Le piaghe della Calabria e il monsignore che non fa sconti

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Ci auguriamo che siano numerosi i calabresi, ovunque si trovino, che leggeranno l’intervista che monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano, ci ha rilasciato in esclusiva. Le parole del prelato sono una denuncia dei mali e delle responsabilità connesse che affliggono la Calabria, ne deturpano l’immagine, la relegano agli ultimi posti delle classifiche che misurano ricchezza, occupazione, partecipazione civile.

L’emigrazione cambia

C’è una sola classifica che malauguratamente ci vede in vetta: è quella dell’emigrazione. Non più l’emigrazione dei miserabili del dopo guerra, raffigurati con in mano una valigia di cartone non per pietà e solidarietà ma per irrisione, talora per disprezzo. Bensì quella dei giovani laureati ai quali pratica diffusa e mai sufficientemente deprecata è quella di “sbattere le porte in faccia”.

Le piaghe della Calabria

Monsignor Savino le “piaghe” dei calabresi le enumera tutte senza ambiguità. Senza curarsi del politically correct che è ampiamente diffuso anche nella Chiesa e nei suoi spazi di potere. Senza tacere responsabilità perseguibili – e spesso non perseguite da una giustizia orba – e con esse colpe censurabili sul piano etico.

Il triangolo tra massoneria, ‘ndrangheta e politica

La prima ad essere chiamata in causa è la massoneria “deviata”, aggettivo misterioso e liberatorio di incerta interpretazione. Essa si accompagna spesso «per l’etica della convenienza», come dice il vescovo, alla ‘ndrangheta. Insieme costituiscono una ragnatela di potere che inquina la vita economica, la politica, la dignità individuale e sociale dei cittadini. In buona sostanza, i diritti democratici di libertà.Massoneria-Cosenza-i-calabresi

La domanda di monsignor Savino

La domanda che si pone monsignor Savino se sia possibile con questo blocco di potere, che si fa sentire nella vita quotidiana come un soffio mefitico, poter mettere in campo dei processi di cambiamento che sono indifferibili – specie nelle aree svantaggiate come la Calabria – ha una risposta negativa scontata. La «deviata» (boh!) con il suo impresentabile alleato mafioso costruisce ogni qualvolta le sia consentito una relazione condizionante con la politica e, per suo tramite, con l’ apparato burocratico.

Cambia il partito, non i voti presi

Monsignor Savino si meraviglia, come ogni persona libera, che molti esponenti politici pur saltellando da un partito o schieramento all’altro, anche se la motivazione è quasi sempre l’opportunismo oppure la convenienza, riescono a portarsi dietro, come il pastore fa con le greggi, gli stessi elettori o almeno gli stessi numeri.

Il caporalato dei voti

In realtà la denominazione fedele nelle parole del vescovo è «politica-caporalato». Come quella figura abietta che carica sui furgoni all’alba un po’ di disperati per portarli a lavorare nei campi per quattro soldi a San Ferdinando e Rosarno o in altre parti d’Italia dove sia attiva la pratica dello sfruttamento.

È questa l’espressione di una democrazia funzionante o è una gabbia in cui i diritti di libertà vengono sigillati dai gruppi di potenti di turno? È piuttosto la subalternità, tra l’altro senza remunerazione, perché le aspettative di trovare lavoro senza dovere lasciare la propria terra sono infondate.

Quando leggiamo di accessi guidati all’Università, ultimo caso la Mediterranea di Reggio, o di assunzioni con concorsi farsa o attribuzioni di funzioni e prebende a dilettanti, i beneficiari non sono quelli che si ostinano a celebrare la riverenza ad un potere che è più immaginario che reale ma i familiari o i famigli di prossimità dei dispensatori di favori per mestiere.

Diritti senza sconti

Nella lunga intervista del vescovo c’è molto altro: il rapporto incestuoso, per esempio, tra pubblico e privato nella sanità. Che non è costruita per garantire quel diritto alla salute dei cittadini che, come tutti gli altri diritti sanciti dalle leggi e negati nella realtà, è filtrato dal gioco delle appartenenze e delle convenienze.

Un grazie a monsignor Savino

C’è qualcuno che possa in tutta onestà dire che le parole del vescovo di Cassano siano eccessive, infondate, fuori luogo, magari invocando “il rispetto all’abito talare”? O, piuttosto, non dobbiamo tutti essere grati a monsignor Savino che, per rispetto alla missione che l’abito talare impone e per nutrire tra tante menzogne con il sapore e gli odori della verità i propri concittadini, credenti e laici, si lascia identificare come diverso e lontano da altri esponenti della Chiesa calabrese senza fare sconti a quanti cedono, al pari di altri, alle lusinghe e agli agi del potere condiviso?

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