito fino all’inizio del millennio, quando attorno al Csr dedicato a questo coraggioso esploratore si è coagulato uno staff importante, gestito come si è già detto dall’Università di Bari e a cui partecipano studiosi dell’Università del Salento e dell’Università di Ferrara.
Tanto interesse potrebbe avere una ricaduta importante sul territorio, in particolare sul piccolo Comune di Sant’Agata d’Esaro, che tenta di trasformare la Grotta della Monaca in un attrattore turistico.

Scavi all’ingresso della Grotta della Monaca

La Calabria depressa di oggi tenta di mettere a frutto la Calabria iperattiva della remota antichità.
Di sicuro, come spiega ancora Larocca, «c’è un fortissimo interesse della comunità internazionale degli studiosi sulla Grotta della Monaca e, più in generale, sull’area settentrionale della Calabria, che è piena di siti importanti, capaci di fornire informazioni dettagliate sull’Europa preistorica».
Il turismo di massa, forse, predilige altro. Ma, per fortuna, i viaggiatori colti esistono ancora e in numero sufficiente a dare una spinta all’economia di questa parte di Calabria.
E forse l’eventuale successo della Grotta della Monaca sarebbe il premio più bello alle fatiche dei nostri antenati.

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