SPORTELLATE | Modesto, Millico e un coraggio da Leone

Il calcio piange il portiere che ha giocato con Reggina e Catanzaro, ricordando la tragica scomparsa del centrocampista cosentino Catena. Una settimana in cui il Crotone non decolla, I Lupi perdono partita e Millico. Un pari per il Catanzaro e la Vibonese non vince nemmeno con il Potenza

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Oggi e domani in Calabria voteremo tutti o chi ci crede ancora. Negli articoli sportivi come questo, nei seggi elettorali, nelle chiese sperando in una grazia.
Io, visto che ho sempre considerato il pallone una sorta di specchio della politica e viceversa, darò i voti qui dentro con le stesse incertezze di fondo con cui li darò fuori da qui.
Osvaldo Soriano, grande narratore argentino di fútbol e rifugiato politico durante la dittatura di Jeorge Videla, sosteneva che il calcio è dubbio costante e decisione rapida. Un po’ come una x da mettere su una scheda piena di simboli, mi verrebbe da dire. Ognuna, però, con la sua anima a cui dare ascolto.

Il Modesto triste

La conferenza stampa post Crotone-Ascoli (2 a 2) di Francesco Modesto è stata cupa ma leggera, a tratti persino soporifera. Nessuna domanda scomoda e tantissimi complimenti (giusti, per carità) da parte dei giornalisti per la prestazione convincente e sfortunata della sua squadra. L’allenatore ha utilizzato, senza alcun risparmio, tutte le frasi standard del caso: «Prendere il gol del pareggio a cinque secondi dalla fine sa di beffa»; «entrare nello spogliatoio a fine partita non è stato facile»; «i ragazzi hanno messo in campo tutto quello che avevano»; «siamo stati puniti da un episodio» e così via.

L’allenatore del Crotone, Francesco Modesto

Gli Squali barcollano dopo 7 giornate

Effettivamente stavolta agli Squali non si può contestare granché. La gara l’hanno fatta loro e – qui la frase standard ce la metto io – meritavano molto di più. Ma al di là delle gentili parole di circostanza, resta un problema che neanche gli eterni ottimisti possono nascondere sotto il tappeto: dopo sette giornate di campionato quella che, a detta di esperti e non, doveva essere una candidata alla promozione in serie A, barcolla nelle posizioni di bassa classifica con quattro punti, neanche una vittoria all’attivo e lo sguardo del suo condottiero che sembra volerti dire: io più di così non so che fare. Sia chiaro, le altre big del torneo o presunte tali, non è che stiano facendo sfracelli, vedi soprattutto il Parma e il Monza dei veterani Buffon e Berlusconi.

Peccati di gioventù

Il Crotone, però, bisogna ammetterlo, sembra avere qualche lacuna che richiede maggiore attenzione. Più che altro per l’inesperienza della sua rosa, la più giovane del campionato. Vrenna e Ursino sono stati bravi come al solito a portare nella città di Pitagora alcuni tra i migliori talenti in circolazione come i nazionali Under 21 Mulattieri (5 gol) e Canestrelli (sue le due reti di ieri a cui è seguita un’espulsione sciocca), ma c’è il sospetto che tutto ciò non basti a reggere il peso di un progetto ambizioso. Intorno a ragazzini dal futuro assicurato, al momento i vari Estévez (6.5), Molina (6) e gli alti e bassi cronici di Benali (ieri da 5 in pagella) non tengono botta. D’altronde, lo stesso Modesto ha ammesso che manca sempre quel pizzico di furbizia che potrebbe permettere a suoi ragazzi di dare un senso alle buone prestazioni che finora non sono mancate quasi mai. E allora che fare? Niente di particolare, a parte, naturalmente, lavorare e attendere umori, risultati e parole migliori.

Voto 4 alle intramontabili beffe a tempo scaduto, 5.5 alle frasi standard.

 

L’incubo di Vincenzo Millico

Sette mesi fa, con un post di Instagram, si era sentito in dovere di chiedere scusa a tutti. A chi lo aveva sempre incoraggiato e a chi gli era stato vicino, « soprattutto in questa stagione così terribile che sembra un incubo ». Dal ritiro estivo fino a quel 4 marzo, era stato costretto ad alzare bandiera bianca per ben sei volte: tre con il suo Torino (affaticamento muscolare, positività al Covid e distrazione alla coscia destra) e tre con il Frosinone (sempre a causa dei suoi muscoli di cristallo). Una sorta di Giuseppe “Pepito” Rossi, oppure, per non andare troppo indietro con la memoria, un piccolo Stefano Sensi. Aveva chiesto scusa Vincenzo, come se farsi male giocando a pallone fosse una colpa. Ieri, ad Alessandria, con addosso la maglia da titolare del Cosenza, è arrivata l’ennesima batosta dopo uno scatto apparentemente innocuo: dolore al flessore e giù le lacrime. Mentre scrivo, non si conosce ancora l’entità del suo guaio, c’è chi lo sottovaluta e chi no. Si può comprendere, invece, il suo dolore.

Le lacrime di Vincenzo Millico ad Alessandria dopo l’infortunio

Senza guai fisici avrebbe giocato il Derby della Mole

Ad appena 21 anni Millico ne ha già passate non poche. Senza guai fisici, uno come lui non giocherebbe a Cosenza e neanche in serie B. Senza malasorte, ieri pomeriggio, anziché quella dei Lupi, avrebbe indossato la maglia granata nel derby con la Juventus. E, magari, grazie al suo talento, quella partita sarebbe finita in un altro modo. Invece, anche per il suo infortunio, a cui si aggiungono il portiere Vigorito e il difensore Väisänen, la squadra di Zaffaroni con i Grigi (vittoriosi 1 a 0) ha dato spazio a una performance dimenticabile. Magari utile per il futuro ma, nel presente, abbastanza antipatica, in special modo nell’atteggiamento, molto simile a quello messo in mostra dal presuntuoso Crotone al “San Vito-Marulla” una settimana fa. Come se le tre vittorie consecutive su quattro avessero fatto scordare da dove si viene e dove si spera di andare.

Frenato l’entusiasmo dei Lupi

Insomma, è bastato un avversario con una mentalità battagliera da Lega Pro (alla sua prima vittoria in B dopo 46 anni) per riportare l’entusiasmo sulla terra ferma. Al “Moccagatta” è andato tutto storto: dagli infortuni alla superiorità tecnica sfruttata male, dalle sostituzioni ai virtuosismi inutili dei fortissimi Eyango (5) e Caso (4.5). Soprattutto quest’ultimo ha dimostrato di avere qualche difettuccio di generosità verso il prossimo: non passa la palla neanche quando a chiederglielo, in ginocchio, è la sua coscienza. Insomma, durante la pausa, Zaffaroni avrà molto da (ri)lavorare sulla testa e, qualunque sia la sua fede, da pregare affinché i “feriti” possano rimettersi in piedi al più presto.

Lo striscione per Mimmo Lucano

Finale con una nota di cronaca sociale, che a sinistra avrà fatto piacere, a destra molto meno, nel PD chi lo sa veramente? Ieri, dal settore ospiti occupato dai tifosi cosentini, sono spuntati fuori due striscioni, uno per ricordare Enzo Spinello, un tifoso dell’Alessandria scomparso di recente, l’altro con su scritto “L’umanità non si processa. Mimmo Lucano innocente”. In entrambi i casi, standing ovation dell’intero stadio.

Voto 9 a Millico per tutte le volte che saprà rialzarsi, 10 all’umanità.

 

Reggina senza punti e punte

A differenza di Nino Spirlì (uno dei tifosi reggini più famosi del momento) che si è sempre detto sicuro del primo posto della sua squadra alle elezioni regionali, Massimo Taibi, serio e affidabile direttore sportivo amaranto, non ha mai parlato di vittoria del campionato. E lo ha precisato a chiare lettere nella settimana appena conclusa. Un voler mettere le mani avanti per evitare facili entusiasmi e cadute rovinose? Forse. Ma, in fondo, si sapeva già.
Giusto per rimanere ingiustificatamente nel campo politico-calcistico, la Reggina, pur essendo una squadra solida, ad oggi non ha la forza e gli avversari strampalati del centrodestra calabrese. Lo ha dimostrato la sconfitta evitabilissima di ieri contro un’altra entità indefinita (più o meno come Spirlì) del momento: il Pisa (2 a 0).

 

Fortuna toscana

È vero, il team toscano ultimamente sembra essere unto dal Signore: gol stratosferici, regali degli avversari in abbondanza e fortuna sfacciata. Addirittura il suo attaccante principe, tale Lucca da Moncalieri (che già Taibi aveva adocchiato tempo fa senza riuscire a portarlo in Calabria), potrebbe finire presto nella nazionale campione d’Europa di Roberto Mancini. Ma nonostante tanta grazia, almeno un punto si poteva portare a casa lo stesso. Lo ammetto, guardando la partita ho pensato anch’io, come tanti, a quanto la formazione di Aglietti fosse stata scalognata negli episodi chiave della gara; autogol di Cionek (5), errori sotto porta di Galabinov (5), Rivas (6) e Cortinovis (6), rigore ed espulsione ingenua di Micai (4.5). Poi, però, mi sono detto che il calcio è questo. Lo so, non una riflessione tra le più ingegnose del secolo, ma comunque onesta. La Reggina ha perso per la prima volta quest’anno anche perché ha fallito delle occasioni da rete che, per professionisti della materia come quelli citati poco sopra, dovrebbero essere un gioco da ragazzi. Sette gol realizzati in sette partite sono poca roba. Basterà il prossimo ritorno di Menez ad invertire la rotta?

Voto 3 alla mia domanda.

 

I se del Catanzaro

Fra le tante frasi pronunciate negli ultimi tempi dal tecnico giallorosso Antonio Calabro per giustificare l’andamento lento della sua corazzata (giovedì ad Avellino è arrivato il quinto pareggio di fila), ce n’è soprattutto una che ha attirato la mia attenzione. Niente di particolare, sia chiaro, ma se ne parlo è perché subito dopo averla ascoltata, ho pensato (devo ancora capire se con nostalgia o meno) a Vujadin Boškov, l’allenatore serbo dalle battute fulminanti.
Erano le fasi successive della gara pareggiata al “Ceravolo” 1 a 1 con il Catania e, incalzato dalle domande dei giornalisti che chiedevano spiegazioni sulla scarsa brillantezza della sua squadra, il mister pugliese aveva replicato in questo modo: «Se oggi avessimo fatto un gol in più degli avversari, il vostro giudizio sulla prestazione sarebbe stato diverso. Io lo so che è così».

Ammetto di aver riflettuto a lungo su questa cosa e, obiettivamente, a quasi una settimana di distanza dall’accaduto, non me la sento proprio di contraddire Calabro. In sintesi – e spero di non sbagliarmi – ha dichiarato che se il Catanzaro avesse vinto, tutti gli avrebbero fatto i complimenti. Che dire se non chapeau.

Voto 8.5 alle verità lapalissiane, s.v. alla nostalgia.

 

Delusione Vibonese

Niente da fare. C’è poco da aggiungere su quanto già scritto nelle ultime settimane. Oggi per il team rossoblù era attesa l’ennesima svolta del campionato. Dopo la sconfitta infrasettimanale con la Paganese, si affrontava il Potenza, penultimo in classifica, in poche parole non una macchina da guerra. L’occasione per smentire le critiche e i malumori era lì, a portata di mano. Ma, come detto, non c’è stato niente da fare. Nel finale di partita, al vantaggio ipponico realizzato da Vergara, ha replicato Zampa per i lucani. Morale della storia, se ne resta una: se non si vincono neanche queste sfide, il destino della squadra di D’Agostino (che a questo punto rischia grosso) sembra segnato.

Voto 3 come i punti in classifica.

 

La sua curva

Pochi giorni fa, esattamente il primo di ottobre, è ricorso il triste anniversario della morte di Massimiliano Catena, talentuoso centrocampista del Cosenza calcio a inizio degli anni ‘90. In quel tragico giorno del 1992, dalle parti di Tarsia perse il controllo della sua automobile e la vita. A soli 23 anni. Stava tornando da Roma dove era andato a trovare suo padre Monaldo, malato gravemente. Max, così come lo chiamavano tutti, gli aveva raccontato del suo bellissimo gol alla Ternana, realizzato quattro giorni prima allo stadio “San Vito”. Una botta imparabile da venticinque metri, proprio sotto la Curva Nord ancora in costruzione e che, strana beffa del destino, avrebbe poi portato il suo nome.
L’esordio da giovanissimo in serie A con la maglia del Torino nella sfida col Cesena, e poi tante prestazioni da applausi, su tutte quella contro il Milan del trio olandese Gullit-Van Basten-Rijkaard.

Massimiliano Catena, talentuoso centrocampista dei Lupi prematuramente scomparso nel 1992

Era un predestinato, dopo la gavetta di Cosenza avrebbe sicuramente spiccato il volo, lo dicevano tutti. Invece non è andata così. 29 anni fa, e non sembra neanche ieri. Nelle ultime settimane, quella curva, dopo un lungo silenzio, si è ripopolata nuovamente di cori e passione rossoblù. Da quel momento, sotto quella curva, si realizzano soltanto gol straordinari. Alla Massimiliano Catena.

Voto 10 a quel bolide eterno da venticinque metri.

 

Un coraggio da Leone

Dopo Catena, chiudo con un’altra vita spezzata sul più bello. Ieri 2 ottobre, Daniel Leone, ex portiere campano di Reggina e Catanzaro, ha gettato la spugna definitivamente a causa di un cancro al cervello. Nel 2014, proprio mentre militava nella squadra amaranto, aveva scoperto il suo male. L’immediato intervento chirurgico agli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria e una lunga fase di cure, gli avevano donato una forza incredibile e contagiosa, a tal punto da tornare in campo. Ma nel 2017 la bestia era tornata a farsi viva, chiudendo di fatto la sua carriera di calciatore. Poi una nuova operazione e tanti alti, bassi e speranze, svanite a soli 28 anni. Reggina e Catanzaro, nel loro messaggio di condoglianze, hanno ricordato l’incredibile coraggio dimostrato dal loro numero uno. Io chiudo come ho iniziato, con una frase semplice e innocente di Osvaldo Soriano: «Sono così le storie del calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni».

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