L’ignoranza e il pregiudizio che soffocano la Calabria

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Il collega Paride Leporace sul Quotidiano del Sud online ha commentato l’audizione alla Camera dei Deputati del Ministro del Tesoro Franco che in risposta all’onorevole Bruno Bossio su cosa debbano attendersi nel prossimo futuro i lavoratori del call center di Rende, a rischio licenziamento, ha fatto intendere che Rende non sia in Calabria, ma un ridente borgo siciliano. Ora, dando pure per scontato che il Ministro sia entrato in confusione perché poco avvezzo ai riti del Parlamento, noi vi vediamo una conferma a quanto abbiamo sperimentato e scritto in passato.

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Una veduta aerea di Rende

A dispetto della nostra convinzione che la Calabria sia da tutti conosciuta – al di là che esiste, fa parte dell’Italia, ed è ricca di parchi e coste marine – essa in realtà soggiace presso in non esigue e marginali aree del resto d’Italia a più fattori negativi. In sintesi essi sono l’ignoranza crassa, il pregiudizio ottuso, l’indifferenza cinica.

Calabria e ignoranza

Cosa sia l’ignoranza è noto anche agli ignoranti. Nel nostro caso significa che in tanti non sanno collocare se non la Calabria tutta le sue città e i suoi siti per noi calabresi familiari. Un professionista autorevole del nord Italia mi ha chiesto se Cosenza si affacciasse sul Tirreno o sullo Jonio. Molti insegnati calabresi emigrati raccontano che studenti delle superiori non distinguono sempre tra Sicilia e Calabria, non parliamo poi di identificare la localizzazione di Catanzaro o Crotone.

Simona Loizzo tra Nino Spirlì e Matteo Salvini

L’ignoranza diventa poi facilmente avversione verso noi calabresi da cui sul piano politico negli anni passati ha pescato con il pieno di voti la Lega anche guidata dal neoconvertito Salvini. Scontato chiedersi che cavolo abbiano in comune oggi i calabresi che si proclamano leghisti in una modalità che nei manuali di psicologia sociale viene definito masochismo o, a nostro parere, carrierismo e servilismo.

Calabria e pregiudizio

All’ignoranza su cui potremmo raccontare una ricca aneddotica – contando sull’esperienza diretta delle centinaia di migliaia calabresi, specie giovani, che hanno lasciato e ancora più numerosi lasceranno la loro terra perché, nell’indifferenza generale si sta andando verso una pur temperata “economia di guerra” – si accompagna il pregiudizio.

Ne abbiamo già scritto. La Calabria è ‘ndrangheta dal Pollino allo Stretto, ha politici – molti, non tutti, vivaddio – da baraccone, un vero e proprio “ caporalato” come ha detto il vescovo di Sibari nella coraggiosa e vedutissima intervista su I Calabresi, una classe dirigente – anche qui con le debite eccezioni – che con sfacciata e intollerabile improntitudine riesce a piazzare nella strutture pubbliche figli, fidanzati, amici devoti.

Vittime e colpevoli

Chi sono le vittime sacrificali di tutto questo, ignoranza e pregiudizio, che sfocia talora nel razzismo magari camuffato? In realtà, tutti noi calabresi. Ma, in particolare, i tanti che con ingegno, fatica e libertà intellettuale, mostrano il loro valore, spesso la loro eccellenza, lo spirito di iniziativa in un contesto locale che quasi sempre si rivela ostile o non collaborativo. In tutti i casi condizionato da un familismo o clientelismo insopportabile.

Siamo noi calabresi del tutto incolpevoli di questa condizione? Purtroppo no, a parte coloro che sono autori e protagonisti del malaffare che ci offende, ci sono anche i pavidi cittadini che tramandano da padre a figli la “riconoscenza” verso quelli che 30/40 anni fa li hanno piazzati in ospedali e altri enti di sinecura nella convinzione che il tempo si sia fermato e i vecchi mercanti del tempio della politica siano ancora forti e padroni del campo.

I replicanti

La memoria in questi casi diventa colpevole inerzia. E, come spiega il citato vescovo nell’intervista, accade che politici cambino collocazione senza ritegno, sinistra-destra-sinistra, portandosi dietro con gli stessi numeri i votanti, replicanti senza guadagno del loro trasformismo.

La Calabria in coppola e bretelle targata Muccino

E da ultimo, un mio incancellabile refrain: la porcata del corto di Muccino, un monumento al pregiudizio becero. Costato in totale 2 milioni di euro, non visto da nessuno per pudore, non raggiunto neppure da un’indagine amministrativa della Corte dei Conti. Che, come in genere la Giustizia amministrativa, ama i tempi e le soste lunghe.

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