Guarascio, forse C siamo

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Questa breve nota parla di calcio, ma in realtà il calcio è quasi un’intrusione, un ingrediente marginale come la curcuma nella cucina mediterranea. A Cosenza e in Calabria è un accidente che rovina o il sabato o la domenica.
Dopo aver assistito all’ennesimo flop del Cosenza nel derby con la Reggina – al netto di legni, rigori dati e altri dati e ritirati con un quid di perfidia e cinismo e pur usando termini come pallone, arbitro, ecc. – queste considerazioni intendono occuparsi di altro: di sentimenti, volontà, testardaggine, dabbenaggine, cioè quell’insieme spesso indecifrabile tra razionale e sentimentale, conscio e inconscio.

Michael Folorunsho decide il derby Reggina-Cosenza (foto pagina Fb Reggina 1914)

Il calcio come vrigogna

Tutto ciò premesso, parliamo del sentimento dominante nelle persone che si recano in uno stadio o si posizionano dinanzi al televisore o al computer: qui si tratta di amore, amore appassionato, esaltazione e orgoglio.
Questo quando le cose vanno bene, cioè il pallone va nella giusta direzione che è quella dove tra due pali e una rete troneggia un uomo in mutande chiamato portiere avversario. Se questo sentimento amoroso lo collochiamo a Cosenza, esso diventa l’esatto contrario. L’amore si trasforma in ostilità o rabbia, l’esaltazione in depressione, l’orgoglio -come si dice in puro dialetto cosentino – na vrigogna.Dopo una sfilza di sconfitte, allenatori di qualità decrescente, giocatori dati per campioni prima e poi degradati a mezze pippe, Cosenza e il Cosenza calcio diventano il paradigma perfetto dell’amore che s’invera nel suo contrario.

Cambiamo “sentimento” e viriamo verso volontà, promessa e ambizione. Anche qui il calcio aiuta e lo fa in particolare a Cosenza dove abbiamo un cortese signore, non propriamente situato “nel core di Federico”. Questo signore è, anzi, accompagnato da ingiurie, inviti a trasmigrare in altri lidi. Parole, ahimè, irripetibili dinanzi ai minori.
Il cortese signore si chiama Guarascio e guadagna i soldi – molti presumiamo – trattando la “munnizza “a livello industriale. Ma soldi ne spende pochi e male perché si ostina a fare il presidente di una squadra di pallone, cioè dell’oggetto più misterioso e sconosciuto nel quale si sia mai imbattuto. Però il suddetto signore insiste, irremovibile. Come dicono a Roma: ’ntigna.
Perché? Dove è la convenienza? Perché nell’amore c’è anche talora “perdenza”.

Guarascio riuscirà a coronare il suo sogno? retrocedere

Per due volte ci ha provato a scendere – i tecnici dicono retrocedere – ma s’è messa di traverso una squadra giallo canarino, chiamata Chievo: una volta con la complicità di un giocatore – per di più cosentino -, “vile marrano” che ha fatto goal; l’altra volta per eccesso di debiti. Insomma il desiderio del patron è andato deluso. Oggi infatti gli tocca giocare con squadre titolate anziché come amerebbe fare con squadre più modeste e semisconosciute, umili tipo il Francavilla. Borghi ameni e semisconosciuti. Ma finalmente quest’anno ce la farà a scendere naturalmente.

L’uomo “giusto” per il Cosenza Calcio di Guarascio

Fortuna? Forse, ma il fatto è che Guarascio quest’anno ha trovato l’uomo giusto. Di mestiere fa il direttore sportivo. C’era quasi riuscito con il primo tempo del mercato dei giocatori. Ma aveva sbagliato qualcosa: aveva scelto un allenatore del nord, molto distinto, che quatto quatto con mezzi brocchi aveva racimolato un bel po’ di punti.
Ecco che il servizievole direttore sportivo ci riprova, ma con un’altra tattica: nella seconda parte del cosiddetto mercato pesca anche bravi giocatori che potrebbero però anche restare dove stanno, in serie B, impedendo l’agognata discesa.

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Roberto Goretti, direttore sportivo del Cosenza calcio

Ma fedele al suo patron trova un escamotage: manda via il milanese distinto e pure abbastanza capace e trova prima un figlio, un bravo “figlio”, che cerca anche di farsi credere un bravo allenatore. Un calabrese doc. Poi, siccome il gioco a perdere era troppo sfacciato, ne ha cercato un altro sempre del nord, che urla, strepita, fa il sergente di ferro. Ma senza darlo a vedere la C quest’anno la porta a casa del patron.
Lui ora gioca con le parole; non parla di retrocessione diretta, ma indiretta, attraverso una specie di spareggio che i raffinati chiamano play out.
Il risultato è lo stesso, ma fa più fico.

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