L’anima del centro storico contro l’orrore di vetro a piazza Toscano

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È un pregiudizio che ogni opera dell’ingegno sia intoccabile e debba godere di un rispetto aprioristico e incondizionato. A Cosenza basta imboccare l’angusta postierla che conduce da Lungo Crati Miceli a piazza Toscano  per trovarsi, una volta giunti all’aperto, al cospetto di una singolare architettura caduta dall’empireo dei concetti astratti nel corpo vivo di una città ferita. Guardando con sorpresa la macchinosa copertura in vetro, calcestruzzo eo ferrame che sormonta l’area archeologica si viene colti da una sensazione di orrore che lascia senza parole. Un effetto straniante, di stupore e disagio, costringe a interrogarsi sul senso di tanta sciatteria.

Una rovina contemporanea su quelle antiche

L’opera avrebbe dovuto nobilitare la piazza e valorizzare i resti di una grande domus romana tornati alla luce dopo i bombardamenti dell’ultima guerra. Sorprendentemente però, in breve tempo, il manufatto è divenuto esso stesso una rovina. Con tutta evidenza, a partire dal giorno della sua inaugurazione, l’opera è stata abbandonata a se stessa e all’incuria, nel chiasso delle polemiche fra addetti ai lavori e nel disinteresse della città intera.

I resti romani di piazza Toscano prima di essere coperti dall'attuale struttura
I resti romani di piazza Toscano prima di essere coperti dall’attuale struttura

L’orrore, al di là delle pur lodevoli intenzioni del progetto, assume qui le forme di un furore compositivo che ha generato un mostro di cui nessuno in concreto si sta occupando. Se ne parla, si promettono interventi risanatori, ma poi, nei fatti, nessuno se la sente di investire risorse in una missione impossibile. Ora si attendono le risorse del CIS, 90 milioni di euro deliberati per la realizzazione di alcuni significativi interventi nel Centro storico, piazza Toscano compresa.

Piazzetta Toscano è bella o brutta? Non importa

Le brutture urbane sono spesso un sintomo preoccupante della decadenza delle città. Laddove il brutto si afferma, lì si annida quasi sempre il disagio, l’emarginazione., l’orrore. Alcuni si chiederanno: – chi stabilisce cosa sia il bello e cosa il brutto? Non è questo il punto. Non si tratta di ridurre il problema ad una questione estetica che aprirebbe all’istante una tediosa, quanto inconcludente, polemica fra innovatori e conservatori. E non si tratta neppure di giudicare la bontà delle congetture progettuali, né di sindacare il valore delle costruzioni che deludono rispetto alle pur nobili aspettative degli autori. Lasciamo perdere le questioni teoriche e stilistiche. Lasciamo riposare in pace i maestri futuristi e gli accademici dell’architettura.

Le domande sono altre

Sigilli a piazza Toscano
Sigilli a piazza Toscano

Chiediamoci invece: – cosa ne facciamo delle impraticabili passerelle in calcestruzzo e dei pilastri arrugginiti che sorreggono una pletora di costosissime vetrate per lo più rotte o ammalorate? Perché un’area archeologica a ridosso della Cattedrale è di fatto sequestrata e negata? Perché significativi resti d’epoca romana e medievale sono tagliati fuori da un tessuto urbano di grande interesse? Quale senso ha che le rovine siano abitate stabilmente dalle erbacce, dai ratti e dai rifiuti? Le polemiche datano ormai da quasi un ventennio e nel frattempo la situazione è totalmente degenerata. Si ha la sensazione d’essere arrivati sulla scena di un film apocalittico. I resti archeologici sono soffocati dalle rovine di una modernità enfatica e sbilenca che celebra se stessa come “rottura dei codici linguistici” e non si confronta minimamente con il contesto se non per negarlo.

La via d’uscita

Il celebre slogan «Fuck the contest» coniato dalla archistar Rem Kolhaas (che potremmo garbatamente tradurre con «chi se ne frega del contesto») raggiunge qui la sua apoteosi. Siamo al cospetto di un gesto virtuosistico di composizione architettonica voluto, teorizzato e rivendicato dal suo autore, ma evidentemente non amato dalla città, rifiutato e degradato fino all’inverosimile. L’unica via d’uscita dall’orrore della situazione di fatto sarebbe la presa d’atto che è stata commessa una serie di errori. Senza cercare capri espiatori si dovrebbe avere il coraggio di mettere mano all’opera e decidere se restaurarla, adattarla, rigenerarla oppure smantellarla.

Un nuovo inizio

Non si tratta di sostituire un pregiudizio modernista con una fissazione vernacolare. Non si tratta di allestire un presepe di antichi ruderi, si tratta di prendere coscienza del fatto che i resti archeologici sono “sacri” perché parlano della città e della nostra storia. Prendersi cura del loro decoro è quindi un dovere civico per il bene di tutta la collettività. In quel luogo pulsava il cuore antico di Cosenza e dimenticarlo sarebbe un vulnus fatale alla sua identità. In definitiva il recupero di piazza Toscano potrebbe essere la prima pietra di un nuovo inizio. Un gesto simbolico e lungimirante.

Giuliano Corti

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