Occhiuto tra alibi di Ferro e ritorni di… Fiamma

La modifica al codice dell'Antimafia su proposta della meloniana può aiutare a liberarsi da candidature scomode o sgradite il leader del centrodestra. Che però deve fare i conti con gli ex missini nella scelta dell'erede di suo fratello a Cosenza

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A Roma verranno sciolti a breve gli ultimi nodi del centrodestra. E questi nodi non dovrebbero riguardare (o non del tutto) le Regionali. Infatti, stando ai bene informati, resta confermato, al momento, il ticket Occhiuto-Spirlì. Non solo per una questione di continuità amministrativa ma anche di cinica Realpolitik. Grazie ai suoi irriverenti coming out, il presidente facente funzioni è diventato un’icona gay particolare, un simbolo di quella parte del mondo Lgbt che non si identifica nelle frange “estreme” o – parole sue – nelle «lobby frocie».

E questo ruolo dell’ex vicejole ha assunto un valore politico non proprio secondario in seguito allo stop al ddl Zan, ottenuto da Lega e Forza Italia e poi da Italia Viva con innegabile abilità nella manovra parlamentare.
Il centrodestra (tranne Fdi) e i renziani hanno evitato il muro contro muro con una soluzione efficace: la proposta di una versione attenuata del ddl antiomofobia.
Il risultato, tra l’altro prevedibilissimo, è arrivato subito. Gli ambienti gender si sono spaccati. E la fazione (incluse alcune importanti componenti dell’Arci) che riteneva eccessiva la proposta di Zan si è schierata con Renzi o avvicinata al centrodestra.

In questo scenario, il recupero di Spirlì risulterebbe funzionale all’accreditamento di una destra più gender friendly o, comunque, non omofoba.
Oltre i simbolismi, resta la prosaica necessità di non turbare troppo gli equilibri della coalizione, soprattutto tra Lega e Fdi, e quelli interni alla Lega. Mantenere Spirlì nella casella di vice scoraggerebbe gli appetiti dei centometristi del voto, vecchi e nuovi. E garantirebbe a Salvini, legato da amicizia personale all’attuale facente funzioni, un ruolo di controllo.

L’armata

È difficile definirla “gioiosa” o “invincibile”, ma comunque l’armata c’è. E, salvo sorprese dell’ultimo minuto, sembra vincente. Già: il problema di Roberto Occhiuto non è la penuria ma la sovrabbondanza.
L’aspirante governatore non deve dare la caccia ai candidati, ma cercare di collocarli senza far danni. Così, ad esempio, per Pino Gentile, di cui è ancora dubbia la candidatura in Fi, per un problema politico non secondario: la lista azzurra stando a voci attendibili, si annuncia fortissima nel collegio Calabria Nord. E di questa forza è un indizio più che consistente la presenza dell’assessore uscente Gianluca Gallo.

In questa situazione, l’eventuale compresenza di due big del calibro di Gallo e dell’evergreen Gentile diventerebbe un deterrente per altri candidati potenziali. Che temerebbero, non a torto, di restare schiacciati tra i due moloch.
Tuttavia, di Gentile non si può fare a meno, perché la sua presenza resta determinante per gli equilibri politici delle imminenti amministrative di Cosenza, l’altro piatto dell’election day calabrese. Ad ogni buon conto, problemi di spazio non ce ne sono. Occhiuto e il suo staff hanno a disposizione sette simboli per almeno sei liste, quasi tutte collegate ai partiti.

Le liste

Vediamole nel dettaglio. Di Forza Italia si è già detto. Ma sono in fase avanzata anche le liste di Lega, Fratelli d’Italia e Udc. Resta un dubbio sulle liste politiche minori: “Cambiamo!”, che si rifà al movimento di Giovanni Toti, e “Noi con l’Italia” di Maurizio Lupi. Queste due liste sono appetibili, almeno sulla carta, per i calibri medi, tra cui l’ex big dell’Udc cosentino Franco Pichierri. Che, appunto, si starebbe dando un gran da fare per assicurare una bandierina calabrese a Lupi.

Altri notabili si sarebbero rivolti invece al governatore della Liguria, per capitalizzare al massimo i propri voti in liste che, sperano, superino il 4%. Il rischio sarebbe di scatenare competizioni feroci all’ultimo voto e di creare “liste Coca Cola” costruite attorno a pochi candidati. Per scongiurarlo, lo stato maggiore occhiutiano ipotizza di fondere i simboli di Toti e Lupi in una sola lista.
A proposito di personalismi, l’aspirante governatore coltiverebbe una mossa di marketing: spersonalizzare la lista del presidente, che si chiamerebbe Azzurri.

Legalità…

In non pochi hanno notato l’ambiguità della mossa tentata da Roberto Occhiuto a metà luglio: la richiesta di un vaglio preventivo delle liste da parte della Commissione antimafia per espellerne gli incandidabili. Una richiesta quantomeno strana, soprattutto nel momento in cui il centrodestra spingeva (e spinge tuttora) compatto sulla riforma Cartabia e sul depotenziamento della legge Severino.

Che Occhiuto facesse sul serio, lo si evince da un particolare: da circa una settimana girano tra gli aspiranti candidati dei moduli con cui si richiede loro una generica disponibilità a candidarsi. E, quindi, a farsi vagliare dalla Commissione guidata dal gelido Nicola Morra.
La tempistica ha giocato a favore di Occhiuto. La modifica, proposta dalla meloniana Wanda Ferro, al codice di autoregolamentazione dell’Antimafia è passata da circa un giorno. Ora l’aspirante governatore, che ha giocato d’anticipo, ha la possibilità di dire dei no motivati.

… e opportunismi

Quanto in questi eventuali “no” pesino le ragioni legalitarie e quanto le dinamiche politiche è difficile da dire. Certo è che, a ben guardare, non c’è quasi un big del centrodestra che non abbia qualche peccatuccio, più o meno veniale (o venale…).
E questi peccati verrebbero senz’altro notati, visto che il codice di autoregolamentazione non si ferma alle ipotesi di reato degli articoli 416bis e ter. Comprende anche l’associazione a delinquere semplice, i reati contro la pubblica amministrazione (concussione e corruzione innanzitutto), ma anche reati comuni come estorsione e usura. Mancano gli ormai banali abusi di ufficio (un amministratore che non ne abbia almeno uno è quasi uno sfigato…).

Per attivare la Commissione basta il semplice rinvio a giudizio e, dato non secondario, le sue valutazioni sono politiche e non giudiziarie. E, soprattutto, non vincolanti.
Detto altrimenti: Occhiuto e i suoi competitors non sarebbero obbligati a “espellere” nessuno, perché l’eventuale parere negativo dell’Antimafia fornirebbe solo un’autorevole pezza di appoggio per negare una candidatura.
Ci fermiamo qui: gli scenari aperti da questa novità meritano un approfondimento a parte.

Il nodo Cosenza

Lo ripetiamo fino alla nausea: le Regionali si vincono e si perdono nel Cosentino. E per il centrodestra le Amministrative di Cosenza hanno lo stesso peso che per l’area Pd.
Rispetto alle Regionali, la corsa a Palazzo dei Bruzi è un piatto modesto: un secondo magro, quasi un contorno. Un municipio dissestato in cui i conti si ostinano a restare in rosso e una città in decrescita demografica sono poco appetibili.

Eppure, i big che contano sono tutti cosentini (le famiglie Occhiuto, Gentile e Morrone) o hanno a Cosenza il loro quartier generale (Fausto Orsomarso). La contesa interna si annuncia accesa e ci sono già le premesse, che ruotano attorno a un dato certo: il candidato sindaco tocca a Fratelli d’Italia. Un ostacolo non insormontabile, visto che il partito degli ex An ha strutture così minime da far sembrare il vecchio Udeur di Mastella un mostro di solidità.

Fiammella, fiamma e super fiamma

Infatti, Mario Occhiuto ha designato come proprio successore il mite Francesco Caruso, dopo averne propiziato l’adesione a Fdi, motivata in maniera non proprio banale. Il delfino del sindaco, infatti, è figlio del compianto Roberto Caruso, deputato di An a inizio millennio. Il giovane sodale di Occhiuto non avrà il piglio e l’attitudine del missino, ma ne ha comunque i galloni.

Sempre a proposito di fiamme, Fausto Orsomarso insiste invece sulla candidatura di Pietro Manna, il quale non ha forti esperienze politiche dirette (è un segretario comunale, con trascorsi da dirigente regionale nell’era Scopelliti). Ha, però, un pedigree missino di tutto rispetto: appartiene all’ultima generazione del Fronte della Gioventù cosentino, di cui ha fatto parte assieme all’ex vicesindaco Luciano Vigna e allo stesso Orsomarso. Camerati di merende.

Resta in campo, sempre a proposito di fiamma, la candidatura di Fabrizio Falvo, già consigliere provinciale e più volte consigliere comunale. Professionista stimato, Falvo è l’erede di una tradizione familiare importante: suo padre, l’ex deputato Benito, è stato per decenni sinonimo di destra, a Cosenza e non solo. Per lui simpatizza essenzialmente Luca Morrone, che tuttavia si allineerebbe senza problemi alle decisioni della coalizione (più realisticamente, ai diktat dello stato maggiore).

Una variabile a questa partita interna alla destra, la porta il già menzionato Franco Pichierri, che per puntellare le sue ambizioni regionali, starebbe preparando più liste a Cosenza. Anche nel centrodestra il quadro è complesso. Forse non incasinato come quello del Pd e di chi gli fa concorrenza a sinistra, ma comunque divertente.

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