La Calabria che prova a cambiare e quella che fa ammuina

Condividi

Recenti

In un articolo su Repubblica di diverse settimane fa Isaia Sales, apprezzato analista dei fatti della politica, ha esposto la tesi che l’elettorato in Calabria, nonostante si pensi il contrario, non è fedele per rassegnazione o altro ad un partito di riferimento.
A supporto di questa tesi Sales sottolinea che nella sequenza elettorale della Regione vi è stata l’alternanza tra presidenti di centrodestra e centrosinistra. L’elezione di Roberto Occhiuto dopo la breve parentesi della Santelli in effetti da questo punto di vista è un’anomalia.

Una nuova anomalia

Nell’articolo che trovate oggi su I Calabresi il nostro Pietro Spirito – che ha seguito la linea di sviluppo (o, piuttosto, di mancato sviluppo) dei diversi fattori dell’economia nell’arco temporale utilizzato da Sales – trova una nuova e significativa “anomalia”. I valori assoluti e statistici sono sostanzialmente costanti, nonostante forze politiche in teoria opposte si siano succedute al governo regionale per realizzare programmi e politiche se non alternative profondamente diverse. Non si capisce allora perché un elettore dovrebbe cambiare il proprio voto per ottenere gli stessi mediocri risultati del passato recente.

Cambiare tutto per non cambiare niente

L’analisi del corso politico ed elettorale di Sales e di quello economico di Spirito finiscono con il convergere su una sola conclusione: i calabresi ci provano con il voto a cambiare, puntando ora su uno schieramento ora sull’altro (peraltro con composizioni interne diverse, specie all’interno del centrodestra) e scegliendo un progetto politico di governo di volta in volta differente.
Ma questa diversità, concluso il rito elettorale, non viene registrata dai dati della realtà. Cambiando cavallo nulla cambia. E i calabresi non possono incidere su un’offerta politica che muta solo ppe fa’ ammuina, come nella marineria borbonica.

Poche eccezioni alla regola

In Calabria – ma il fenomeno si va estendendo in altre parti d’ Italia – la politica o assume le fattezze di promesse di un cambiamento radicale nel segno dell’equità, dell’onestà, della purezza, slogans naturalmente seducenti – come è stato con il M5S, rapidamente convertito all’obiettivo primario della sua sopravvivenza – o, abborracciato un programma che gli stessi candidati non prendono sul serio, la politica si traduce in gestione del potere, potenziale distributore di benefici. È una sintesi certamente cruda e, in alcuni casi e con alcuni politici, ingenerosa. Ma l’eccezione di solito conferma la regola.

La Politica contro la politica

Scendendo sul piano della realtà, come dare dignità politica al trasformismo compulsivo, a Roma e in Calabria? Come definire il profilo politico, culturale e ideologico (una parola troppo frettolosamente caduta in disuso) di politici che per danneggiare i propri compagni di schieramento sgraditi fanno il tifo, cioè portano voti stando dietro le quinte, al fronte nominalmente avversario?
Se tutto questo ha un fondamento, anche solo parziale, l’alternanza dei nomi, delle sigle politiche, dei programmi, e soprattutto dei benefici per la comunità, sono piume al vento, epifenomeni, mattoni portati al monumento dell’irrilevanza, non auspicabile, della politica. Che si dovrebbe scrivere Politica. Con la P maiuscola, come usa con i valori se convintamente proclamati.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi in anteprima sul tuo cellulare le nostre inchieste esclusive.