STRADE PERDUTE| Si fa presto a dire “Calabria”: a ciascuno il suo Nord-Est

In bilico tra due regioni. Terra di confine dove il sentire lucano resta forte. L'altissimo Jonio vive un tempo sospeso. Castelli, strade che si inerpicano e resti archeologici. Paesi non lontani dalle forzature della Matera capitale della cultura. E che vedono Taranto, non Cosenza, come madrepatria

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Stavolta proviamo a entrare in Calabria dall’angolo in alto a destra. Una strada oggi ancora pericolosa, ma antica e in perenne via di ammodernamento, scende lungo tutta la costa altoionica pugliese, lucana e ca­labrese. Il tratto lucano, dritto, monotono e trafficato non meno degli altri, è battuto spesso da un sole impietoso, allontanato ogni tanto da qualche filare di eucalipti. Ad est il mare, in lontananza la costa salentina o quasi. Ad ovest le campagne: vite e grano in prevalenza. Anche questa strada, sebbene priva di dislivelli e di particolari asperità, era piuttosto sconsigliata fino a tutto l’Ottocento. Figurarsi – ho le prove – che quando nel 1865 una giovane di Roseto Capo Spulico dovette sposare un nobile di Pisticci, la famiglia di lei vi si recò in barca, facendo scalo a Metaponto. E non certo per diletto.

La Calabria che non c’è

Benvenuti in Calabria? Nemmeno stavolta. Non del tutto, almeno. Mettiamo piede in quest’isola nell’isola, nell’Alto Ionio Cosentino, appunto. Un recinto di cui non si capisce ancora bene dove stia l’inizio e dove la fine. Vada per i confini geografici (una fiumara o l’altra, a sud o a nord, poco cambia; qualche crinale che fa da spartiacque ad ovest; il mare, indiscutibilmente, ad est); vada per i confini linguistici (la famosa – davvero? – Area Lausberg), vada per quelli ufficiali (la Comunità montana?); ma io mi attengo ai confini “umani”. Non siamo forse più in Basilicata (e dico forse), ma col cavolo che siamo davvero in Calabria. Targhe a parte, prefissi telefonici e codici di avviamento postale a parte, non c’è proprio niente che possa suggerire d’essere entrati in provincia di Cosenza.

La zona altoionica nell’Italia di Giovanni Antonio Magini (1620)

Chi vive qui ha come punto di riferimento nemmeno Matera, no, ma addirittura Taranto (due Regioni più in là, come se niente fosse). Il suo ospedale, ad esempio, o i centri commerciali lucani. A Cosenza, proprio, nemmeno ci pensano. In comune neppure l’accento e, soprattutto, nemmeno gli atteggiamenti o l’umorismo, lo spirito. E del resto si tratta di un brandello di territorio che storicamente ha altalenato nella sua pertinenza ora alla Calabria ora alla Basilicata. E non solo: periodicamente, numerosi gruppi di cittadini di queste zone si uniscono proprio per chiedere l’annessione alla Basilicata.

Perché se l’attuale territorio della provincia di Cosenza corrisponde pressoché fedelmente a quello della plurisecolare Provincia di Calabria Citeriore, è pur vero che il suo ultimo lembo nordorientale si trova attualmente al di là di quella Petra Roseti che per lunghissimo tempo ha segnato il confine fra la Val di Crati e la Terra Giordana, indicando perciò l’ingresso in Lucania. Come a dire che nel Cosentino c’è un Alto Jonio, sì, ma pure un Altissimo Jonio dall’anima ancora più estranea: Rocca Imperiale, Canna, Nocara.

Nocara, Armi S. Angelo, rupe ovest

Lasciando la SS 106

Anche qui, come sull’altra costa, tanti paesi hanno voltato le spalle ai monti e alle campagne per mascherarsi in chiave balneare finché si può. E allora anche qui, per non farmi ingannare, provo per una volta a bypassare la 106 e a inerpicarmi per una strada che non conosco. La prima strada che valichi il confine più all’interno rispetto a quest’ultima. La prima non sterrata, intendo; la prima che porti da qualche parte, manco si trattasse del confine USA-Messico, Serbia-Montenegro (e chi più ne ha più ne metta), da controllare a vista attraverso pochi varchi e troppi doganieri nevrotici. E allora parto da Valsinni (MT) e prendo una stradina fortunosamente asfaltata.

I miei appunti sul cruscotto parlano chiaro, non c’è che dire (mi rifiuto di usare i navigatori e suggerisco di fare altrettanto): “a sinistra al bivio per Rotondella / al cippo a sinistra / al bivio dopo il cippo: a destra per Nocara / al bivio tra i faggi: a destra”. Più chiaro di così… Dopo vari tornanti su pendenze discutibili su per il Monte Coppolo e qualche bivio enigmatico, da testa o croce, la stradina mi porta esattamente dove volevo. Diciamo in Calabria. Ma sarebbe meglio dire nel pieno dell’Alto Medioevo, a Serra Maiori, giusto ai piedi dei resti della cittadella di Presinace. Un po’ come a Frittole.

Un angolo della zona archeologica di Presinace

Riti e palazzi

Da qui posso continuare a occhi chiusi, quindi mi fermo e invece li apro, perché in pochi posti vale la pena farlo come in questo. Ci sono già stato e ci sono tornato almeno altre tre volte: 10 minuti (a piedi) dal bivio per l’area archeologica e si arriva nel punto in cui la stradina passa in mezzo alla fenditura tra due magnifiche rocce: è l’Arma dei Gatti, o le Armi S. Angelo (‘armi’ alla greca, nel senso di ‘grotte’). Un giovanissimo Lorenzo Quilici (Siris-Heraclea, Roma, 1967) vi trovò sulla sommità vasellame magnogreco e indizi della remota presenza di un luogo di culto.

Da qui veniva poi la pietra utilizzata un paio di secoli fa per i portali dei palazzi nobiliari di mezza Calabro-Lucania, qui leggenda vuole che si facessero – ancora in tempi non lontanissimi – riti pagani per supplicare fertilità. Di certo non è un sito che possa lasciare indifferenti: vento costante, anche ad agosto può esserci nebbia (vi assicuro), si cammina su un crinale stretto, ad ovest lo sguardo scivola verso le campagne lucane, giù per la valle del Sinni, e sconfina fino a chissà dove, cime dopo cime, abbracciando mezza Basilicata.

Armi S. Angelo, le rupi viste da nord (foto L.I. Fragale, 5.8.20)

Fuori dal contemporaneo

Ad est lo sguardo rotola in Calabria verso le campagne di Rocca Imperiale e il mare. Anzi, da qui si gode una prospettiva del tutto inusuale: il castello di Rocca Imperiale lontano, minuscolo, giù in basso, mostra i suoi bastioni posteriori sulle rupi spoglie, senza il paese a fargli da solita cartolina presepiale ai suoi piedi. Sembra di intravedere Adso e Guglielmo da Baskerville, avvolti nei loro mantelli, Brunello che si gettava felice nelle feci umane sotto la torre. Ma che bestia! Che cavallo! E invece c’è solo rumore di vento, campanacci di vacche, un toro che se le controlla, una minuscola sorgiva in mezzo all’asfalto (è una sorgiva, è una sorgiva, niente tubature a quest’altezza).

Il castello di Rocca Imperiale, visto da ovest

“Da qui, messere, si domina la valle…”, diceva Astolfo. E invece no, è soltanto un’oasi che resta tagliata fuori dal contemporaneo: il capoluogo della provincia a due passi da qui è stato Capitale Europea della Cultura nel 2019 (che sembra già un decennio fa). Ma di quale Cultura, l’abbiamo notato? Queste erano le categorie di classificazione dei vari eventi: Digital / Sport / Design and architecture education / Circus / Food / Dance / Street art / Contemporary art / Classical art / Theater / Photography / Cinema / Music / Literature (quest’ultima categoria è stata confinata in altri paesi fuori dal capoluogo).

Nessun evento a Matera ma ben 4 letture di brani a Melfi e Rapolla, una delle quali alle 10:00 di mattina del 30 marzo: come non esserci?; uno a Villa d’Agri; uno addirittura nella lucanissima Brescia; un contest di poesia a Muro Lucano – ma perché poi la poesia si presta tanto alle competizioni? boh – e ben 9 a Policoro, di cui 5 sul ‘giallo’ lucano, nuovo genere di cui non s’aveva notizia. E nessuna menzione di Albino Pierro, di Rocco Scotellaro, di Isabella Morra (e chi se li ricorda più? anzi, chi li ha mai letti?). Ma, soprattutto, mancano alcune paroline: History, Anthropology, Nature, Landscape/Environment e magari qualcosa d’affine, che in un programma del genere ci si aspetterebbe pure (perché mica in queste terre c’è mezzo Parco del Pollino, mica è un pezzo di Magna Grecia, mica Alan Lomax o Ernesto De Martino ci hanno messo mai piede, no).

Armi S. Angelo, rupe est (foto L.I. Fragale, 5.9.17)

Tutto il paese è mondo

Tutto insomma è declinato alla subcultura d’evasione. O a quella della fuffa del primo che si sveglia la mattina e si autoincorona fotografo o street artist quando non entrambe le cose o, peggio, curatore degli stivali dei suddetti. Tutto in sintonia con i gusti personali del discutibile direttore artistico di turno (artistico, appunto, eppure ben poco culturale). L’indirizzo, anzi, l’obiettivo mi pare chiaro e perfettamente in via di conseguimento. Continuiamo così, barattiamo ciò che abbiamo con ciò che non ci serve affatto.

Tutta l’Italia è paese. Anzi, tutto il paese s’atteggia a mondo. Cade a pennello il modo di dire delle nostre parti, “ni tìani munnu!”, che si rivolge di solito a chi ostenta ricercatezze, fisime o vittimismi smisurati. Nel frattempo, e prima che sia tardi, fatevi un regalo: andateci, a Nocara. Godetevi con estrema lentezza i tornanti che scendono giù per i suoi dirupi, in direzione Oriolo-Montegiordano, mentre qualche rapace vi volteggia in testa. State tranquilli, non ce l’ha con voi.

Nocara, vista da sud

 

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