Borghi di Calabria, la bellezza oltre la retorica del marketing territoriale

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La Bellezza – intesa come ideale paesistico e artistico – è un asset strategico del Bel Paese. Non c’è bruttura, scempio o speculazione che riesca a sradicare questo stereotipo che viene esaltato e celebrato fino allo sfinimento da coloro che, non avendo altri argomenti, vivono in una eterna dimensione estetica, o forse cosmetica, dell’esistenza.

Dietro la bellezza

La bellezza per loro è una panacea. Purtroppo, non è così. Anzi dietro la bellezza di facciata si scopre spesso un mondo reale abbrutito dall’incuria. Prendiamo per esempio i borghi d’Italia. Non esiste un altro paese al mondo che possa vantare un patrimonio di piccoli centri pari a quello del nostro Paese. Le loro pietre custodiscono un’eredità culturale, storica e artistica che si è stratificata nei secoli, generazione dopo generazione. Possono essere appollaiati sulla sommità di un colle, oppure rannicchiati nell’ansa di un fiume. Possono accoglierti a braccia aperte fra i moli di un piccolo porto, oppure vivere in simbiosi con una città materna; in ogni caso, la loro storia può vantare con orgoglio il titolo dell’unicità e della fierezza identitaria.

Borghi come miniera di saperi

I borghi sono una vera e propria miniera di saperi, di mestieri, di architetture, di invenzioni urbane e di civiltà. Sono da tempo immemorabile le cellule vive del nostro modo di abitare e vivere in comunità. Ebbene, questi nuclei di vita che nel loro provvidenziale e laborioso rapporto con il territorio hanno contribuito a costruire la famosa bellezza del paesaggio italiano, rischiano (in numero crescente) di essere travolti dalle spietate leggi della domanda e dell’offerta. Abbandono, incuria, oblio sono i mali peggiori. Per decenni è sembrato anacronistico abitare in luoghi lontani dalla “modernità”. Per anni emigrare e non tornare mai più o ritornare solo per le ferie è stata la nota dominante dei flussi demografici. Le officine del “benessere economico” chiedevano mano d’opera e le difficoltà del vivere lontano dalle luci delle città fornivano un valido alibi all’esaltazione del Boom economico.

Le virtù taumaturgiche del marketing territoriale

Oggi le cose sono cambiate. Ananke, la Necessità, ci chiama ad affrontare con rinnovata intelligenza le sfide climatiche, economiche, tecnologiche che la transizione ecologica impone. Sfide che la pandemia (catastrofico catalizzatore del cambiamento) ha reso non dilazionabili. Le città, nei mesi del confinamento e nella quotidianità del distanziamento sociale, hanno mostrato un volto ostile, desolato, alienato. Ogni periferia è diventata un ghetto della solitudine. La vivibilità dei borghi che già serpeggiava nei discorsi per addetti ai lavori sulle riviste patinate e dei fondi d’investimento ha invaso la scena politica. Sindaci di tutta Italia, preoccupati per la sorte dei loro bilanci hanno scoperto le virtù taumaturgiche del marketing territoriale per attrarre compratori, ospiti paganti e investitori. Case in vendita a prezzi simbolici. Vacanze gratis. Promesse di mitiche emozioni agrosilvopastorali. Esperienze uniche e irripetibili.

Una promozione non si nega a nessuno

“Promozione” è la parola magica pronunciata nei convegni e nei seminari come toccasana per arginare il declino dei piccoli comuni. Il pubblico applaude, partecipa, si esalta. Ma il problema della giusta direzione da prendere resta. I luoghi non possono vivere solo d’estate o durante il fine settimana, hanno bisogno di continuità, di perseveranza e di pazienza. Oggi che lo spirito del tempo ci suggerisce con sempre maggior forza di avvicinarci alla natura, di ascoltare il suo respiro, di domandarci quale sia il vero posto degli esseri umani nel mondo, un numero crescente di persone scopre che le pietre antiche custodiscono i segreti perduti dell’abitare. Probabilmente perché nei borghi dimora ancora quel genius loci che dona all’habitat un calore e un sapore particolari. Un tenore di vita che potremmo chiamare slow life.

I borghi di per sé non sono la soluzione

Bisogna però evitare le favole idilliache. I borghi di per sé non sono la soluzione. La vita è sempre stata dura anche lì. Non si può pensare che un trasloco e la volontà di cambiamento risolvano tutto. Che bastino pochi euro e un po’ di iniziativa per invertire la tendenza. Bisogna analizzare la dinamica messa in moto dalle trasformazioni epocali che stiamo vivendo e capire che non è più il tempo dei quartieri dormitorio delle grandi metropoli. Il tempo delle borgate è terminato e prima che sia troppo tardi la politica, l’impresa, il lavoro e la cultura devono guardare con occhi nuovi al territorio e all’ambiente. La forza attrattiva delle città deve trovare un nuovo punto di equilibrio in favore dei piccoli centri. Oggi i mezzi di comunicazione consentono di tessere efficaci relazioni lavorative anche da remoto. Modalità che solo qualche decennio fa erano impensabili oggi sono normali. I piccoli comuni posso rifiorire e tornare ad essere dei luoghi vivi e produttivi.

Se tutto gira intorno ai b&b

A patto però che si argini la stucchevole narrazione dei borghi più belli d’Italia. La bellezza non è una cartolina, non è una foto che gli occhi digitali del turista rubano al paesaggio come souvenir. Nel nostro caso essa è un bene che si conserva solo attraverso la cura costante della vitalità sociale ed economica degli abitanti e del decoro delle case, delle strade e dei monumenti. Se una località viene ridotta al rango di meta turistica e tutta l’economia del villaggio gira soltanto intorno ai B&B – con il corollario di speculazione edilizia che esso comporta – in poco tempo la bellezza sfiorisce usurata dai passi svelti e dagli sguardi distratti di un’umanità perennemente in gita. Turisti incapaci di abitare, che hanno perduto il senso della misura e divorano le mete una dopo l’altra, lasciando dietro di sé l’inquietante omologazione della “gentrificazione”.

La gentrificazione rischia di fagocitare i borghi

Il fenomeno è arcinoto e impatta soprattutto le grandi città d’arte, ma rischia di dilagare nei piccoli borghi che si devono difendere dall’invasione degli “extra-turisti” opponendo una decisa resistenza. Non al turismo sostenibile, ma alla monocoltura vorace del diporto, della ricreazione, del puro svago al limite dello svacco. Viaggiare è un bene di grande valore se genera conoscenza, cultura, confronto, divertimento. Ciò che rende nefasto il turismo di massa nelle località storiche sono le conseguenze che esso produce: abbandono, stagionalità, esproprio, monocultura dell’accoglienza, parassitismo. Venezia è un caso limite e preoccupante. Chi abita se ne va e chi arriva si ritrova a vivere tra estranei.

Ma i borghi calabresi che c’entrano?

A questo punto qualcuno potrà chiedersi, ma la Calabria che c’entra? C’entra, eccome! Sia perché i borghi della Calabria sono tantissimi e incantevoli, sia perché la tenacia con cui molti paesi calabresi lottano contro lo spopolamento va compresa, difesa e premiata. Prendiamo per esempio l’iniziativa con cui la Regione Calabria ha deciso di “aiutare” le persone che vogliono trasferirsi in uno dei nove borghi selezionati dal Progetto Reddito di residenza attiva. Si tratta di un’azione senz’altro lodevole. Eppure, eppure se i finanziamenti seguono solo un iter burocratico e la realtà del singolo Comune non viene analizzata e compresa caso per caso, borgo per borgo si corre il rischio come minimo di sprecare un’occasione.

I finanziamenti per essere efficaci devono entrare in rapporto con i bisogni di una comunità vera, non astratta. Ogni paese lotta a suo modo contro lo spopolamento. Le ragioni dell’abbandono non sono tutte uguali. Con tutta probabilità ci sono fattori comuni, ma ciò non toglie che ogni realtà deve essere valutata singolarmente. Studiandone la storia, l’economia, gli andamenti demografici, i rapporti con i comuni vicini, e soprattutto ascoltando le parole degli abitanti. Se invece ci si limita a finanziare una tantum un albergo, un ristorante, un bar, una fattoria, un laboratorio artigiano o un negozio senza coinvolgere in prima persona gli abitanti nulla cambierà perché non è detto che manchino le attività. Forse mancano alcuni servizi essenziali, o forse quel senso di appartenenza in grado di invertire la tendenza.

Premiate chi resta, non chi arriva

Più che premiare chi arriva bisognerebbe incoraggiare chi ha deciso di restare. Persone che spesso dimostrano una resistenza eroica. Persone che vogliono ad ogni costo abitare la loro casa e tenacemente difendono la propria vita e la vita del proprio borgo. Nel 2019 è stata pubblicata una ricerca molto interessante su questo tema dal titolo Riabitare l’Italia: Le aree interne tra abbandoni e riconquiste. Antonio De Rossi, che ne ha curato la pubblicazione, sostiene la necessità di: «Invertire lo sguardo. Guardare all’Italia intera muovendo dai margini, dalle periferie. Partendo dalla considerazione che l’Italia del margine non è una parte residuale; che anzi si tratta del terreno decisivo per vincere le sfide dei prossimi decenni.»
Guardando con altri occhi ai borghi calabresi, ascoltando i racconti dei loro abitanti scopriremmo forse che molti di loro non sono solo belli, ma anche fortunati perché chi li abita li custodisce come un bene comune.

Giuliano Corti

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