Zes al palo, ora servono oasi nel deserto industriale

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Nella definizione degli incentivi per le Zes (zone economiche speciali) si è perso un sacco di tempo. La legge aveva individuato subito il credito di imposta sugli investimenti come attrattore delle imprese. Ci sono poi voluti due anni per stabilire che il meccanismo per l’assegnazione del credito di imposta poteva funzionare in modo automatico, senza passaggi di approvazione preventiva.

Qualche tempo in più è stato necessario per stabilire che anche le imprese di logistica erano destinatarie del credito di imposta, e quindi comprese nel perimetro dei soggetti che potevano beneficiare del pacchetto localizzativo delle ZES. Era una contraddizione in termini che da un lato si considerassero i porti e le aree logistiche come il cuore del sistema insediativo delle imprese, escludendo dall’altro il settore che doveva costituire la centralità dell’azione di politica industriale.

Semplificazione all’italiana

Sul nodo della semplificazione amministrativa, che costituisce in tutto il mondo uno degli assi fondamentali per la competitività delle ZES, sono stati spesi fiumi di inchiostro nel nostro Paese, senza riuscire a sfiorare per quasi quattro anni il tema in modo adeguato.

Solo con il Governo Draghi, a quattro anni dalla legge, si è giunti alla approvazione della autorizzazione unica per l’insediamento di una impresa. Nelle formulazioni precedenti, l’autorizzazione ZES si sovrapponeva a tutti gli altri procedimenti amministrativi esistenti (trentaquattro!), divenendo sostanzialmente uno strato aggiuntivo di cipolla, con una logica tipicamente nazionale di semplificazione: fare l’opposto del significato della pratica che si intende perseguire.

C’è la governance, non le azioni

Sulla governance si è egualmente perso un tempo spendibile in attività più produttive. La legge stabiliva che l’organismo di governo per ciascuna zona economica speciale era il comitato di indirizzo, con a capo il presidente della Autorità di Sistema portuale di riferimento e composto da rappresentanti del presidente del Consiglio e del ministro dei Trasporti.

Si erano appena insediati i comitati, quando la legge ha stabilito che ogni ZES avrebbe dovuto avere alla guida un commissario straordinario. Sinora solo la zona economica speciale calabrese si trova nella condizione di poter disporre di un assetto di governance completo.
Ma, ovviamente, disporre di un meccanismo di governo completo, non vuol dire di per sé riuscire ad indirizzare fenomeni economici complessi.

La legge istitutiva delle zone economiche speciali lascia alle Regioni la possibilità di emanare provvedimenti autonomi e specifici che siano in grado di rafforzare il pacchetto di attrazione per la localizzazione degli investimenti. Allo stato, non risulta alcuna azione messa in campo dalla regione calabrese.
Nella implementazione dei processo di attuazione, infine, siamo a carissimo amico.

Non solo economia

L’esperienza internazionale testimonia che non basta solo chiarezza nel pacchetto localizzativo per poter attrarre le imprese sui territori. A caratterizzare le esperienze di successo è stata la capacità di articolare un sistema di meccanismi e di misure non solo di carattere normativo ed economico, che pure sono indispensabili.
Serve una azione di marketing e di comunicazione capace di porre in evidenza tutte le qualità dei territori che non sono esplicite negli incentivi economici; la presenza di centri di ricerca all’avanguardia, le caratteristiche del capitale umano, la rete delle istituzioni con le quali si potrà collaborare.

La fase di attuazione richiede un concerto tra le istituzioni nei diversi livelli di governo, la collaborazione del sistema bancario e finanziario, un tessuto di regole certe nella giustizia capace di affermare la legalità, la collaborazione costante tra imprese ed Università.
Solo se si determina la convergenza degli strumenti di politica economica con lo strumento della zona economica speciale e se tutte le istituzioni lavorano in maniera coordinata, si possono allora conseguire risultati positivi. Altrimenti, avremo sprecato questa ennesima opportunità.

Oasi nel deserto

Per la Calabria, la zona economica speciale è ancora più cruciale che per il resto del Mezzogiorno. Il deserto industriale va popolato almeno con alcune oasi produttive che comincino ad essere fattori di inversione di tendenza, luoghi di sviluppo e di legalità, per dare opportunità ai giovani, per evitare lo spopolamento che prosegue da tempo, per alimentare la crescita del Porto di Gioia Tauro, che non può essere solo luogo di smistamento dei contenitori ma deve diventare anche una finestra logistica per il territorio calabrese.

Per poter evitare di sprecare questa ennesima opportunità, si tratterà di mettere a sistema la zona economica speciale di Gioia Tauro con il Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza. Solo se gli investimenti pubblici del PNRR che saranno previsti per la Calabria si incroceranno con il pacchetto localizzativo per l’attrazione del capitale internazionale potranno costruirsi le condizioni per far arretrare il deserto industriale che oggi soffoca ogni opportunità di sviluppo. Per questo serve un patto tra istituzioni, imprenditori, forze sociali. Ma soprattutto serve che la cappa di immobilismo va sradicata da una forte volontà di cambiamento.

LEGGI QUI LA PRIMA PARTE DELL’ANALISI

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