Quattro ospedali in una montagna di guai

I presidi di Acri, San Giovanni in Fiore, Soveria Mannelli e Serra San Bruno devono garantire il diritto alla salute in territori complessi. Con ambulanze che a causa della neve possono impiegare ore ad arrivare, magari senza medici a bordo per colpa della carenza di personale

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Forse non tutti conoscono Nardodipace e, probabilmente, molti ne hanno sentito parlare per una banalizzazione mediatico-statistica che alla fine degli anni ’80 ne fece il «paese più povero d’Italia». Al di là delle etichette, è in realtà un paese simbolo delle aree interne. È l’ultimo Comune della provincia di Vibo e i suoi 1400 abitanti si dividono tra l’abitato principale, a 1000 metri di altezza, e 4 frazioni. Alcune contrade distano più di 30 km dal centro. Che a sua volta è lontano altri 20 km da Serra San Bruno, dove c’è l’ospedale più vicino. C’è gente, dunque, che per arrivarci deve fare almeno un’ora di auto, su strade dissestate che in inverno sono ricoperte di ghiaccio e neve.

Da Nardodipace a Serra San Bruno, ore per un’ambulanza: l’esposto del sindaco

Sempre che ce l’abbia, un’auto, che sia in grado di guidarla e che non stia tanto male da non poter raggiungere l’ospedale con mezzi propri. In quel caso la sorte dovrà essere clemente: l’unica ambulanza a disposizione per decine di migliaia di utenti potrebbe essere impegnata in un’altra emergenza e dunque metterci un bel po’ ad arrivare. È successo a una docente che proprio in una classe di Nardodipace si è accasciata a terra per una crisi ipertensiva ed è stata soccorsa dopo ore: non era presente in paese nemmeno il medico di base, così dopo l’episodio, approdato sulla stampa nazionale, il sindaco Antonio Demasi ha addirittura presentato un esposto ai carabinieri. Si è sempre parlato della necessità di una seconda ambulanza e in teoria ci sarebbe ma, in pratica, la si può utilizzare solo per trasporto sangue, dimissioni di pazienti Covid o consulenze specialistiche.

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L’ospedale di Serra San Bruno

Da qualche mese è arrivato un medico in più, così al Pronto soccorso tutti i turni sono coperti. Per assicurare la presenza h24 si è fatto ricorso alle prestazioni aggiuntive – che costano all’Asp 1 euro al minuto – ed è capitato anche che qualcuno avesse un malore dopo un turno di 20 ore. Per il resto, in un ospedale in cui c’erano molti reparti attivi e addirittura si partoriva, oggi ci sono una ventina di posti letto di Medicina e altrettanti di Lungodegenza. La Chirurgia quasi non esiste: c’è un solo medico che fa Day Surgery ed è vicino alla pensione. Poi un solo anestesista per le urgenze e un solo medico anche per la Dialisi. Nessuno per la Radiologia, da dove i referti vengono trasmessi a Vibo con annessi disagi e ritardi.

Gli altri ospedali di montagna

Una situazione analoga a quella di Serra la si riscontra anche negli altri tre ospedali montagna, classificati come tali nei decreti dei vari commissari ad acta e su cui da oltre vent’anni aleggia lo spettro della chiusura. Quello che al momento sembra più attrezzato è il presidio di San Giovanni in Fiore, che ha comunque subìto un forte ridimensionamento e non è certo privo di criticità. Tanto che di recente è stata lanciata una petizione online  che è già oltre le 1500 sottoscrizioni.

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L’ospedale di San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore sta oltre i 1000 metri e gli ospedali più vicini sono a Crotone e Cosenza, tra i 50 e i 60 km. I suoi 17mila abitanti – ma contando i limitrofi l’utenza arriva a 30mila persone – hanno a disposizione un Pronto soccorso con 5 medici e una decina di anestesisti che ruotano in convenzione con l’ospedale di Crotone. Ci sono tre ambulanze ma non sempre hanno un medico a bordo. Poi 20 posti letto di Medicina e un reparto di Lungodegenza nuovo ma mai aperto. Soprattutto – e qui sta la differenza rispetto agli altri ospedali di montagna – c’è un reparto di Chirurgia che, a breve, dovrebbe tornare operativo con l’arrivo di un medico da Crotone e gli avvisi di mobilità per garantire il personale necessario.

Acri e Soveria Mannelli

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L’ospedale di Acri

Ad Acri, che è un po’ più in giù come altitudine ma che è tra i 4 il Comune più popoloso, c’è il Pronto soccorso con la turnazione di 4 medici e, anche qui, un solo anestesista-rianimatore per le urgenze. Ci sono poi 16 posti letto Covid, destinati per lo più a pazienti non gravi che arrivano già da altri ospedali, ma è chiaro che la gestione dei percorsi dedicati impegna non poco il settore dell’emergenza. Sono attivi i 20 posti letto di Medicina e altri 10 in Dialisi, ma la Chirurgia è sostanzialmente ferma.

A Soveria Mannelli c’è la guardia attiva di 4 anestesisti e un medico per ogni turno di Pronto soccorso, ma c’è una sola ambulanza. La Medicina ha 22 posti, altri 4 sono in Lungodegenza. Mentre in Chirurgia, anche qui, si fa solo Day Surgery. L’ospedale del Reventino è al centro di un caso perché, nel dossier inviato ad Agenas dalla Cittadella con gli interventi da finanziare con il Pnrr, è stato previsto nei locali dell’attuale presidio un Ospedale di comunità. La nuova impostazione, votata più all’assistenza territoriale, difficilmente si concilierebbe con l’esistente, ma al Comitato Pro Ospedale di Soveria sono arrivate rassicurazioni sulle possibilità di modifica, anche perché solo un nuovo Dca potrebbe modificare la configurazione di ospedale di montagna.

Il Pronto soccorso dell’ospedale di Soveria Mannelli

Scopelliti, Loiero e gli ospedali di montagna

La politica non ha comunque mai mancato di utilizzare questi territori come bacini elettorali, non risparmiando promesse puntualmente smentite dai fatti. Ciò ha generato negli anni diversi movimenti civici di protesta iniziati con Peppe Scopelliti, destinatario di dure contestazioni ai tempi della famigerata chiusura di 18 ospedali e del ridimensionamento di quelli di montagna, che però secondo una previsione iniziale partorita già all’epoca di Agazio Loiero erano destinati alla chiusura.

Gli epigoni di Scopelliti sui territori si producevano in annunci che davano addirittura come imminente l’attivazione non solo di reparti di Chirurgia h24 ma anche di qualche posto letto di Terapia sub intensiva. Tutte cose mai avvenute. Ma il commissario ad acta nominato dal governo Renzi, allora targato Pd, è riuscito a fare anche peggio. La rete ospedaliera disegnata da Massimo Scura per la montagna prevedeva una dotazione identica a quella precedente, andando però oltre in relazione alla costruzione dei “nuovi” ospedali. L’attivazione di quello di Vibo, per esempio, secondo Scura dovrebbe assorbire completamente tutti i posti letto presenti in provincia.

Oliverio sconfessato

Le manifestazioni partite dalla montagna hanno mobilitato migliaia di persone. E c’è sempre stato chi, come l’allora segretario regionale del Pd Ernesto Magorno e l’ex presidente della Regione Mario Oliverio, andava rassicurando i territori su cose che non poteva in realtà garantire. Nel 2015 il “decreto Scura” sulla riorganizzazione ospedaliera è arrivato anche sul tavolo del Presidente della Repubblica con un ricorso dei comitati montani finanziato da raccolte fondi tra i cittadini. Il ricorso è poi arrivato al Tar, che lo ha rigettato, facendo emergere che la giunta Oliverio, a parole critica verso Scura, nei fatti si era costituita in giudizio contro i comitati e in appoggio al commissario.

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Massimo Scura e Mario Oiverio visitano un ospedale calabrese

Basta farsi un giro tra Nardodipace e Serra San Bruno, o salire fin nel cuore della Sila e del Reventino, per rendersi conto di quanto le rivendicazioni di queste popolazioni non siano neanche avvicinabili a quelle di chi pretende l’ospedale sotto casa. Non si invocano nemmeno più i punti nascita, per altro chiusi da tempo anche in ospedali più grandi come quello di Soverato. Si pretenderebbe quel poco che è previsto in provvedimenti mai attuati, come gli anestesisti e gli altri medici necessari per una gestione adeguata delle emergenze. E poi dei reparti di Chirurgia che non siano solo ambulatori in cui si rimuove qualche verruca.

Un caso che riguarda il 58% dei calabresi

Questi ospedali di frontiera sono l’unico avamposto sanitario, e dunque di garanzia di diritti primari nonché di minima civiltà, per migliaia di persone delle aree interne. E quando parliamo di aree interne ci riferiamo al 78% dei Comuni calabresi e al 58% degli abitanti della regione. Che si vedono spogliati di ogni servizio e devono pure sorbirsi, ciclicamente, la retorica della lotta allo spopolamento e dell’attrattività dei borghi. Meriterebbero una pur minima, ma reale, rappresentanza politica. Magari capace di fare meno passerelle e di pretendere risposte da Catanzaro e da Roma. Dall’assunzione del personale necessario alla modifica del decreto ministeriale che fissa gli standard ospedalieri in massimo 3,7 posti letto ogni 1000 abitanti. Altrimenti saremo costretti ancora a lungo a sopravvivere tra le tragedie delle «decine di Mesoraca» – tanto per citare non un passante, ma Roberto Occhiuto – che ci sono in tutta la Calabria.

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