La città delle donne? Qui in Calabria non c’è, ma si può fare

Gli urbanisti non danno il giusto peso ai bisogni femminili, dalla realizzazione di nuovi spazi alla toponomastica. Eppure nel resto del mondo non mancano gli esempi di chi cerca di ridurre la diseguaglianza tra i sessi anche in questo campo, perché non seguirli?

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«Stai attenta. Fatti riaccompagnare, se fate tardi. Quella strada è pericolosa se sei da sola, soprattutto la sera. Allunga il passo e non rispondere».
Questi sono alcuni dei moniti che le ragazze iniziano a sentirsi ripetere appena sono abbastanza grandi da poter uscire e sperimentare gli spazi urbani senza la supervisione dei propri genitori o di altri adulti. Quando passeggiamo da sole, soprattutto in alcuni quartieri e soprattutto dopo il calar del sole, mettiamo in atto un meccanismo di autodifesa automatico che dovrebbe tutelarci dalle molestie in strada. Che siano verbali o fisiche, dal catcalling ai palpeggiamenti nei mezzi pubblici finanche allo stupro, le molestie rappresentano un rischio costante alla base di un’ansia generalizzata e spesso normalizzata che circonda le donne di ogni età.

Queste premesse sono utili per capire la sorpresa quando, a distanza di un mese dal mio trasferimento da Cosenza a Vienna, dissi a un’amica di sentirmi estremamente sicura nella nuova città. Avevo dimenticato di mettere in valigia quelle preoccupazioni o in questa città c’è qualcosa di diverso? Parlando con altre donne che vivono qui ho scoperto trattarsi di una sensazione abbastanza diffusa. È un caso o, al contrario, è il risultato di un progetto ben preciso? Le risposte sono due: gender mainstreaming e femminismo urbano.

Gender mainstreaming e femminismo urbano

Per gender mainstreaming intendiamo un approccio strategico gender-oriented alla definizione, alla scrittura, all’attuazione e alla valutazione delle politiche pubbliche. L’obiettivo è quello di combattere le diseguaglianze di genere in ogni ambito della società, a partire dalle norme che regolano la società stessa.
Ma il femminismo urbano, invece? Prima di rispondere facciamo un passo indietro e chiediamoci cosa sono le città. Un insieme di edifici e strade? La riflessione sulle città inizia con i processi di urbanizzazione durante la rivoluzione industriali.

I primi sociologi, per esempio, iniziarono a riflettere sugli effetti dell’urbanizzazione sulle persone e sulle loro relazioni sociali. Già nell’Ottocento era chiaro che negli spazi urbani i mattoni non sono solo mattoni. Oltre agli aspetti quantitativi che le definiscono, come le dimensioni e la densità della popolazione, le città sono costituite dalla stratificazione sociale di gruppi con caratteristiche diverse e tra i quali esistono forme di disuguaglianza. Il femminismo urbano, come si può prevedibilmente intuire dal nome, ha come focus principale le diseguaglianze tra uomini e donne.

Le città e i pericoli per le donne

La geografa Leslie Kern, nel saggio La città femminista. La lotta per lo spazio in un mondo disegnato da uomini, mostra come le città contribuiscano a plasmare i rapporti sociali. L’ansia e la paura per gli approcci sessuali non richiesti e le molestie di cui parlavamo prima, ne sono un esempio. Kern spiega come le città siano percepite e fatte percepire come luoghi pericolosi per le donne.

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Leslie Kern

«Molestie e approcci sessuali non richiesti nutrono questa paura: le donne si sentono costantemente sessualizzate, oggettivate e a disagio», ma questa paura è proiettata all’esterno e non verso la casa o la famiglia. «Al contrario la violenza domestica, gli abusi su minori e altri crimini ‘privati’ molto più diffusi ricevono decisamente meno attenzione». «Il lavoro qualitativo femminista sulla paura delle donne nelle città rivela quelli che sembrano problemi contraddittori e insormontabili: le donne hanno paura negli spazi chiusi e aperti, nei luoghi affollati e in quelli deserti; sui mezzi di trasporto e mentre vanno a piedi; sole sotto una luce intensa o invisibili nel buio».

Sicurezza non è solo controllo

Che fare? Una risposta semplice potrebbe essere il ricorso a un approccio securitario ma, come evidenzia la stessa Kem, «l’aumento della sorveglianza statale e aziendale, la polizia militarizzata e la privatizzazione dello spazio pubblico, hanno la stessa probabilità di diminuire la sicurezza per gli altri», laddove con altri ci riferiamo ad altri gruppi sociali marginalizzati come i migranti o gli appartenenti a gruppi etnici minoritari.

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L’Università della Calabria

Nei miei anni da studentessa all’Università della Calabria, per esempio, ricordo nitidamente le richieste di alcune associazioni studentesche come RDU di aumentare la videosorveglianza e la vigilanza per garantire più sicurezza. Era questa la risposta ai casi di molestie o aggressioni ai danni delle studentesse dell’ateneo. Si sollevarono discussioni in merito, ma la domanda di fondo restava una: si possono garantire spazi più sicuri per le donne senza ricorrere a svolte securitarie?

Bisogni differenti

Vienna, in questo senso, mi ha dimostrato che gender mainstreaming e urbanismo femminista possono lavorare assieme per creare una città vivibile e inclusiva. Tutto ebbe inizio nei primi anni Novanta con l’idea di disegnare una città che funzionasse tanto bene per gli uomini quanto per le donne. La prima domanda essenziale fu: quanto diversi sono i bisogni degli uomini e quelli delle donne in città? Nel 1991 Vienna condusse un primo studio per valutare come variasse l’uso di mezzi di trasporto in base al genere e ne emerse che gli uomini quotidianamente si spostano soprattutto in bici e in auto mentre le donne prediligono i mezzi di trasporto pubblico e due terzi dei pedoni sono donne.

Nello stesso anno Eva Kail e Jutta Kleedorfer, due urbaniste, organizzarono una mostra fotografica chiamata Wem Gehört Der Öffentliche Raum? Frauenalltag in Der Stadt (Chi possiede lo spazio pubblico? Vita quotidiana di una donna in città), in cui veniva documentata la quotidianità di varie residenti appartenenti a classi sociali diverse. Per esempio, si passava dalla vita di una giovane studentessa a quella di una signora anziana passando per una migrante turca casalinga. Ciò che ne emerse era l’esigenza per tutte di vivere spazi più sicuri e in cui fosse più facile muoversi.

Città su misura (anche) delle donne

Nel 1999 fu condotto un nuovo studio per capire come e perché i residenti viennesi attraversassero la città. La routine maschile era abbastanza semplice, gli uomini si spostavano prevalentemente tra casa e lavoro. Gli spostamenti delle donne, al contrario, erano vari e coinvolgevano l’accompagnare e il riprendere i figli da scuola, le spese per negozi e supermercati, le visite mediche per la famiglia e le visite familiari agli anziani. Si è così iniziato a lavorare seriamente sull’accessibilità, la sicurezza e la facilità di movimento. Per esempio, hanno migliorato l’illuminazione stradale in modo che sia più sicuro camminare di notte, ampliato più di un chilometro di marciapiede e introdotto semafori a misura di pedone. In Italia, in Calabria – e a Cosenza in particolare – non mi sembra siano stati condotti studi tanto mirati, ma possiamo riflettere su alcune informazioni.

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L’attesa del proprio bus all’autostazione di Cosenza

Per esempio, è facile intuire che le routine di spostamento di una donna viennese e di una donna cosentina siano più o meno simili: sulle donne grava maggiormente il lavoro invisibile ed il lavoro di cura, quindi, saranno le donne a spostarsi per accompagnare i figli a scuola, a fare sport e saranno soprattutto le donne ad occuparsi delle spese e delle altre attività connesse al lavoro di cura. Eppure, è possibile a Cosenza muoversi agevolmente solo attraverso i mezzi pubblici? Dalla mia esperienza personale, di donna sprovvista di un’automobile, posso dire di no. E quali sono le condizioni dei marciapiedi? Una persona che porta un passeggino riesce a muoversi tranquillamente in città?

Aspern, un quartiere al femminile

Ma non si tratta solo di interventi di illuminazione o di sicurezza pubblica. Si è condotto uno studio sui visitatori dei cimiteri, in cui è emerso che sono in maggioranza donne anziane. Per adattare i cimiteri alle loro esigenze si è iniziato a lavorare si è iniziato a lavorare ad una segnaletica ben visibile, all’installazione di servizi igienici sicuri e all’aumento delle panchine.
Nel 2015, invece, le giovani ragazze di una scuola vicino a Reumannplatz sono state invitate a raccontare che tipo di spazio urbano avrebbero voluto attorno. Dal confronto con le ragazze si è deciso di costruire uno spazio per spettacoli all’aperto e di ridisegnare un’area giochi non molto distante per renderla più accessibile e sicura.

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Il quartiere Aspern

Tra i progetti in via di realizzazione c’è il quartiere Aspern, i cui lavori dovrebbero concludersi nel 2028 e che dovrebbe ospitare 20.000 persone e 20.000 lavoratori giornalieri. Il quartiere è costruito attorno al lago Alte Donau e metà dell’area è stata dedicata alla costruzione di spazi pubblici. L’intero quartiere è stato pensato per rispondere ai bisogni delle famiglie e delle donne. Come gesto simbolico tutte le strade, le piazze e gli spazi pubblici sono stati intitolati a delle donne, da Hannah-Arendt-Platz a Ada-Lovelace-Straße.

Toponomastica? Roba da uomini

Certo, i nomi delle strade sono solo un simbolo, ma la toponomastica incide sui volti della città i nomi di persone si pensa siano state importanti e, tristemente, in genere si pensa solo a uomini. E la toponomastica cosentina? Su oltre 500 strade intitolate a uomini, meno di 50 portano il nome di donne e quasi la metà sono sante, madonne o donne di chiesa. Ma oltre alla simbologia dei nomi, quanti spazi pubblici in città sono sicuri per le donne o sono dedicati ai bisogni delle famiglie? Oltre al Parco Piero Romeo, realizzato dalla Terra di Piero, non trovo altri spazi in cui porterei un bambino o una bambina a giocare nello spazio urbano.

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Il parco Piero Romeo a Cosenza

Oltre agli interventi di urbanistica, c’è di più. Una parte del progetto femminista viennese, infatti, riguarda anche la sensibilizzazione. È stata lanciata una campagna chiamata “Vienna la vede diversamente” per sensibilizzare e informare il personale amministrativo, che lavora presso il comune, e i cittadini sulla posta in gioco del gender mainstreaming.

Per esempio, i cartelli che indicano i fasciatoi raffigurano uomini intenti a cambiare il pannolino ai bambini, mentre nei cartelli stradali in cui si avverte che ci sono lavoro in corso sono state mostrate donne lavorare nel settore dell’edilizia. Inoltre, in diversi centri per bambini si è scelto di adottare un’educazione attenta alle questioni di genere. Ciò consiste nell’evitare stereotipi di genere nel gioco o rivedendo materiale scolastico e canzoni per evitare cliché sessisti.

Non c’è solo il centro

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Vienna, l’arcobaleno su Stephansplatz

La forma che si decide di dare ad una città incide fortemente sulla qualità della vita di chi la abita, ma le città non sono solo vetrine di cui mostrare fieramente il solo centro. Le attività che hanno interessato Vienna, protagonista di oltre 60 progetti dedicati alla città, non hanno riguardato solo Stephansplatz e i luoghi più frequentati dai turisti. Il quartiere Aspern, per esempio, si trova nel ventiduesimo distretto ed è ben distante dal centro. I progetti di cui Vienna è stata protagonista hanno messo al centro i bisogni delle cittadine e dei cittadini e non solo l’immagine riflessa da mostrare a chi passa qui non più di una settimana.

Francesca Pignataro

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