Questione calabrese, l’economia non cresce con i gattopardi

Un tessuto produttivo debole e incapace di spingere davvero sulle leve della digitalizzazione. E intanto prosegue inesorabile il declino demografico

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C’è una questione calabrese nella più ampia questione meridionale. Non appartiene più alla verità dei fatti la descrizione di un Mezzogiorno compatto nella sua arretratezza. Sia pure con un modello geografico a chiazze isolate, qualche territorio meridionale ha intercettato percorsi di nuova industrializzazione e di sviluppo coerente con le traiettorie dell’economia internazionale.

La Calabria resta un’eccezione. È l’unica regione meridionale che non ha agganciato in nessuna area il treno della nuova industrializzazione. Le due grandi crisi del 2008 e del 2011-2013, unite al blocco pandemico, hanno determinato un complessivo arretramento del tessuto economico e sociale, con una breve tregua durante il biennio 2015-2016. A tempo alternato solo il porto di Gioia Tauro è riuscito ad entrare nel gioco della competizione internazionale, in un ruolo però solo strettamente funzionale alla rete degli scambi mondiali come scalo di transhipment, senza esercitare un ruolo diffusivo sul territorio calabrese.

Gli effetti del Covid 

Le misure di distanziamento fisico e la chiusura parziale delle attività durante il 2020, nonché il clima di paura e incertezza legato alla diffusione della pandemia da Covid-19, hanno avuto pesanti ripercussioni sull’economia calabrese, che si trovava già in una fase di sostanziale stagnazione.
Sulla base dei dati Prometeia, lo scorso anno il PIL calabrese in termini reali sarebbe sceso di circa 9 punti percentuali, un dato sostanzialmente in linea con il resto del Paese. La caduta dell’attività economica è stata particolarmente ampia nel primo semestre del 2020, in connessione anche al blocco più intenso e generalizzato della mobilità.

Dopo una ripresa nei mesi estivi, le nuove misure di contenimento introdotte per fronteggiare la seconda ondata pandemica avrebbero determinato una ulteriore contrazione, seppure più contenuta rispetto a quanto osservato in primavera.
Gli investimenti privati in Calabria si sono contratti notevolmente durante la doppia recessione avviatasi nel 2008. In particolare, il calo è stato più intenso a seguito della crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2011.

Durante la successiva fase di ripresa la dinamica degli investimenti è rimasta debole, a fronte di un parziale recupero registrato a livello nazionale. Nel 2018 gli investimenti privati in Calabria erano inferiori di circa la metà rispetto ai livelli pre-crisi: l’incidenza sul PIL si è notevolmente ridotta, passando da oltre il 20% del 2007 a meno del 13%.
In base alle stime Istat, nel 2020 il valore aggiunto a prezzi costanti del settore primario è diminuito del 9,1 per cento, in misura più pronunciata rispetto al resto del Paese, risentendo in particolare del forte calo del valore della produzione nell’olivicoltura (-21,6 per cento), che presenta un marcato andamento ciclico.

La crisi per i privati

L’emergenza Covid-19 ha avuto rilevanti ripercussioni sull’attività delle imprese. Le indagini di Bankitalia segnalano una diminuzione del fatturato molto diffusa per le aziende operanti in regione, riflettendo essenzialmente il forte calo dei consumi, oltre che i provvedimenti di chiusura e le altre restrizioni adottate per arginare la pandemia.
Nel contempo, le imprese hanno ulteriormente ridotto i propri livelli di investimento, che già negli anni precedenti erano risultati contenuti, soprattutto con riguardo agli investimenti più avanzati in risorse immateriali e tecnologie digitali.

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Il settore più colpito dalla crisi pandemica è stato quello dei servizi privati non finanziari, in particolare i trasporti, il commercio al dettaglio non alimentare e il comparto alberghiero e della ristorazione, su cui ha inciso la caduta delle presenze turistiche.
L’attività produttiva si è ridotta in misura più contenuta nelle costruzioni, che hanno in parte beneficiato di una lieve ripartenza del comparto delle opere pubbliche, ancora tuttavia frenata dai tempi lunghi di realizzazione degli interventi.

Il brusco calo delle vendite ha accresciuto il fabbisogno di liquidità del sistema produttivo, colmato essenzialmente dai prestiti garantiti dallo Stato e dalle misure di moratoria, che in Calabria sono stati più diffusi della media nazionale.
Il sostegno pubblico ha contenuto fortemente l’uscita di imprese dal mercato, anche tra quelle maggiormente indebitate e fragili, la cui condizione rimane più esposta alla velocità di uscita dalla crisi.

Ancora meno lavoro di prima

Le ricadute della crisi pandemica sul mercato del lavoro sono state rilevanti, annullando il modesto recupero dei livelli occupazionali che si era registrato a partire dal 2016.
Dopo la sostanziale stasi del 2019, l’occupazione in regione nel 2020 è tornata a diminuire a causa delle ricadute della pandemia di Covid-19. Secondo i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, la riduzione su base annua del numero degli occupati calabresi è stata del 4,3 per cento, pari ad oltre il doppio di quella rilevata sia a livello nazionale che nel Mezzogiorno (per entrambe, -2,0 per cento).

Guardando alle dinamiche dell’ultimo decennio, l’unica variazione peggiore risale al 2013 (-6,2 per cento), a seguito della crisi del debito sovrano. Il tasso di occupazione è sceso al 41,1% (era al 42 nel 2019), con una differenza di 17 punti percentuali dal dato medio nazionale.

Il calo delle posizioni lavorative si è concentrato soprattutto tra gli autonomi e i dipendenti a termine, mentre il calo del lavoro dipendente a tempo indeterminato è stato contrastato da un eccezionale aumento dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali e dal blocco dei licenziamenti. Gli effetti negativi sono risultati più intensi per le categorie caratterizzate già in precedenza da condizioni sfavorevoli sul mercato del lavoro: i giovani, le donne e gli individui meno istruiti.

Il calo dei redditi da lavoro è stato sensibilmente mitigato dall’introduzione di nuove misure di sostegno economico ai lavoratori e alle famiglie, che si sono aggiunte alla Cassa integrazione guadagni e al Reddito di cittadinanza. Ciononostante, la contrazione dei consumi è risultata accentuata, in connessione sia alle difficoltà nella mobilità sia a motivi precauzionali, che si sono riflessi in un netto incremento della liquidità delle famiglie.

Servizi e consumi

Nel settore dei servizi, maggiormente interessato dalle misure di contenimento, il calo dell’attività è stato ancora più pronunciato. Oltre alle restrizioni alla mobilità, ha pesato anche la contrazione dei consumi connessa all’incertezza circa l’evoluzione della crisi, che ha inciso negativamente sulle decisioni di spesa delle famiglie.

L’indagine della Banca d’Italia, che si concentra sulle imprese dei servizi privati non finanziari con almeno 20 addetti, conferma il diffuso calo dei ricavi; circa due terzi delle imprese partecipanti ha segnalato una riduzione del fatturato rispetto al 2019. Inoltre il 60% delle imprese ha segnalato una riduzione degli investimenti nell’anno e circa metà un calo dei livelli occupazionali.

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Secondo le stime di Confcommercio, la spesa in termini reali per beni e servizi si sarebbe ridotta di circa il 12%, in linea con il dato nazionale. Sull’andamento ha inciso anche la dinamica dei consumi per beni durevoli: in base ad elaborazioni sui dati dell’Osservatorio Findomestic, sarebbero diminuiti dell’11 per cento rispetto all’anno precedente.
In particolare, sono diminuite in misura intensa le vendite di autovetture: le immatricolazioni sono fortemente calate tra marzo e luglio dell’anno scorso, come nel resto del Paese, per poi tornare sui livelli precedenti alla caduta nei mesi successivi. In media d’anno il calo è stato del 21 %, a fronte del 28%in Italia.

La ripresa dei consumi dipende in modo cruciale da una progressiva attenuazione dell’epidemia nei prossimi mesi. È però probabile che il rafforzamento dei consumi sarà lento risentendo della gradualità con cui sarà riassorbita l’incertezza che ha sospinto l’aumento della propensione al risparmio.

Turismo ed export

Dopo anni di crescita, i flussi turistici presso gli esercizi ricettivi regionali hanno subito una brusca caduta. In base ai dati dell’Osservatorio turistico della Regione Calabria, le presenze nel 2020 sono diminuite di oltre il 50%. Dopo l’azzeramento quasi totale nei mesi del lockdown, con il miglioramento della situazione sanitaria e la rimozione delle restrizioni agli spostamenti si è assistito da luglio 2020 a un graduale recupero delle presenze di turisti italiani, mentre la forte caduta delle presenze straniere si è protratta.

In particolare, nei tre mesi da luglio a settembre si sono concentrati quasi il 90% dei pernottamenti dell’anno (70% nel 2019). Tale parziale recupero ha temporaneamente attenuato l’impatto negativo della crisi sull’ampio indotto di operatori economici delle zone balneari (dove si concentrano i flussi turistici regionali), spesso caratterizzati da un elevato ricorso al lavoro stagionale.

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Nel 2020 le esportazioni di merci hanno subito un deciso calo (-16,2% a prezzi correnti). In virtù dell’andamento negativo dello scorso biennio l’export calabrese è tornato sui valori del 2016. Le vendite, condizionate dagli effetti della pandemia sugli scambi internazionali, sono diminuite in tutti i principali settori di specializzazione regionale, anche nell’agroalimentare che era cresciuto ininterrottamente dal 2015. Pur interessando tutti i principali mercati di sbocco, il calo delle esportazioni risulta particolarmente accentuato nei paesi UE.

Digital divide, eterno problema

Molto significativo resta ancora il divario di digitalizzazione che caratterizza la società calabrese. Secondo gli ultimi dati resi disponibili dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) riferiti al 2019, l’incidenza delle linee fisse ultraveloci (oltre 100 Megabit/secondo) era in Calabria meno della metà di quella italiana. Il divario con la media nazionale si allarga considerando la domanda di accesso ad internet: secondo i dati Istat, solo due terzi delle famiglie calabresi disponevano di un abbonamento a internet a banda larga, di cui il 41 per cento a rete fissa (in Italia erano rispettivamente 75 e 54%).

La Calabria risulta inoltre tra le ultime regioni per competenze digitali degli utilizzatori effettivi di internet e nell’uso dei servizi internet; ad esempio, risultano ancora scarsamente impiegati i servizi bancari online. Anche l’adozione delle tecnologie digitali da parte delle imprese calabresi è al di sotto della media nazionale: vi influisce principalmente la bassa quota di aziende che utilizzano tecnologie digitali di livello avanzato.

Con riferimento all’indice che valuta l’e-government, calcolato considerando i dati riguardanti gli enti locali, la Calabria si attesta molto al di sotto della media italiana nell’offerta di servizi pubblici digitali. Secondo i dati della Corte dei Conti, nel 2019 solo i due terzi dei comuni calabresi offriva almeno un servizio online ai cittadini, mentre l’offerta media italiana di servizi digitali alle imprese attraverso lo Sportello unico per le attività produttive e lo Sportello unico per l’edilizia si attestava al 35% (rispettivamente 77% e 53 % nella media nazionale).
Un’evidenza analoga emerge con riferimento ai servizi sanitari, in particolare alla scarsa diffusione del fascicolo sanitario elettronico e della telemedicine.

Le ICT non decollano

Nel 2018 (ultimo anno per cui i dati sono disponibili) in Calabria i settori delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) contribuivano per il 4,2% al valore aggiunto del settore privato non finanziario, una quota inferiore alla media nazionale e in calo nell’ultimo decennio. Anche l’utilizzo dei beni e servizi ICT come input produttivi da parte delle imprese calabresi è inferiore alla media nazionale: in base agli ultimi dati disponibili dell’Irpet, nel 2016 il loro valore in rapporto al PIL era pari in regione al 2,5%, a fronte del 4,4 della media italiana.

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Secondo i dati del primo Censimento permanente delle imprese condotto dall’Istat nel 2019, nel triennio 2016-18 le imprese calabresi, pur in presenza di investimenti in connettività (connessione a internet e soluzioni in tecnologie basate su internet) superiori al dato nazionale, mostravano tassi di adozione inferiori alla media per tutte le tecnologie digitali più avanzate. Il divario appariva marcato anche nell’uso di servizi cloud e di software gestionali.

Che fare?

Intanto prosegue la desertificazione demografica della Calabria, che ha registrato tra il 2002 ed il 2018 altri 700.000 emigranti. Di questo passo, nel 2065 la popolazione regionale sarà poco più di un milione di abitanti.
Che fare, di fronte ad un panorama calabrese caratterizzato da stagnazione, regressione, mancanza di innovazione? Sono due i fronti aperti su cui fare leva per innescare un sentiero di cambiamento: da un lato la costruzione della zona economica speciale di Gioia Tauro e dall’altro l’implementazione degli investimenti per il Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza.
Questi due strumenti di politica economica vanno saldati in un meccanismo unitario di azione: attrarre investimenti produttivi, industriali e logistici, diventa possibile se si rende il territorio calabrese più competitivo attraverso investimenti adeguati in moderne infrastrutture fisiche e digitali.

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La variabile temporale assume una rilevanza decisiva: rinviare l’attuazione dei programmi di modernizzazione alle calende greche sarebbe esiziale. Solo un disegno sinergico fatto di visione e di prospettive può consentire all’economia calabrese di intercettare i meccanismi di generazione delle catene del valore che caratterizzano l’economia internazionale. Guardare alle esperienze del passato fondate solo sulla industrializzazione statale non serve: è anzi controproducente.

Le liste elettorali per le prossime votazioni regionali non inducono ad alcun ottimismo: prosegue la lunga stagione del gattopardismo e della mediocrità. Sotto questa cenere si nascondono i consueti interessi che hanno affossato la Calabria. Niente di nuovo, per ora, sul fronte meridionale. Il mondo, intanto, va verso tutt’altra direzione. I territori competono per essere compresi dentro le catene globali del valore. Chi ne resta fuori, sarà guidato da altri attori e da altre logiche, che pensano all’interesse di pochi contro l’interesse di tanti.

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