Bergamini, il processo finalmente grazie alla città

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Domenica 12 novembre 1989 si gioca Monza-Cosenza, l’ultima partita di Denis Bergamini. Quel giorno i tifosi del Cosenza presenti allo stadio Brianteo avvertono che Bergamini mostra un insolito nervosismo, che contraddice l’ immagine che tutti hanno di lui, un giovane e talentuoso calciatore di esemplare correttezza su campo e nella vita. Ero presente anche io a quella partita e trovandomi seduto vicino ad Antonio Serra, presidente della Società, mi venne spontaneo farglielo notare e lamentare che l’allenatore Simoni sembrava essere il solo a non accorgersene .

Trentadue anni di misteri

A distanza di qualche anno da quella partita, quando ancora poco si sapeva dell’approssimazione e apparente incompetenza di quanti intervennero per i rilievi di rito sulla SS 106, i tifosi cosentini lanciavano l’hashtag #giustiziaperdenisbergamini e postavano la sua maglia sui social per non far calare il silenzio su una vicenda che sembrava ad un passo dall’essere risolta. Ieri, a 32 anni di distanza, il mistero della morte di Bergamini entra finalmente nell’unica sede in cui avrebbe dovuto essere esaminato e sciolto: la Corte d’Assise di Cosenza.

Il processo e la città

Non siamo indovini, non abbiamo letto tutte le carte dell’indagine e dell’istruttoria, non facciamo previsioni sull’ esito del processo, non ci azzardiamo a fare noi il mestiere dei giudici. Ai cronisti che nel corso degli anni sulla stampa e sulla TV nazionali si sono occupati di uno dei tanti misteri lasciati a lungo nel dimenticatoio e che in alcuni commenti oggi hanno definito quello che si celebra a Cosenza «un processo alla città» diciamo che è vero il contrario.

È la città che oggi, senza distinzioni tra tifosi e cittadini, incredibilmente concordi nel rimpianto e nel ricordo di un calciatore di Ferrara divenuto simbolo identitario di Cosenza, ha tutto il diritto di “fare il processo” ai tanti soggetti che hanno concorso con superficialità e incompetenza – vogliamo credere almeno in buona fede – a creare un caso giudiziario cosi eclatante da durare un tempo incredibilmente lungo. Eppure questo tempo, a detta di tutti, è fatto per consumare la conoscenza e la memoria nello spazio più breve possibile.

La sentenza già emessa

Cosenza e in generale i cittadini italiani hanno il diritto di giudicare gli operatori delle forze dell’ ordine, di norma meritevoli di lode, per gli accertamenti e le relazioni rabberciate ; con essi i periti che hanno esaminato i poveri resti di Denis con le lenti di un cannocchiale rovesciato per giungere a conclusioni poi rivelatesi illogiche. E, ancora, i magistrati di Castrovillari che – ad esclusione del pm Facciolla, che volle riaprire le indagini cominciando dall’inizio – hanno accettato e validato le ipotesi e le ricostruzioni più balzane.

La Corte d’ Assise emetterà la sentenza che costituirà la verità giudiziaria e storica della morte del calciatore Bergamini, alla quale saremo tutti vincolati. Ma fuori dalle aule del tribunale la pubblica accusa rappresentata da un’intera comunità di cittadini, di Cosenza e non solo, ha già emesso la sua sentenza stragiudiziale. I pigri, gli inetti, gli indifferenti: tutti condannati. Senza pena da espiare ma molta, incommensurabile, vergogna .

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