Ricerca e sviluppo: la Calabria maglia nera negli investimenti

La spesa regionale nel settore continua a diminuire, in controtendenza rispetto al resto d'Europa. Ma senza impiegare risorse in questi ambiti la crescita industriale resterà una chimera

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Nella classifica comunitaria sulla spesa per ricerca e sviluppo l’Italia si colloca, in base agli ultimi dati disponibili (2018), al tredicesimo posto, superata non solo dai Paesi dell’Europa Settentrionale ma anche da diversi Paesi dell’Est Europa (Slovenia, Repubblica Ceca ed Ungheria). Lo sottolinea una recente pubblicazione dell’Istat su questo tema.
Si tratta di un dato preoccupante, considerato che siamo la seconda nazione manifatturiera dell’Unione e che dovremmo pertanto investire risorse coerenti al nostro tessuto industriale. In Italia la spesa per ricerca e sviluppo è stata pari nel 2018 complessivamente a 25,2 miliardi di euro, pari all’1,43 del prodotto interno lordo.

La spesa delle imprese

La spesa delle imprese costituisce la componente principale degli investimenti in ricerca e sviluppo (63,1%), in aumento rispetto al 2008 (56,6%). In termini di incidenza sul Pil, la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese è pari allo 0,9% del Pil.
Le imprese inevitabilmente puntano in modo prevalente sulle fasi di ricerca applicata e sviluppo sperimentale, mentre una quota marginale (7,6%) investe nella ricerca di base. Le imprese italiane finanziano poco, in misura inferiore all’andamento europeo, la ricerca delle Università e del settore pubblico.

Crescono gli investimenti delle Pmi

Cresce la quota di investimenti da parte delle piccole e medie imprese, con meno di 50 addetti, che passano da 856 milioni di euro di investimenti nel 2008 a 2,7 miliardi nel 2018, con una incidenza sugli investimenti delle imprese che raddoppia, passando dall’8,4% al 17,3%. Al contrario, il contributo delle gradi imprese cala di quasi 20 punti percentuali.
Ancor più rilevante è la correlazione stretta tra appartenenza a gruppi industriali ed investimenti in ricerca e sviluppo: l’87,5% della spesa è sostenuta da imprese che appartengono a gruppi, il 75,7% da multinazionali ed oltre un terzo della spesa (36,3%) da multinazionali con vertice residente all’estero.

Ricerca di base: la prima del Sud è Isernia

Nell’ultimo decennio si registra un deciso spostamento della spesa dal settore istituzionale pubblico verso il settore delle imprese, in netta controtendenza rispetto alle evidenze che dimostrano la rilevanza degli investimenti pubblici per favorire l’innovazione.
Un terzo della ricerca di base si concentra nelle province di Milano e di Roma. Tra le province meridionali si segnala l’incidenza di Isernia, sesta nella graduatoria nazionale con il 2,9%, mentre Napoli si colloca al tredicesimo posto con l’1,7%. Nella ricerca applicata Milano e Roma concentrano il 27,9%; superano il valore medio nazionale solo 22 province, e di queste nessuna è meridionale. Nello sviluppo sperimentale Roma e Torino raggiungono il 47,2% del valore totale, è solo Napoli, tra le province meridionali, si colloca sopra la media nazionale, con una incidenza pari all’1,4%.

Classifiche e record negativi

Due terzi della spesa delle imprese per ricerca e sviluppo sono investite da aziende del settore manifatturiero. Il 75% della spesa in ricerca e sviluppo delle imprese è concentrata in sole cinque regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte, Veneto e Lazio. L’intero Mezzogiorno copre solo poco più del 10% della spesa nazionale per ricerca e sviluppo delle aziende. La Calabria è all’ultimo posto della graduatoria.

Se si osserva l’andamento della spesa per ricerca e sviluppo a livello regionale nel quadriennio 2015-2018, la Calabria registra, assieme alla Valle D’Aosta, la più decisa regressione, con un calo nel periodo del 21,5%, dovuto in particolare alla contrazione della ricerca effettuata dall’Università (-38,7%), mentre cresce con il tasso più elevato del Paese la ricerca e sviluppo finanziata in Calabria dalle imprese (91,7%), anche se partiva da un battente iniziale molto basso. A diminuire nel Mezzogiorno sono, oltre la Calabria, la Puglia e la Sicilia.

Un cambiamento

L’incidenza della spesa per ricerca e sviluppo sul prodotto lordo calabrese cala nel quadriennio considerato, passando dallo 0,72% allo 0,54% del Pil, in questo accomunata al calo che fa registrare la Puglia, che però partiva da valori più elevati (dall’1,02% del 2008 allo 0,79% del Pil nel 2018).
Se guardiamo alla dinamica degli addetti nel settore della ricerca e sviluppo, articolato per composizione percentuale tra i settori esecutori, va sottolineato un cambiamento radicale in Calabria: mentre nel 2015 l’Università pesava per il 65,6% e le imprese occupavano solo il 16,4%, nel 2018 le aziende hanno raggiunto il 46,2% degli addetti, superando l’Università, che raggiungeva il 44,1%.

Investimenti necessari

Costruire l’innovazione è possibile solo se si investono risorse adeguate in ricerca e sviluppo. Questo dati segnalano la criticità di un sistema nazionale poco attento agli investimenti verso nuovi prodotti e nuovi servizi. L’Italia registra una situazione critica in confronto a diversi Paesi della Unione Europea.
Il Mezzogiorno è in una condizione maggiormente asfittica, contribuendo per solo un decimo alle attività nazionali di ricerca e sviluppo.

Una delle azioni che dovrebbero essere messe in campo nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) consiste nella decisa ripresa della ricerca di base da parte delle istituzioni pubbliche. Serve non solo per investire nella innovazione embrionale che non può essere compito dei privati, ma serve anche a sostenere gli sforzi degli imprenditori nella sperimentazione e nella ricerca applicata. Per il Mezzogiorno, e per la Calabria, questa azione ha un carattere strategico ancor più rilevante.
Se resteremo inchiodati a valori bassi negli investimenti in ricerca e sviluppo, non ci sarà alcuna politica industriale capace di generare una effettiva rivitalizzazione del territorio meridionale.

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