L’indole dei calabresi? Un mistero irrisolto

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Abbiamo iniziato partendo da Pupetta e dal pacioso e ossequiente ritratto di buona parte dei cosentini una sorta di autorappresentazione di noi stessi. Con il gusto dell’ironia, con l’approssimazione di chi si affida alla sua visione della realtà umana, che è quanto di più varia e complessa possa esistere. Ora proviamo ad allargare il campo a tutti i calabresi che è già un approccio difficile, perché i calabresi sono tra di loro molto diversi, con delle costanti e molteplici varianti.

La versione degli antropologi

Gli antropologi ci indicano più ciò che ci divide e distingue che quel che ci omologa. A noi basti sapere che reggini, cosentini, catanzaresi hanno dialetti e spesso costumi diversi ma abitano la stessa terra ed è un dato della realtà che prevale su tutto. A dire il vero mesi fa sulla base dei caratteri prevalenti delle popolazioni pur appartenenti alla stessa regione il mensile di geopolitica Limes portò le regioni italiane dalle venti attuali a ben trentaquattro e staccò l’area della città metropolitana di Reggio dalla Calabria per farne una sola con il messinese, battezzata la “Regione dello Stretto”. Per ora stiamo insieme e quindi ci spetta il nome di Calabresi.

L’indole calabrese

Grazie al blog Sibari.info ci siamo imbattuti in un’opera del 1878 di Antonio Amati che riporta pari pari da un altro autore di quel periodo, il salernitano  Matteo de Augustinis la presentazione dell’indole, dei costumi, del carattere dei calabresi che non è proprio quel che si suol definire “edificante”.

Pochi, anche se importanti, i pregi elencati. Ecco come sono per l’autore i calabresi: «L’indole calabrese è troppo proverbialmente conosciuta: fervida, iraconda, testarda. Nessun ingegno eguaglia quello del calabrese, niuno è più insuperabile di lui, non v’è vendetta che alla sua si rassomigli. I calabresi non dimenticano e non perdonano, l’ospitalità solo sospende o ritiene il ferro della vendetta, e sia ne’ vizi sia nelle virtù, non hansi posa se non ne abbiano varcati gli ultimi estremi».

Poi continua: «E siccome ho toccato dell’ospitalità è giusto che dica tutto: l’ospitalità del calabrese ha veramente  dell’ideale e del sublime; essa è la prima e la più venerata delle sue religioni; dopo questa vien quella dell’amicizia. Sopra entrambe però sta la vendetta, come il fato stava sopra tutti gli altri dei pagani. Ma ciò che dicesi dell’ospitalità non può certo dirsi della sua buona fede; e quanto alla simulazione, essa è ne’ modi di esecuzione anzi che nel pensiero e nel consiglio dell’opera.
 I calabresi in generale sono altamente rischiosi, essi non temono il pericolo, e vi si trastullano e ne hanno d’uopo come di un pabulo alla loro bile. Gelosissimi della donna, dello stilo e dello schioppetto. guai a chi li tocchi o a chi gli agogni. Non v’è potenza di priego o di persuasione valevole a distornare la risoluzione di questa gente quando essa è presa veramente ed il giuro è stato fatto nel fondo del suo cuore».

 

Le parole ricorrenti sono dunque “ospitalità” e persino il più tetragono dei collezionisti di pregiudizi non lo nega ed anzi ne parla con vera ammirazione. L’altra è l’ingegno che quando viene utilizzato – non sempre accade per la coesistenza con un pigro e talora servile conformismo – è la nostra vera eccellenza. Qui però merita citare una affermazione del superprocuratore Gratteri che detta il profilo del perfetto calabrese: «Deve essere nato in Calabria (ovvio) da una famiglia di falegnami, cioè non deve essere “figlio di papà”, e deve lascare la terra dove è nato».

Superare il Pollino per avere speranza

In effetti se vediamo dove si fondano le speranze per una diversa e migliore Calabria dobbiamo prioritariamente guardare alle centinaia di migliaia di giovani e meno giovani sparsi in Italia e nel mondo. Non pare che sia cosa di cui vantarsi se dobbiamo superare il Pollino per nutrire qualche speranza di riscatto. Siccome in casi come questi “il destino cinico e baro” c’entra come i cavoli a merenda dovremmo tutti chiederne conto ad una politica che nutre e pasce solo se stessa, le massonerie diritte, deviate, sghembe, circolari (tanto sono sempre la stessa cosa), alle élite autonominatesi tali (modello Pupetta) che si identificano con un “Nua simu…”.

Gli errori del dotto De Amicis

Siamo alla fine e qui non basta una parola ma un pezzo della citazione riportata: «Non v’è potenza di priego o di persuasione valevole a distornare la risoluzione di questa gente quando essa è presa veramente ed il giuro è stato fatto nel fondo del suo». Ora confesso che con il dovuto rispetto per il dotto autore salernitano qui mi confondo: «La parola è “risoluzione” che addirittura né “ priego” né “persuasione “ possono “ distornare». Qui si immagina il popolo calabrese come un integerrimo e non manipolabile soggetto, saldo nelle proprie convinzioni, non toccato dalle promesse sistematicamente false degli imbonitori della politica e del malaffare, cioè quel che si dice un popolo libero e dalla schiena diritta. Come può essersi sbagliato sul punto il dotto De Amicis? No, non è possibile. Lui infatti si riferiva ai calabresi di metà Ottocento non a quelli di oggi, spesso carenti in materia di saldi convincimenti, a causa di… Lasciamo perdere !

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