La mia Cristina

I Calabresi ricordano la giornalista Cristina Vercillo, la sua classe, la sua “anima bella”, il suo esempio professionale. Il racconto di una collega e amica

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Era un buco assurdo il garage dove abbiamo fatto nascere, come un figlio, il primo Quotidiano, all’inizio di Cosenza, poi della Calabria (oggi Quotidiano del Sud).
Sulla porta del bagno minuscolo un collega spiritoso, mi pare che fosse Franco Ferrara – rientrato dal nord per partecipare alla nuova impresa, – aveva scritto “chiamate internazionali”. Io e Cristina siamo diventate amiche da subito, avevamo un’intesa profonda e la prova del nostro legame l’ha data il tempo. Non si è mai affievolito. Dal 1995 a poco fa e per sempre.

Per gli altri

Il nostro primo direttore è stato Pantaleone Sergi, all’epoca inviato speciale di Repubblica. Era inebriante fare un giornale ben curato, di personalità, di bella penna e agguerrito sulla cronaca. Il primo numero uscì con uno scoop della cronista Mara Martelli, che tramortì la concorrenza: il pentimento del boss Franco Pino. Insieme con i nostri collaboratori eravamo sguinzagliati in città, all’università, nelle caserme, nei teatri ed eravamo così entusiasti che non contavano le ore di lavoro, giorno e notte. Ogni volta che scrivevamo un pezzo su un fatto che ci coinvolgeva o ci turbava particolarmente, una strage familiare, storie di miseria e efferatezza, o anche il racconto di un luogo, o un pezzo culturale, era naturale leggerci a vicenda prima di pubblicare.

Cristina aveva il mestiere dentro, aveva fatto un corso a Roma e possedeva il sacro fuoco. Imparò subito a concepire e disegnare le pagine, lavorando accanto a Lucia Serino -già giornalista professionista e con un bel background,- tanto da diventare in breve tempo un punto di riferimento. Ha scritto troppo poco rispetto a quanto avrebbe dovuto. Tutta protesa per gli altri, impegnata nella fattura quotidiana del giornale, un lavoro immane, finiva per avere poco tempo e lei non ci stava a scrivere due righe tanto per farlo. In ogni cosa metteva qualità e soprattutto nella scrittura sarebbe stato necessario farlo.

L’esempio della grazia

È difficile parlare della collega Cristina Vercillo, perché innanzitutto ho perso una persona cara. Prima che la malattia la fiaccasse fino a non darle più la forza di parlare al telefono, facevamo chiacchierate lunghissime. Parlavamo di libri, dei fatti del giorno, di film, di alimentazione oncologica, di fastidiosi effetti collaterali, con la voglia di scambiarci opinioni e consigli su ogni singolo argomento, senza cambiare tono, senza scomporci. Anzi, alcuni fatti politici nazionali e internazionali riuscivamo ad indignarla assai, a farle vibrare le parole per poi tornare alla melodia vocale che la contraddistingueva, lei che prima di scegliere il giornalismo era stata pianista.

Cristina era così. Curiosa, colta, aggiornata, dotata di spirito critico, di una visione pluriangolare delle cose, cauta, mite, coerente e disposta a sacrifici e rinunce inenarrabili pur di continuare ad essere quella che era. Parlare con lei è sempre stato come farlo con me stessa. L’unica accortezza era di non essere troppo brusca perché Cristina è l’esempio della grazia, ed è sempre ritornata in un carapace irraggiungibile dinanzi ad ogni forma di aggressività.

Un mistero. Mantenere, da caporedattore centrale, gli equilibri di intere redazioni, che in alcune fasi sono come miniere, controllare ogni virgola del giornale, moltiplicare l’udito e lo sguardo, tamponare ogni intemperie e poi essere naturalmente una creatura delicata e sensibile. È stato duro il distacco da lei quando sono andata via dal Quotidiano, verso altre esperienze professionali. E quando sono tornata a prestare la mia collaborazione per la cura di rubriche e delle pagine culturali della Domenica, (chiamata dal direttore Ennio Simeone prima e dal direttore Matteo Cosenza e dal caporedattore Lucia Serino poi), la mia amica Cristina era felicissima.

È stata lei ad accompagnarmi in Umbria quando mi sono sposata. Ammiravo il suo senso d’orientamento, il viaggio era un’altra cosa che aveva dentro, che amava. Io, lei, Gabriella d’Atri. Piano piano, chilometro dopo chilometro, a raccontarci, a ridere. Loro emozionate quanto me. Da quel momento in poi le noie, le delusioni, le sofferenze sul lavoro (che pur ci sono) sono diventati discorsi tra amiche più che tra colleghe. Sfoglio i vecchi album e sorrido, nelle poco foto in cui compare si copre il viso. È proprio lei, bella, una gran classe, sempre dietro le quinte.

I suoi affetti

Ci siamo sempre fidate ciecamente l’una dell’altra e oggi che leggo tante testimonianze sul suo eccezionale modo di essere, sulle eccelse qualità professionali, sono orgogliosa e penso a suo padre, il dottore Giuseppe Vercillo, a sua sorella Roberta, ai suoi amati nipoti Alessandro, GianMarco, Emanuela e a queste carezze dell’anima che gli sono giunte. Che possano portare loro un po’ di sollievo dinanzi a un dolore sconfinato! In ogni telefonata c’erano loro, i suoi affetti. Suo padre sempre accanto.

La vita è beffarda. Quando ho combattuto io contro il mio alieno, Cristina c’era. Poi è toccato a lei. Ancora non posso crederci.
I nostri alieni erano diventati amici come noi. Parlavamo di terapie, spirito di sopportazione, medicamenti con grande naturalezza. E la paura… sì, quella era onnipresente ma eravamo bravissime a lasciarla in un angolo e a confidarci un peccato di gola, alla faccia della dieta oncologica, o il desiderio di un viaggio, di una lettura, di tante cose che avremmo potuto fare…. No, non posso credere che Cristina non sia più su questa terra. Pensare alla sua forza nella sofferenza è un cortocircuito di ammirazione e dolore profondo.

Anima bella

Ho scritto queste righe perché so che a lei farebbe piacere leggerle, nonostante la sua proverbiale riservatezza, perché Cristina sa che arrivano da un sentimento vero e senza tempo, senza luogo. Durante la malattia era contenta di ricevere i messaggi affettuosi. Ascoltava tutti, leggeva tutti. Avrebbe apprezzato i saluti di tanti colleghi che sono piovuti sui social e sulle varie testate. Laura De Franco l’ha chiamata anima bella. E così è. Quando ho ricevuto, la sera di Santo Stefano, la notizia della sua morte dalla nostra amica Marienza, un angelo che le è stata accanto fino all’ultima fiammella, è stato come essere trafitta da una stalattite.
In quel momento l’ho immaginata abbracciata a sua madre Flora. Strette strette.

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