Antigone a Cosenza, dove serve il permesso per difendere il centro storico

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Ci sono notizie che nel frastuono mediatico colpiscono (e feriscono) per la loro insensata enormità. Udite! Udite! A Cosenza, i promotori di una passeggiata organizzata per sensibilizzare l’opinione pubblica sui crolli che minacciano palazzi antichi e interi isolati del centro storico dovranno rispondere davanti alla legge di “adunata non autorizzata”. Hanno violato le disposizioni ministeriali! Non hanno comunicato per iscritto alle autorità competenti le loro “subdole” intenzioni! Pertanto, il codice li minaccia; e arriva la salatissima sanzione pecuniaria.

La bellezza oltraggiata di Cosenza vecchia

Il cuore di Cosenza, il suo bellissimo centro storico, edificato nel corso di oltre 25 secoli, versa in condizioni disastrose, nel totale disinteresse dei più, e se un drappello di volenterosi si permette di passeggiare tra le macerie, senza aver chiesto il nulla osta alle autorità costituite, viene sanzionato. Stupore, sdegno, amarezza!
Qualsiasi visitatore che, anche occasionalmente, abbia risalito Corso Telesio verso il teatro Rendano sfiorando la cattedrale; o abbia contemplato, dalla sommità del Castello svevo, il panorama della città; o ancora da Palazzo Arnone abbia ammirato le case e i palazzi che dalla riva del Crati scalano, in molteplici filari, la china del colle fino alla Rocca, ebbene, questo “forestiero” sa che Cosenza è uno straordinario deposito di storia e di cultura da salvaguardare a tutti i costi. Eppure, eppure c’è chi pensa che sarebbe meglio non parlarne. Nascondere il disastro e rimuovere le macerie nascondendole nell’inconscio e nella frenesia della cosiddetta “modernità”. Chiunque voglia parlarne può farlo “liberamente” ci mancherebbe, ma solo dopo aver chiesto il permesso in carta bollata.

Cosenza vecchia-i calabresi
Il centro storico di Cosenza

L’oblio delle radici culturali di Cosenza

Questo increscioso episodio meriterebbe di essere seppellito da una sonora risata se non fosse il sintomo di un preoccupante oblio delle radici culturali della città che si fa bella alle luci di Corso Mazzini, mentre trascura e abbandona a se stesso il suo cuore antico. La modernità ormai fa rima solo con comodità e stupidità. Tutto ciò che non è a portata di mano, che non è disponibile all’istante viene giudicato scomodo e quindi condannato a morire di stenti in nome del progresso.

Si straparla di sostenibilità e di transizione ecologica e si lascia la città antica al chiasso e ai veleni dei tubi di scappamento, ai crolli annunciati, ai topi e al degrado. Un traffico sconclusionato e caotico cavalca il lastricato delle antiche strade del borgo mentre la collettività, anziché insorgere e chiedere a voce alta che si faccia qualcosa, si gira dall’altra parte e guarda a valle dove il Crati si perde in una periferia anonima e senza qualità; in attesa che il progresso si faccia vivo. Ma invano.

Il ridicolo ci mette lo zampino

C’è da chiedersi cosa direbbe Bernardino Telesio vedendo la sua città a tal punto trascurata. Anzi snaturata. O il suo coetaneo Giovanni Battista Amici il primo a mettere in discussione il sistema tolemaico e i cui studi sui moti e i corpi celesti influenzarono Copernico prima e Galileo Galilei poi. O ancora Alfonso Rendano pianista celebre in tutta Europa nell’età d’oro delle Società dei concerti. Tutto questo glorioso passato potrebbe tacitamente affondare nelle acque del Crati – divenuto ormai il fiume dell’oblio – se il ridicolo non ci avesse messo lo zampino con il clamore di una notizia strepitosa. I facinorosi passeggiano nel centro storico.

La casa crolla ma serve il permesso per salvarla

È proprio vero! La tragedia si ripresenta sempre come farsa, per il semplice motivo che il torto si appoggia sempre sulle stesse fissazioni formali che nascondono la solita sete di potere. Secondo questa fissazione burocratica la legge scritta e comandata viene prima della legge di natura e del comune sentire. La casa crolla, ma per salvarla bisogna chiedere il permesso.

Questa è la legge di Creonte, l’usurpatore. Coloro che si preoccupano della propria città, che si impegnano e denunciano lo “stato delle cose”, per cercare almeno di salvare il salvabile, hanno nel loro cuore lo stesso sentimento di Antigone per il fratello morto in battaglia e condannato da un potere cieco e insensibile a restare insepolto. Tutti devono vedere il cadavere di una città che si oppone alla legge di Bengodi. L’agire di Antigone è mosso da un sentimento di pietas che non ha argomenti da offrire alla violenza del diritto. Le sue parole rimandano alla legge non scritta della cura e della pietà.

Crolli nel centro storico di Cosenza

Cittadini schiavi dell’insensibilità

Perché una terra nobilissima che quotidianamente sperimenta sulla propria pelle la violenza dell’illegalità non alza la voce per chiedere che le amministrazioni si prendano cura dei beni comuni? Beni archeologici, storici, paesistici! Perché il solipsismo consumistico ha trasformato così tanti cittadini in schiavi dell’insensibilità e dell’egoismo maligno. Perché se un manipolo di anime buone e buoni cittadini cerca di interpretare il disagio urbano risalendo i vicoli da Piazza dei Valdesi verso Piazza Piccola, viene multata? Così, nel totale disordine simbolico del potere, si fa strada la voce muta della legge cieca.

Nel regno di Creonte Antigone, la disobbediente viene condannata a morire di fame e di stenti in una caverna. È colpevole di aver provato pietà per il corpo senza vita del fratello. Creonte decide che nessuno debba vedere la sua fine. Quando però il tiranno, messo alle strette dalle parole di Tiresia e dalle proteste del coro della sua gente cerca, in extremis, di riparare al delitto contro la sua stessa casa, troverà la casa vuota e Antigone senza più vita.

Giuliano Corti

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