Se cresce l’università ma non la società che vittoria è?

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Il dibattito sul rapporto tra le università calabresi – in particolare la principale: l’Unical – e il territorio circostante continua. Due giorni fa era stato l’ex rettore Latorre a inviarci una lettera in cui spiegava come, a suo avviso, l’ateneo di Arcavacata avesse vinto la sua scommessa. Oggi – potete leggerla sotto – arriva la replica del suo collega Alessandro Bianchi, che il dibattito l’aveva avviato in prima persona rispondendo alle domande del nostro Pietro Spirito pochi giorni or sono. Bianchi non fa un passo indietro, il problema del mancato dialogo tra il mondo accademico e la realtà politica, sociale, economica e culturale resta: la prova tangibile è una Calabria che, pur ospitando un’università che continua a crescere, di tanta crescita beneficia e ha beneficiato ben poco.

Questo giornale vorrebbe che quel dialogo partisse per davvero, convinto che il ruolo della stampa debba essere quello di stimolare il confronto pubblico affinché una comunità si sviluppi. Non si tratta di attaccare questa o quella istituzione per il gusto di farlo, ma di contribuire tutti insieme alla crescita, culturale e materiale, della Calabria.
Anche per questo ci saremmo aspettati che al dibattito partecipassero non solo due protagonisti del recente passato come Bianchi e Latorre, ma anche chi oggi fa vivere e governa le nostre università e le nostre istituzioni. Niente di tutto ciò finora, solo silenzio e qualche sparuto post su Facebook. Restiamo fiduciosi però, convinti che per risorgere la Calabria abbia bisogno di tutti: di un giornale rompiscatole ma aperto ai contributi di tutti, di accademici un po’ meno isolati nel loro fortino, della società civile e della politica.

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Caro Rettore Latorre, carissimo Gianni,
ho letto con attenzione le tue considerazioni sull’Università della Calabria e non posso che condividerle avendo già detto – ma lo ripeto volentieri – che l’UNICAL, muovendo da una favorevole condizione di partenza, «ha saputo costruire una ricerca e una didattica di alto livello, come viene riconosciuto ormai da molti anni a livello nazionale». E sono d’accordo anche su quanto dici a proposito dei successi che ha conseguito nel settore della cosiddetta Terza Missione.

Detto questo devo osservare che il nodo su cui ho argomentato nelle mie risposte alle questioni sollevate da Pietro Spirito è del tutto diverso e non ha a che vedere con la qualità dell’UNICAL, bensì con il ruolo svolto dalle tre Università calabresi in rapporto alla realtà economica, sociale e culturale della Calabria.
Allora se mi viene chiesto in che misura le Università calabresi hanno interagito con la politica, l’industria, la società civile e le associazioni che il territorio esprime, non posso che rispondere che questa interazione è stata del tutto marginale perché questa circostanza mi sembra di una evidenza palmare.

C’è una qualche dimostrazione del fatto che uno di questi stakeholders abbia avuto dei benefici grazie al rapporto con le Università? O che la Calabria nel suo complesso se ne sia giovata se non per l’ovvia circostanza che molti giovani calabresi non sono stati costretti ad emigrare per studiare?
Se qualcuno conosce questa dimostrazione sarei lieto di sentirgliela enunciare.
È colpa delle Università? Direi molto più della Regione che, come ho già detto, «non ha mai considerato l’Università un interlocutore a tutto campo, un soggetto con il quale condividere le scelte di politica economica, sociale e territoriale». Che di fronte ad un simile atteggiamento le tre Università – non solo l’UNICAL – abbiano «teso a rinchiudersi nei loro confini culturali e disciplinari» è comprensibile, ma di fatto è quello che è avvenuto cosicché è venuto meno un apporto fondamentale di idee, di proposte, di progetti di cui la Calabria aveva – ed ha ancora – un disperato bisogno.

Peraltro sottolineo di aver detto che questo atteggiamento è stato delle Università calabresi e non solo dell’UNICAL, mentre non ho detto che l’UNICAL non è riuscita a «generare una ricaduta positiva sul territorio». Questa è un’affermazione che sta nell’apertura dell’intervista – che comunque condivido – ed è riferita a tutte e tre le Università, così come non ho detto che l’UNICAL “fatica a guardare oltre se stessa”, che è il titolo editoriale, perché – anche in questo caso – ritengo che questa fatica appartenga a tutte e tre le Università.

Quello che sicuramente ho detto è che l’UNICAL ha avuto un atteggiamento di distacco nei confronti delle altre realtà universitarie che nel tempo si andavano formando, quasi che questo rappresentasse «un delitto di lesa maestà» e che questa «è una delle ragioni principali della mancata costruzione di un sistema universitario regionale». Non ho da esibire fatti a conforto di questa affermazione, ma posso dire che è la netta sensazione che ho percepito nelle occasioni di incontro e confronto che, da docente e da rettore, ho avuto per molti anni con l’UNICAL. Purtroppo sono convinto che questo atteggiamento abbia impedito la formazione di un sistema universitario regionale, questo sì utile a costruire una forte interazione con le altre componenti del territorio calabrese.

È la sfida che richiami a conclusione della tua nota, ma se torniamo al nodo della questione sollevata da Spirito è una sfida che va giocata non solo guardando al proprio interno ma alla comunità economica, sociale e culturale della Calabria. In altre parole quello che oggi interessa più che mai non è se le Università calabresi hanno avuto successo e continueranno ad averlo – i fatti dicono che in una certa misura è così – ma se con il loro agire sono in grado di fornire un contributo fattivo al successo della Calabria, vale a dire a farla uscire dalla condizione di marginalità economica, sociale e culturale nella quale ancora versa.
Con la stima di sempre

Alessandro Bianchi
ex rettore Università Mediterranea

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