Gianni Di Marzio, il calcio come rivincita di una città intera

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“Chi dice che il calcio è solo calcio vuol dire che non capisce nulla di calcio”: le parole di José Mourinho sono le prime che mi vengono in mente ripensando a Gianni Di Marzio. Che non è stato solo calcio, ma ovunque sia andato lo ha fatto diventare molto altro: orgoglio della comunità amante o non del pallone, senso di appartenenza, entusiasmo utile a lenire le ferite che la vita ci procura.

Non solo calcio

Oggi purtroppo lo si deve fare, nel giorno triste della morte, per accompagnarlo con affetto e dolore nella terra dei giusti, perché Gianni non è stato solo calcio per Cosenza. Ne è diventato un simbolo identitario, l’interprete perfetto per dare senso alle parole sagge dell’allenatore portoghese. Di Marzio entra in una sorta di Pantheon nel quale trovano posto da tempo Marulla, Bergamini, Catena e pochi altri.

Di Marzio è il ritorno in Serie B dopo decenni di irrilevanza del Cosenza nel calcio minore. E ha preceduto una successione di allenatori famosi e bravi perché la leggenda fasulla, che qualche sprovveduto “esperto” ha messo in giro, per la quale nessun giocatore o allenatore bravo e quotato voglia venire da noi, profondo Sud, è una mistificazione spazzata via da una sfilza di nomi prestigiosi con il solo vizio di volere essere pagati.

Di Marzio, Monopoli e il sogno

Di Marzio ha rappresentato una stagione felice nella quale assistere ad una partita era una garanzia di passione e di bel gioco, molto diverso da quello attuale che, a prescindere dal risultato, è diventato spesso una rappresentazione noiosa e ripetitiva. Per molti di noi tifosi – che di partite importanti abbiamo ricca esperienza – la partita più presente nella memoria è quella giocata a Monopoli 26 anni fa, in uno stadio in cui si affollavano solo tifosi cosentini.

Di Marzio aveva già in tasca la promozione, ma il suo entusiasmo e la sua carica vitale non puntavano solo alla vittoria. Voleva regalare a quelle migliaia di persone che surclassavano poche centinaia di tifosi locali un segno permanente nella memoria. Un sentimento di rivincita radicato anche fuori dal perimetro calcistico. L’inizio di un sogno che di fatto si faceva più concreto: quello di vedere i propri colori mai più su campetti spelacchiati di sperduti paesoni, ma su quelli che fino ad allora ci erano preclusi.
Di Marzio ruppe la dannazione dell’esclusione dall’eden del calcio. Anche per questo merita di restare in quello della città che lo ha amato e ne è stata riamata.

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