Il valore essenziale del dissenso, anche in Calabria

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A pochi giorni della sanzione – a nostro giudizio incongrua e spropositata – a carico dei cittadini che hanno percorso i vicoli del centro storico di Cosenza senza neppure un cenno di violenza per denunciarne il degrado e l’abbandono – è arrivata una misura di “sorveglianza speciale “ rivolta a due giovani del fronte antagonista.
Entrambi i provvedimenti sono stati proposti dal questore di Cosenza e, pure avendo profili giuridici non comparabili, segnalano un atteggiamento chiaro e determinato verso le forme di dissenso sociale. Seppure pacifico.

I camminatori e gli antagonisti

Da una parte abbiamo la sanzione onerosa ai camminatori – tra i quali un ex parlamentare, un docente dell’Unical e altri che inquadrare nell’area antagonista costituirebbe una forzatura intollerabile; dall’altra la misura di sorveglianza speciale che di norma si applica a soggetti ad elevato tasso di pericolosità . I lettori valuteranno se i due rei abbiano un profilo tale da renderli “pericolosi”. Certo, la vicinanza cronologica dei due provvedimenti, induce a una riflessione comune.

Sono altri i fronti caldi a Cosenza

Ma davvero il fronte più caldo di Cosenza è costituito da queste forme di opposizione sociale? È una domanda che i cittadini si chiedono in questo strano dicembre.
Il vero problema di questa città non sono i cosiddetti antagonisti che includono modalità e interessi moto diversi tra di loro. Cosenza è una città dove la delinquenza di stampo mafioso non molla la presa e lo fa non poche volte in compagnia dei colletti bianchi, spesso coperti da denominazioni esoteriche. A noi queste sembrano essere le vere priorità.
Io sono un maturo signore che ha vivo il ricordo della stagione dello scontro sociale nel nostro Paese. Tra la fine degli anni sessanta e il decennio dei Settanta. I morti, i tanti giovani che si sono fatti trascinare nel vortice della violenza vera. Irreparabile.
E per questo mi pare eccessivo e controproducente quanto successo nella nostra città in questi ultimi giorni.

Il nostro giornale si chiede: perché?

Noi de I Calabresi ci chiediamo perché oggi la Questura – diretta dalla dottoressa Petrocca – sembra ritenere che il fronte più caldo dell’ordine pubblico a Cosenza sia costituito da due giovani attivisti e soprattutto da un gruppo di pacifici camminatori?
E perché è in corso un’interpretazione solo letterale dell’ art. 110 del Codice Penale, senza alcuna attenzione al contesto e alle finalità di supporto al bene comune perseguite almeno dai dissenzienti camminatori?
Chiunque abbia visto in televisione o direttamente come si svolgono le manifestazioni di protesta non violente negli Stati Uniti sa che il solo vincolo che debbono rispettare è di non stare fermi ma muoversi e camminare.
Ciò che è lecito in molti Paesi, soprattutto in quelli con ordinamento giuridico fondato sulla common law anglosassone, da noi è sanzionato.

Noi esercitiamo il nostro diritto a dissentire nei confronti della Questura e del Tribunale quando questi interpretano il dissenso non violento come reato. Per noi è uno degli elementi essenziali del dibattito democratico. Al pari della stampa libera.

Le parole di Andrea Vitali

A tal proposito concludo questo intervento con le parole del giurista Andrea Vitali: Se Rosa Parks o Martin Luther King – e molti altri con loro – avessero chiesto ai bianchi di garantire “per favore” i diritti degli afroamericani, con tutta probabilità, nessuno avrebbe prestato loro ascolto. È stato necessario – in quell’epoca, come in altre – levare forte la voce del dissenso ad un assetto legale e sociale che, sino a quel momento, nessuno voleva mettere in discussione.

Martin Luther King

Se – nella sua Lettera ai cappellani militari – don Lorenzo Milani non avesse levato forte la voce a tutela dell’obiezione di coscienza – giungendo perfino a dire (lui, un sacerdote, un educatore!) che «l’obbedienza non è più una virtù» – forse il cammino degli obiettori di coscienza sarebbe stato molto più lungo.
Certo. Quelle – ed altre – manifestazioni di dissenso ebbero dei costi. Per chi disobbedì, subendo critiche, processi e perfino privazioni della libertà. Per le istituzioni, fortemente messe in discussione da un’opinione contraria, radicale e intransigente. Per la società, attraversata da conflitti – purtroppo non sempre limitati al livello verbale e ideologico –che ne hanno minato la tranquillità.
Ma è altrettanto certo che – a chi levò quelle (ed altre) parole di dissenso – oggi noi non possiamo che rivolgere un devoto ringraziamento.

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