Vermorel, l’eremita 2.0 nel cuore della Locride

Pregare ma anche comunicare con il mondo. Il monachesimo del XXI secolo. Dopo l'incontro con il vescovo Bregantini, il parigino ha deciso di fermarsi a pochi chilometri da Caulonia, nel luogo dove visse Sant'Ilarione. Prima era stato nella comunità Santa Maria delle Grazie a Rossano Calabro

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Il cammino dell’eremita francese Frédéric Vermorel si ferma non lontano dall’ansa del fiume Allaro, a Caulonia, nel cuore della Locride. Ha scelto la solitudine di Sant’Ilarione, lasciandosi a valle la Statale 106 Jonica.

Gli eremiti se ne stanno in disparte; un’esperienza spirituale e religiosa non per forza cristiana. Anche se per noi calabresi il più famoso resta San Francesco di Paola.

Le piogge hanno rovinato le strade, rendendo ancora più difficoltoso il tratto che si insinua nell’entroterra. Frederic non sta con le mani in mano. Controlla lo stato della fiumara. Scorre a pochi metri dalla sua dimora.

Cosa t’ha portato qui in Calabria?

«Nel 1979 ho incontrato in Francia Gianni Novello, il riferimento della comunità Santa Maria delle Grazie di Rossano calabro. Sapeva che sarei andato in Sicilia e mi ha invitato a visitare la comunità. L’accoglienza che la Calabria, in particolare la comunità Rossano, mi aveva riservato ha segnato profondamente il mio spirito, sentivo di non poter ripagare il debito, dovevo molto a questa umanità. Il primo modo di sdebitarmi fu di mettere a disposizione l’altro materasso che c’era in casa mia a Parigi a chiunque passasse e decisi di non chiudere più la porta di casa, l’ho lasciata sempre aperta ed è ancora così. Sono tornato molte volte qui nel sud perché l’ho sempre percepito come un luogo metafisico e non solo un luogo geografico. Alla fine ho deciso di vivere a Rossano dove sono rimasto dodici anni».

Cosa aveva di speciale la comunità di Rossano?

«Quello che mi piaceva molto della comunità era la capacità di coniugare il territorio con l’universale. C’era un motto che andava per la maggiore negli anni ’70: “pensare globalmente e agire localmente” e Santa Maria delle Grazie lo ha vissuto in modo incisivo. Avevamo le antenne aperte sul mondo intero, ricevevamo visite da don Tonino Bello, Helder Camara, Arturo Paoli e Carlo Carretto. Venivano da tutto il mondo a visitare la comunità perché organizzavamo molti convegni religiosi e avevamo il teatro degli oppressi. Alcuni di noi lavoravano come insegnanti o in ospedale, io facevo parte di una cooperativa che si occupava di disagio sociale, vivevamo con intensità anche le relazioni di vicinato».

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L’eremita Frédéric Vermorel sulle sponde dell’Allaro

Un’idea in sé rivoluzionaria

«Il nostro monachesimo era ripensato in chiave contemporanea.  Appoggiavamo apertamente i movimenti di liberazione in America latina e questo ci attirò molte critiche. Eravamo facilmente etichettati come quinta colonna dell’internazionale comunista. Ma le nostre erano opinioni frutto di una riflessione sincera e anche chi nel clero non era sulle nostre posizioni col tempo ha imparato ad apprezzare il nostro percorso.  Nel ‘96 ho lasciato la comunità per dissidi interni che mi hanno molto ferito».

Lasciando la Calabria ti sei trovato meglio?

«In Brasile il dolore dei poveri mi è entrato nelle vene e non mi è più uscito. Ho ritrovato fiducia in me stesso, decidendo di tornare ad un’esperienza che avevo fatto durante il servizio civile, quella dell’Arche di Jean Vanier. Quelli che hanno un handicap mentale hanno un rapporto più immediato con le persone e con le cose. Sono guaritori feriti, come Gesù ti aiutano a guardare le tue ferite e non lasciarti prendere dal panico».

Poi hai appreso della terribile notizia degli abusi sessuali

«Ho avuto modo di instaurare un bel rapporto con Jean Vanier. Mi ha aiutato a rimettermi in piedi senza nessuna relazione di dipendenza, gli sono molto grato e per me è stato uno choc pesante scoprire degli scandali che lo hanno riguardato (Gli abusi sessuali del fondatore dell’Arca, Jean Vanier – Il Post). Fu proprio lui a ripropormi di riprendere gli studi teologici che avevo abbandonato, così mi ritrovai a Bruxelles a studiare dai Gesuiti, anche se sentivo che la mia vocazione era ancora quella della comunità di Santa Maria delle Grazie».

A Bruxelles cosa facevi?

«Gli studi mi hanno permesso di sistematizzare una cultura che possedevo già, che dovetti confrontare con posizioni da me distanti. Nel contempo avevo avviato una missione che coinvolgeva i funzionari della comunità europea e per guadagnare qualche soldo insegnavo anche nelle scuole della buona borghesia della città, ma nel frattempo sognavo di confrontarmi con i giovani della Sila greca o con bambini del Goias in Brasile, mondi diversi ma tutti belli».

Insomma, hai avuto una sorta di nostalgia?

«Fu nel monastero di Marango che ricevetti per la prima volta il suggerimento di tornare in Calabria, di confrontarmi con Giancarlo Maria Bregantini (allora vescovo di Locri) e sembrava quasi un sogno, a quarantacinque anni mi rimettevo in gioco senza sapere nulla di cosa mi potesse aspettare. La sintonia con il vescovo mi ha permesso di individuare questo luogo di cui mi sono innamorato a prima vista. L’eremo ha forgiato il mio stile di vita monastico. Un’altra Calabria rispetto a quella lasciata a Rossano, dalla lingua alla cultura».

L’eremo di Sant’Ilarione a Caulonia

Il tuo stile di vita ora qual è?

«Qui apprezzo il tempo di solitudine che bilancio a tempi di accoglienza. La porta è sempre aperta come a Parigi. Nelle ultime feste di Natale eravamo qui provenienti da cinque Paesi diversi, con quattro religioni diverse più una ragazza non credente. Alterno tempi di preghiera con quelli della comunicazione col mondo, invio periodicamente una mail agli amici in cui unisco una riflessione di fede con quella sociopolitica».

La strada che conduce all’eremo di Sant’Ilarione dove adesso vive il francese Fréderic Vermorel

Ti  piace tanto questa terra?

«La mia amarezza per questa terra viene solo dalla classe dirigente, il deficit non è non solo o propriamente etico, ma questa classe dirigente è incapace di sognare, il territorio calabrese potrebbe vivere dodici mesi l’anno di turismo e invece ci si accontenta di due mesi fatti male, la Statale 106 è rimasta interrotta per cinque anni a causa del ponte rovinato sull’Allaro».

Tommaso Scicchitano

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