Perché i cittadini dovrebbero credere nella Giustizia?

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Il nostro Claudio Cordova racconta in un articolo che compare oggi su I Calabresi la storia del nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria. Una storia iniziata con l’approvazione del progetto nel 2004 per 88 milioni di euro e a distanza di 17 anni non ancora giunta a termine.
In un Paese pieno di opere pubbliche ridotte a scheletri vuoti – che hanno però riempito le tasche di imprenditori e mediatori di affari – un’incompiuta non sembrerà magari uno scoop. Anche se concorre al discredito delle istituzioni e della politica in generale, che già di suo non gode di buona salute.

Cosa rende il caso differente

Ma il caso si segnala perché le parole più dure ed esplicite su questo scandalo, che tale è senza bisogno di ulteriori spiegazioni, le ha pronunciate la presidente del Tribunale reggino. «L’incuria del nuovo palazzo di Giustizia di Reggio Calabria è causata o dall’incapacità di risolvere i problemi o, cosa più grave, dalla mancanza di vero interesse a risolvere i problemi». E per maggior chiarezza la dottoressa Arena ha aggiunto: «A Reggio Calabria, dove è presente una criminalità organizzata che manifesta plasticamente il proprio potere economico e il controllo del territorio, il cittadino che vede questo palazzo perché dovrebbe riporre fiducia e affidamento nella giustizia? E se non ripone fiducia nella giustizia, perché mai dovrebbe rispettare le leggi dello Stato?».

Mele marce e sacerdoti

Sono domande legittime. E lo diventano ancora di più se, abbandonando l’agiografia che ha a lungo accompagnato la figura dei magistrati, ricordiamo le parole di Gratteri, che ha parlato di un 6-7% di magistrati corrotti. In pratica, sarebbero circa 400 togati.
Questi numeri non possano essere definiti come “poche mele marce”, una formula consolatoria alla quale si finge di credere più per prudenza che per convinzione. È altrettanto vero che la grande maggioranza dei “sacerdoti” della Giustizia lavora con la consapevolezza della sacralità della loro funzione. E la magistratura conta molti veri martiri caduti per non tradire il loro giuramento di fedeltà alla Repubblica.

Occorre una riflessione

Ma questo non basta oggi. La magistratura dal tempo di Mani pulite ha debordato dai suoi confini naturali, cancellando selettivamente un’intera classe dirigente politica e di governo. Ha goduto della santificazione pelosa da parte di un’opinione pubblica imbarbarita da veri mestatori e imbrattacarte.
Quindi tutti gli inquisiti e condannati, politici e uomini di governo compresi, sono da considerare stinchi di santo e perseguitati? Certo che no.

Ma basta che centinaia di cittadini messi alla gogna abbiano pagato un prezzo intollerabile per la civiltà giuridica per dire che allora malandrini e corrotti, amanti della fama e della popolarità, erano acquattati anche nella magistratura. A meno che Gratteri e con lui tutta la pubblicistica che parla e scrive di “Magistropoli” – termine che compare in un voluminoso libro di Antonio Massari de Il Fatto quotidiano, insospettabile di ostilità nei confronti dei magistrati – abbiano preso una cantonata, occorre fare una riflessione seria. .

Qualche altra domanda

Le coraggiose parole del presidente del Tribunale di Reggio legittimano ulteriori domande a integrazione. Perché debbo confidare nella Giustizia se posso per mia sfortuna venire giudicato da uno dei 400 corrotti di cui parla Gratteri? Perché debbo celebrare la sacralità della giustizia, come pure sarebbe doveroso fare, se le cronache riferiscono di cordate di potere massoniche più o meno deviate impresentabili? E, infine, perché debbo fidarmi dei magistrati che pure corrotti non sono se si comportano per arraffare un posto di maggior prestigio come scalatori sociali in barba al merito, come racconta l’autore made in Fatto?

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