Dieci giorni con Virginia nella terapia intensiva dei neonati

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Il limbo dei bimbi esiste ed è al terzo piano di un edificio enorme che domina Catanzaro. Mi ci ha portato mia figlia, Virginia Sara, quando aveva appena 7 ore di vita, facendomi scoprire un microcosmo che non avevo idea esistesse fino a quel momento. Le ansie, i dolori e le gioie di un evento primitivo e sublime come il parto sono stati spazzati via in un attimo. Una puericultrice esperta, con sguardo e nome da madre, si è accorta che qualcosa non andava, che la piccola non respirava bene. Quindi i primi controlli, gli esami approfonditi, la diagnosi di una brutta infezione e il ricovero in Terapia intensiva neonatale. Colpo tremendo: dalla meraviglia di scoprirsi genitori all’angoscia più buia in poche ore.

L’ingresso del reparto di Patologia Neonatale all’ospedale “Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro

Dieci giorni in terapia intensiva

Quello che ho conosciuto in quei giorni, dieci interminabili giorni, è un luogo sospeso, in cui la vita e la morte quasi si toccano mentre galleggiano nell’indeterminatezza. All’ingresso della Tin dell’ospedale “Pugliese” c’è un bottone rosso che fa aprire, silenziosa e lenta, una porta blu. Al di là c’è uno stanzone pieno di luci e di suoni che non sono quelli che dovrebbero accompagnare un bambino nelle prime ore in cui si affaccia sul mondo. Dentro ci sono, affiancate una all’altra, tante incubatrici. In ognuna c’è un neonato che piange e scalcia e lotta aggrappandosi istintivamente alla vita. A fianco o in sala d’attesa o a casa ci sono dei padri e delle madri che si sentono genitori a metà, catapultati dentro un tunnel di cui forse avranno piena contezza solo se e quando ne usciranno. E poi c’è il personale sanitario che in quel limbo ci lavora, quasi tutte donne, la cui sensibilità umana e professionale è tanto grande quanto la corazza che deve indossare ogni giorno chi si muove tra la vita e la morte di un neonato.

Un messaggio di speranza e bellezza nel reparto di Patologia neonatale all’ospedale “Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro

Sono pochi ma tutti preparatissimi

Sono preparatissimi ma numericamente non abbastanza, non per quello che fanno lì dentro, loro comunque non si fermano un attimo. Macinano km curando e coccolando i bimbi, provando a contenere le preoccupazioni e l’impazienza dei genitori, non nascondendo né edulcorando né ingigantendo nulla, ma proprio nulla di quello che succede ai loro piccoli. Sanno che hanno di fronte gente che telefona alle 2 di notte in reparto o che rimane in sala d’attesa per delle ore, magari passando in rassegna cento volte le card con i personaggi del dr. House che qualcuno ha appiccicato sull’attaccapanni, o interrogandosi sull’umanissima Madonna di Benois di Leonardo raffigurata nel quadro all’ingresso.

L’ospedale “Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro

Mia figlia promossa in sub intensiva

Quando ogni giorno devi percorrere le strade calabresi per andare a vedere tua figlia attaccata a un tubicino e con degli aghi infilati dappertutto tutto il resto perde dimensione e colore, tutto diventa grigio e piatto. Quando ogni giorno fai andata e ritorno su quelle statali, magari singhiozzando mentre Jannacci dalla pennetta usb sghignazza «…se me lo dicevi prima…», l’intera esistenza si comprime in quelle ore in cui hai lei davanti, anche se è dentro una scatola trasparente in mezzo a tanti altri bimbi lontani dal calore che a tutti loro e a tutti i bimbi del mondo non dovrebbe mai mancare. Quando esulti perché un medico ti dice che «Virginia è stata promossa» in sub intensiva e quando, dopo qualche giorno, ti ritrovi a casa con lei a fianco che ti respira addosso e ride mentre dorme, allora capisci quanto sei fortunato, mentre tanti altri passano ancora più giorni e settimane e mesi in quella sofferenza rituale che intorpidisce l’anima. E hai la pelle d’oca, e non ci credi ancora.

E ti risuona in mente quella canzone di Enzo Iannacci: E allora è bello. Quando tace il water. Quando ride un figlio. Quando parla Gaber (…) E sarà ancora bello. Quando guardi il tunnel. Che è ancora lì vicino e non ci credi ancora. E sei venuto fuori. E non ci credi ancora. E c’hai la pelle d’oca. E non ci credi ancora”.

Sergio Pelaia

 

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