Giufà, Grotowski e quel garage eretico: la buona compagnia di Antonante

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Ci sono ricordi che contano molto, perché diventano fatti, luoghi, cerchie di persone. Ci sono persone che in mezzo a un corteo di amici, spiccano perché raccontano molto non solo di te e del tuo mondo, ma anche di una città e di un certo tempo della vita. A volte anche di più. Dato che ci sono figure che diventano (e sono, persino senza saperlo o volerlo) storia: senza le quali mai si sarebbe avverato un cambiamento, e mai sarebbe accaduto un vissuto collettivo e individuale.

Una persona unica

E ci sono luoghi che per questa via diventano movimenti, istituzioni, posture, compagnie, modi di essere. E quelle persone speciali che hanno fatto tutto questo e sono lo spirito di quei luoghi, le vorresti sempre con te. Te ne accorgi col tempo, a distanza. A cose fatte. Quando mancano di più. Antonello Antonante era uno di queste persone indispensabili e uniche, e il teatro dell’Acquario – che era casa sua-, uno di quei luoghi speciali. L’involucro che ha dato forma alle mille metamorfosi che il teatro rende possibili. Abbiamo tutti la nostra prima memoria teatrale. La mia risale alla fine dei ‘70 e ai primissimi anni ‘80, e mi riporta a Cosenza, lì, al Teatro dell’Acquario. Io ero uno studente di provincia, nemmeno ventenne, appena iscritto al primo anno di filosofia all’Unical.

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Il palcoscenico del teatro dell’Acquario

Il garage metropolitano ed esistenzialistico

L’Acquario–Centro Rat era uno di quei posti in cui nasceva il cambiamento di questa regione difficile. Era sorto in mezzo ai palazzoni anonimi di una via secondaria discosta dal centro cittadino, quasi a bocca di fabbrica del vecchio stadio in cui giocava la Morrone, nella zona di espansione anni ‘60 di Cosenza. Un luogo che a cominciare dal nome evocativo, tra l’avanspettacolo e la cantina esistenzialista, di quei tempi tra i benpensanti cosentini si usava definire “off”. Di fatto aveva l’aspetto un po’ losco, anarchico e complice di un garage metropolitano (e come deposito-garage fino a poco prima era servito) in cui succedevano cose importanti e un po’ strambe, per Cosenza, per noi che eravamo giovani, per la Calabria di allora.

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Il manifesto del Living Theatre a Cosenza

Grotowski a via degli Stadi

Era già l’incubatoio di tante novità che stavano per prendere vita. Era un teatro nato dal basso del Centro Rat di Antonante, con azioni teatrali che erano concepite per il fondale della strada, in mezzo alla vita quotidiana dei quartieri popolari, sorti dai laboratori della sperimentazione del “teatro povero”, senza palcoscenico, portati in giro sugli sterrati in mezzo ai casermoni di periferia di via Caloprese, via degli Stadi, via Panebianco. Ma c’erano già stati gli spettacoli memorabili su testi di Grotowski e Genet, e i mitici happening teatrali degli anarchici del Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina.

Il garage diventa teatro dell’Acquario

Poi venne il teatro degli spettacoli sotto un tendone da circo era il tendone del Circo Marius, che Antonello comprò a Roma, in una specie di trattativa-svendita che era già teatro. Quel tendone di fortuna ospitò gli spettacoli sull’utopia di Campanella e la riattualizzione critica dei canovacci di “Mascare e Diavuli” della commedia dell’arte, conGiangurgolo in commedia” (e Antonello era lui stesso Giangurgolo), fino a quando il 7 marzo del 1981 non fu inaugurato in quel mitico garage-capannone, ex palestra polisportiva ed ex deposito, ripulito e riadattato a sala con sedute ricavate da panconi di legno e sedie pieghevoli, di via Galluppi 15-19, il Teatro dell’Acquario.

Un teatro con gente libera e anticonformista

Il primo spettacolo messo in scena fu «un Woyzeck bellissimo di Buchner, di Libera Scena Ensamble, per la regia di Gennaro Vitiello», ricordava Antonello. Erano tempi buoni per la cultura e il teatro nella Cosenza di allora, quando assessore alla cultura era stato chiamato uno come Giorgio Manacorda. Da quel 1981 il Teatro dell’Acquario cominciò a programmare con regolarità le sue produzioni e quelle delle compagnie «provenienti da ogni parte, dall’Italia e dall’estero». Anch’io da quel momento in poi presi a frequentare assiduamente quel posto magico, anche fuori dagli orari degli spettacoli. Di quel posto mi piaceva l’atmosfera confidente e alternativa, l’aria chiusa che sapeva di polvere e fumo, i rumori delle macchine di scena, il buio in cui ci si poteva calare a tutte le ore. La gente che ci trafficava, che stava intorno e dentro quel garage fuori mano per fare teatro, aveva qualcosa di speciale. Era attraente, libera, anticonformista. Recitavano, avevano storie strane, vivevano su un palcoscenico, viaggiavano.

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La locandina del “Woyzeck” di Buchner

Un po’ circo un po’ santuario

L’Acquario aveva qualcosa che mi ricordava sempre un misto di odore di circo e di santuario. Bastava quello per dargli l’alone improrogabile di un’urgenza, una calamita: in quegli anni di fermenti, lotte e utopie all’Acquario si doveva andare. Per il teatro, per l’arte, per la politica, per le ragazze. Per tutto il resto che poi è diventato importante, importantissimo almeno per me. E io ci andai, come tanti, e cosi divenni spettatore di teatro. E scoprì lì che il teatro mi piaceva e da allora continua a piacermi. Compravo l’abbonamento agli spettacoli quando potevo permettermelo. Ci andavo (e ci vado) ogni volta che posso e adesso sempre meno di quanto vorrei.

È uno di quei luoghi che col tempo è diventato indispensabile: arrivare lì ed entrare in quel luogo (anche se oggi che per sopravvivere alla morìa culturale di questa città è diventato teatro-bistrot, è molto cambiato rispetto ad allora) mi emoziona sempre; mi intimidisce, mi affascina, mi diverte, mi ci sdoppio. Come succedeva la prima volta, allora, quasi quarant’anni fa. Forse anche per questi motivi l’Acquario e la sua gente, Antonello e Dora su tutti, divenuti col tempo amici da quegli anni, col tempo non l’ho più persa di vista.

La legge per riconoscere il Centro Rat

Da consulente dell’assessore regionale alla Cultura Augusto Di Marco, alla metà degli anni ’90 mi adoperai per il varo di una legge specifica per il riconoscimento del Centro Rat (LR 27/’95), che ne istituzionalizzava la funzione di teatro stabile di produzione e sperimentazione teatrale. Ma anche successivamente a quella legge, la «classe politica di questa regione, distratta, arrogante, sonnacchiosa», come scrive lo stesso Antonello Antonante in una intervista del 2011 alla storica del teatro Valentina Valentini, lasciò quella legge lettera morta, decretando di fatto il declino del centro Rat e la crisi, in cui ancora oggi si dibatte senza trovare sbocchi, l’insieme del vivacissimo movimento teatrale cresciuto nel frattempo intorno all’esperienza teatrale fondata a Cosenza da Antonante.

Per noi poi vennero altre cose. Tanti incontri e una consuetudine durata fino agli ultimi anni, quando mi chiedeva di venire gratis agli spettacoli a patto che gli scrivessi una recensione, poi i tanti progetti scritti e tentati, collaborazioni che poi per qualche motivo diventavano impossibili, e il rapporto sempre difficile con la città e e le istituzioni di questa regione che non ama la cultura e il teatro.

Antonello Antonante con l’immancabile basco

Giufà e il mare

Poi libri, per me importantissimi. Come il ricco volume-memoriale Centro Rat Teatro dell’Acquario – Trent’anni di differenza di cui Antonello e Dora mi affidarono la curatela, con testimonianze, che raccoglieva tra gli altri di Giorgio Barberio Corsetti, Gianfranco Berardi, Alessandro Bergonzoni, Toni Servillo, Valentina Valentini, Valeria Ottolenghi, Saverio La Ruina, Alfredo Pirri, che feci uscire per Abramo editore nel 2011, quando la parabola dell’Acquario, privo di aiuti e di attenzioni dovute, scendeva purtroppo dentro la crisi istituzionale che ancora avvolge tutto il teatro di ricerca calabrese.

Infine ci fu il bellissimo Giufà e il mare, un testo divertente e profondo frutto di uno spettacolo-ricerca realizzato per il teatro di Antonello, che lui stesso aveva condotto sulle fonti mediterranee di questo personaggio universale e concorde emblema dell’animo e della narrativa popolare, che pubblicai ancora per Abramo nella collana “Teatro in tasca”.

La tribù dei teatranti

Per me resta il fatto che l’ambiente che girava intorno al teatro dell’Acquario e al centro Rat, negli anni, è diventato ed è rimasto anche in mezzo alle crisi convulse alle trasformazioni catastrofiche degli ultimi anni, un punto archimedico nella mia vita. Li sono nate conoscenze, amicizie e storie che per ragioni diverse hanno avuto la forza di cambiare anche il corso della mia età d’uomo. Come scrivono in molti in queste ore dopo la sua morte, Antonello con la sua meravigliosa tribù di teatranti è stato un faro colto e cosmopolita in una città che si è via via rassegnata a restare piccola e chiusa. Lui e suoi spettacoli, il suo teatro, finché sono rimasti accesi hanno tenuto viva una speranza in questa città scaltra e annoiata, che senza luoghi e persone come lui e l’Acquario si ritrova adesso è ancora più buia e spenta di idee e di cose belle.

Il programma della stagione 1976/1977 della Tenda di Giangurgolo

Un sorriso da vecchio marinaio

Per molti della mia generazione il teatro non è stato il Rendano, con i suoi stucchi, le signore impellicciate ai galà delle prime, né le rappresentazioni classiche e paludate di autori noti e compagnie di grido. Ma la polvere, il buio, il fumo, le pensate astruse, i copioni stridenti, i commenti salaci e le risate oscene, le compagnie off e gli strani spettacoli dell’Acquario. Oggi di Antonello mi ritorna in mente la sua faccia da Giangiurgolo e il suo nasone a melanzana, il suo sorriso affabile e obliquo da vecchio marinaio d’avventure, sempre affabile, giocoso e arruffato come un vecchio Giufà. L’eredità che Antonello Antonante lascia a questa città immemore e a questa Calabria distratta è una eredità fragile e luminosissima.

Ci dice che il teatro è una cosa viva, è un’azione costruita da persone che il teatro vivono. Esiste se lo fai esistere il teatro, insieme ad altri, se crei una comunità, e non puoi farlo mai vivere da solo. Ecco perché Antonante e l’Acquario sono stati (e restano) il primo teatro di questa regione e di questa città. Ma Antonello è però già adesso ben più di un ricordo in questo arido e terribile scorcio di estate.

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