Stampa e bavagli, perché la Calabria deve dire basta

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La denuncia che appare sul nostro ed altri giornali calabresi oggi sottoscritta da gran parte dei loro redattori ha per oggetto le cosiddette querele temerarie.
Esse sono in realtà il modo con il quale l’arroganza ottusa di molti esponenti della politica, della cattiva politica, delle imprese, delle cattive imprese , della massoneria deviata, cioè della cattiva massoneria, cerca di intimidire gli operatori della libera stampa contando anche sulla lunghezza esasperante della giustizia nel giudicare molto spesso infondate le querele. Querele che hanno comunque inciso sulla qualità della vita dei destinatari per la pigrizia di alcuni magistrati che non esercitano, come il codice loro consente, il filtro delle carte imbrattate di nulla.

I problemi per la stampa libera

L’informazione in Calabria soffre di molti mali oltre quello, prevalente, dell’intimidazione. Nelle sue diverse modalità soffre il peso e il condizionamento della precarietà dei giornalisti e delle retribuzioni spesso indecenti, che creano la miscela perfetta per condizionare la libertà e l’incisività della stampa.

Ciascuno di noi giornalisti – e, per quanto ci riguarda, i colleghi che, liberi da ogni condizionamento, consentono a I Calabresi di essere fedele agli impegni assunti dalla testata – ha sperimentato la rabbia che suscita la querela anche solo minacciata, come altre forme di interferenza e di intimidazione, che nel passato, neppure troppo lontano, si sono camuffate perfino, con supremo sprezzo del ridicolo, nelle forme di un improbabile guasto delle stampatrici di un quotidiano.

L’Italia, la Calabria e l’informazione

In questo contesto ormai insopportabile si iscrive il documento al quale i redattori de I  Calabresi hanno aderito. Non basterà a fermare l’improntitudine di quanti si sentono gratificati solo da una stampa ossequiente e timorosa.
Chi ama l’odore del giornalismo libero non vi rinuncerà. Ne siano consapevoli.

Se la Calabria piange quanto a libera informazione, l’Italia non ride. Nel rapporto sulla libertà di stampa dello scorso anno il nostro Paese compare al 77° posto ( per altre fonti il 41°), ben oltre la seconda metà classifica in cui compaiono 130 Stati nei quali la libertà di stampa è ostacolata e perseguita. Non è un caso che tra gli ultimi classificati troviamo il Brasile di Bolsonaro e la Russia del nuovo zar Putin.

È un dato che preoccupa ed offende, specie perché ad esso concorre per la sua parte la Calabria che fa dire a un commentatore autorevole che «essa non ha una società civile, perché non ha un’opinione pubblica, per mancanza di un’informazione libera». E, aggiungiamo, tutelata dalle trappole piazzate dentro e fuori dalle aule dei Tribunali.

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