Città unica, la farsa dei sindaci che non dà voce ai cittadini

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La discussione sulla città unica ha assunto negli ultimi tempi toni farseschi, legata a questioni che attengono più alla forma che alla sostanza. Un ragionamento su un’area così detta vasta richiede un approfondimento sulle strategie che si vogliono adottare e sui fini che si vogliono raggiungere. Non stiamo parlando di un mero atto amministrativo. Pertanto, non può essere appannaggio delle decisioni di chi governa demandando la partecipazione al semplice referendum. Le decisioni che comportano sostanziali modificazioni dell’assetto del territorio anche in termini di governance hanno una ricaduta importante sulle popolazioni che vi abitano. E richiedono atti di condivisione e partecipazione concreta attraverso momenti assembleari e pratiche di comunicazione trasparente.

Studiare cosa comporterebbe la città unica

In quest’ottica occorre sapere cosa comunicare e cosa far condividere. Perciò occorre una fase di studio e approfondimento di tutte le implicazioni che comporta un atto che, anche se indirettamente, modifica un sistema territoriale.
Importante intanto è l’approccio ad un tema che rischia di privilegiare l’aspetto strutturale e renderlo prevalente rispetto a quello che definiamo ecosistema. Ricordo che l’alta valle del Crati, in cui ricadono i comuni oggetto dell’eventuale fusione, è un’area che presenta delle complessità per la presenza di un fiume che per sua natura rappresenta un segno caratteristico di un territorio più vasto fino alla foce.

Inoltre siamo in presenza di una popolazione notevole con una rete complessa di relazioni che trovano poi il loro fulcro nella città. Ciò richiede una certa attenzione proprio per il miglioramento di tali relazioni in presenza anche di dinamiche centripete che causano lo spopolamento delle aree marginali e dei borghi con l’aggressione delle aree periurbane. Inoltre, non dobbiamo scordarci che siamo in una fase di ristrutturazione di alcuni servizi essenziali quali i presidi sanitari, la gestione dei rifiuti, oltre al contrasto al dissesto idrogeologico.

Il nome? L’ultimo dei problemi

Sono questi i temi che bisogna affrontare con serietà in un’ottica di integrazione nel rispetto del patrimonio territoriale coinvolto e non ridursi a promuovere forme di dialogo tra gli amministratori o preoccuparsi di quale nome dare alla futura città. Su quest’ultimo problema speriamo che prevalga il buon senso e che si attinga ai processi storici sedimentati e non si lasci spazio a fantasie e sigle che hanno il solo scopo di non scontentare nessuno. Rimane il fatto che il nome sarà solo la bandiera da piantare su una costruzione che dovrà essere solida e reggere nel tempo.

Una città vive di tempi storici e non della caducità di una esperienza amministrativa. Voglio ricordare che il sindaco non è chiamato a caso “primo cittadino”, ma bisogna finirla con il continuare a porre l’enfasi sul termine “primo” mentre rimane a casa il “cittadino”. Noi intendiamo questo ruolo come primus inter pares. E, in quanto tale, ogni sua decisione che coinvolge la vita della cittadinanza deve essere da questa condivisa.

Pietro Tarasi
Presidente Coordinamento “Progetto Meridiano”

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