Giacomo Mancini, il calabrese che credeva nei giovani

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Domani al Teatro Rendano sarà ricordato a 20 anni dalla scomparsa Giacomo Mancini. Claudio Martelli, che come tanti validi politici e intellettuali socialisti è stato sacrificato alla furia giustizialista di Mani pulite ricorderà lo statista e il politico di razza. I nostri sono tempi nei quali la memoria si è fatta labile, il passato anche recente è destinato a confondersi nella nebbia dei luoghi comuni, della superficialità e del pressappochismo.
Ma sono convinto che almeno nella sua terra e nella sua città a Mancini non toccherà l’insulto dell’oblio e dell’indifferenza.

Giacomo Mancini e la Calabria in credito

Giacomo Mancini ha vissuto con orgoglio la sua calabresità, ne ha fatto la cifra identitaria del suo impegno politico e istituzionale, da ministro a sindaco della città. È stato generoso ,per alcuni troppo generoso, con i suoi concittadini. Perché di una cosa era come tanti convinto: che la Calabria e il Sud erano e sono ancora oggi in forte credito nei confronti dello Stato e della politica nazionale che ha puntato – non solo in Calabria, ma soprattutto in Calabria – su molti mediocri, attenti soprattutto al loro “particulare”, corresponsabili a danno della nostra terra di una marginalità politica, economica e culturale con pochi precedenti.

Il primo incontro non si scorda mai

Ho incontrato per la prima volta Giacomo Mancini su mia richiesta per presentargli ad un anno dalla scomparsa del padre la mia tesi di laurea sulle “Origini del Movimento socialista in Calabria”. L’avevo già arricchita e in parte liberata dalla pedanteria che si accompagna all’inesperienza. Quel lavoro con tutti i suoi limiti mi portò fortuna: Mancini scrisse la prefazione dando peso ad breve saggio che altrimenti sarebbe passato inosservato.
E mi consentì di conoscere Luigi Pellegrini, che si dischiarò disponibile alla pubblicazione e soprattutto mi gratificò sino alla sua scomparsa con un affetto fraterno che ha arricchito la mia vita.

Giacomo Mancini e i giovani socialisti

Mancini mi diede più volte fiducia, talora (o spesso) sopravvalutando le capacità di un giovane di 24 anni: volle che ricordassi su Calabria Oggi le pagine più significative e gloriose del socialismo calabrese , le cui fonti pressoché esclusive erano i dispacci dei regi Prefetti sul pericolo eversivo di uomini e donne di coraggio.
Mi chiese di collaborare con l’ Ufficio stampa della Direzione socialista senza pretendere alcun compenso (ma questo è stato una costante della mia vita ancora oggi) per non dare il pretesto alla componente socialdemocratica di opporsi in previsione dello scioglimento del matrimonio con i socialisti nel PSU mal riuscito (anticipando la minestra male assortita dell’attuale Partito Democratico).

Per molti anni passando da un settore all’altro della Direzione ebbi la straordinaria opportunità di essere spettatore di prima fila di una politica che al confronto con quella odierna aveva un ruolo e una qualità di gran lunga superiori.
Come con altri giovani di valore – in particolare Sisinio Zito, intellettuale e sindaco innamorato della sua Roccella, e Agostino Saccà che divenne Direttore generale della Rai – mi furono offerte da Mancini alcune opportunità professionali per le quali ritenni di non avere la competenza e l’esperienza necessaria.

Vent’anni dopo

Mancini non la prese bene e nondimeno altre due volte mi chiese di tornare nella mia città natale, in occasione dell’ apertura della libreria Feltrinelli vicino al Duomo, sino ad immaginare una candidatura alla segreteria regionale. Non ho rammarico per quei rifiuti che sembravano frutto di presunzione. Mi procurò disagio, invece, il fatto che Giacomo Mancini se ne dolse con comuni amici che me ne parlarono.
Ora a distanza di 20 anni sento, come tanti altri giovani calabresi che lui volle e tentò di valorizzare, l’orgoglio di avere goduto della sua stima anche burbera e di averlo avuto come maestro in quella nobile e non facile disciplina che è la politica se è servizio per la comunità dei cittadini.

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