Mimmo Lucano, una sentenza fuori dalla realtà

I giudici hanno inflitto all'ex sindaco di Riace una pena severissima, condannando un modello di integrazione apprezzato in tutto il mondo e ignorando il contesto in cui i reati di cui era accusato si sono verificati

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Come ampiamente prevedibile il Tribunale di Locri ha emesso sentenza di condanna nei confronti di Mimmo Lucano. Ciò che non era né previsto né prevedibile è che la sentenza è andata ben oltre la richiesta della pubblica accusa, quasi raddoppiando l’entità della pena. Con una buona dose di ipocrisia farisaica si dice che le sentenze si rispettano – sarebbe impossibile non farlo in concreto, se non riparando, come tanti colletti bianchi e boss mafiosi, lontano dall’Italia – ma non è vietato, sino a prova contraria, commentarle e dissentire.

L’ossessione contro i migranti

La sentenza abnorme per severità e per l’entità della pena – che quasi raggiunge l’ambito dei delitti di sangue – porta a compimento un processo che è iniziato su un terreno squisitamente politico, presidiato da un ministro dell’Interno ossessionato dall’immigrazione clandestina senza se e senza ma, vissuta come un’aggressione violenta e banditesca e non come fenomeno ormai irreversibile che invita ad una gestione anche severa ma non impermeabile alle ragioni della pietà e dell’umanità.

Un fenomeno inevitabile

L’ossessione xenofoba è altro dalla richiesta di sicurezza e di governo dei flussi migratori, di cui, piaccia o non piaccia, dobbiamo prendere atto come inevitabili e irreversibili. La globalizzazione, con tutti gli effetti che ne sono derivati, ha portato sulla scena del mondo paesi ricchi e paesi poveri. I primi incrementano i commerci e i profitti, i secondi producono effetti di segno contrario che spingono masse diseredate a fuggire, a rischio della vita. Non basterebbero le flotte di mezza Europa per fare barriera e impedire l’esodo. È un illusione per gonzi e per chi è in malafede.

Il giudice che ha condannato Lucano ha seguito alla lettera la norma. Ne ha scelto la versione più punitiva. Ha, soprattutto, ignorato le condizioni di contesto, che non sono estranee al diritto ma ne suggeriscono un’interpretazione equa e realistica. Mi permetto una breve puntualizzazione sull’aspetto che dà piena legittimità al concetto di interpretazione della norma penale, che riproduce una valutazione giuridica ormai universalmente accettata dai giuristi e dai giudici (con esclusione del distretto di Locri, a quanto pare).

Interpretare la legge

L’espressione “interpretazione creativa”, riferita all’attività decisoria del giudice, potrebbe rappresentare un ossimoro: l’interpretazione nella misura in cui è chiamata a dare un senso alla norma di legge non potrebbe per definizione essere creativa, cioè dare vita ad un senso che non è nella norma. Se così non fosse – si potrebbe sostenere – non sarebbe possibile distinguere tra legge e sentenza, tra la giustificazione che è a base della prima in funzione del perseguimento di determinati risultati e la giustificazione della sua applicazione in concreto da parte dei giudici.

Si assume come decisivo l’argomento che le decisioni giurisdizionali devono essere sempre giustificate in ragione della loro conformità a un sistema di valori e di norme precostituito dal legislatore (al quale soltanto competono le scelte di fondo del vivere insieme di una comunità), essendo i giudici sforniti di una legittimazione popolare. È un precipitato dei principi di legalità e della separazione dei poteri.

A chi da purista del diritto questo concetto di creatività – che significa solo coniugare insieme i valori della norma, per definizione permanenti , e quelli della realtà, per definizione evolutivi – ricordo che persino la Legge per eccellenza, la Carta costituzionale, si è aperta alle dinamiche innovative del tempo accettando la distinzione tra Costituzione formale e Costituzione materiale.

Il contesto ignorato

Pagato il prezzo alla citazione che legittima le opinioni dei non addetti ai lavori, ne fornisco una versione più divulgativa. Il Giudice che ha condannato Lucano ad una pena che rivela una carica punitiva fuori misura – una specie di “giudizio di Dio” – ha interpretato alla lettera la norma e valutato come irrilevanti i contenuti di contesto.
Ha ignorato il fatto che Lucano non ha traghettato gli immigrati in Calabria: altri più spregiudicati e delinquenti di mestiere, lo hanno fatto e continuano farlo.

Lucano ha costruito un modello di accoglienza che tiene conto della realtà – gli immigrati ci sono e ci saranno, relegarli in campi di quasi detenzione non elimina il problema – a fronte di molti italiani che se ne libererebbero volentieri con tutti i mezzi di varia natura, ma immancabilmente immuni da sentimenti basici di umanità. Ha coinvolto positivamente in questa operazione un paese di vecchi spopolato e privo di vita, aprendo le porte a immigrati che non hanno commesso illegalità. Hanno portato, loro poveri in canna, un po’ di linfa alla modesta economia locale, hanno consentito con i loro figli di dare ai pochi ragazzi di Riace la scuola, subito chiusa dopo la fuga degli ospiti sgraditi per mancanza del numero minimo di iscritti.

Locri controcorrente

Tutto questo è un caso criminogeno, a parere del giudice, ignorando che mezzo mondo ne ha parlato con entusiasmo ed ammirazione e il” delinquente” Lucano è entrato nella classifica dei personaggi più influenti del nostro tempo. Il Tribunale di Locri non si lascia condizionare dal parere del mondo!

Le sentenze si rispettano, ma si possono legittimamente criticare. E non ci si può o deve sottrarre dal farlo solo se si ritengono lesi i valori costituzionali e democratici. Anche il lavoro dei magistrati va sottoposto a revisione, sia giudiziaria (e per questo ci sono gli ordinari gradi di giudizio) che tecnica, senza per questo dover essere tacciati di minare la credibilità della Magistratura (che da Mani pulite in poi ha assunto atteggiamenti talvolta intollerabili anche provocando guasti al sistema Giustizia).

Forse a Locri, che è una bella cittadina ma non proprio il centro di scambi di idee e visioni del mondo più congrue rispetto al nostro tempo, il più volte citato contesto ha fatto fatica ad affermarsi. E il giudice – ripeto, senza il valore integrativo ed arricchente del contesto – ha applicato la norma. La legge è stata rispettata, il diritto inteso in senso lato ne esce ammaccato. A mia discolpa cito un filosofo tedesco, Max Stirner: «Nelle mani dello Stato la forza si chiama diritto, nelle mani dell’individuo si chiama delitto».

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