Il calabrese del “Russiagate”: «Sto con Putin»

Da Serra San Bruno a Mosca. Dal 1986. Dice di non essere il "Gianko" intercettato con Salvini e Savoini in Russia. Nega la censura di Vladimir e ha paura della Nato. Intervista a Bruno Giancotti

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La prima volta in cui il suo nome rimbalzò sui media italiani fu nel novembre del 2016, quando Bruno Giancotti tirò fuori Matteo Salvini da un piccolo guaio in cui si era cacciato con la Polizia russa. Il leader della Lega aveva esposto nella piazza Rossa un cartello contro il referendum renziano, ma i gendarmi intervennero fermandolo per qualche ora perché la legge russa vieta di esporre striscioni con slogan politici senza una preventiva autorizzazione. «Lo avevo avvertito», racconta Giancotti, uomo d’affari originario di Serra San Bruno che, dalle montagne del Vibonese, è arrivato a stabilirsi a Mosca fin dal 1986.

Il calabrese putiniano di ferro

Un po’ più serio, quantomeno per il contraccolpo mediatico, si è rivelato in seguito il caso dei presunti fondi russi alla Lega e degli audio diffusi da BuzzFeed. Il suo nome è spuntato anche nel Russiagate, ma Giancotti assicura di non essere lui il «Gianko» a cui i protagonisti della trattativa del Metropole facevano riferimento parlando di percentuali su una grossa partita di gasolio russo da far arrivare in Europa.

Una questione molto più seria, e drammatica, è oggi quella della guerra Russia-Ucraina. Incalzato sull’argomento, Giancotti non si tira indietro di fronte alle domande. Ma va detto subito e chiaramente che lui è di parte: è dalla parte di Vladimir Putin e non nasconde di avere «conoscenze nelle alte sfere del potere» a Mosca. «Sono un putiniano convinto», spiega. «Invece mia moglie, che è russa, è antiputiniana. Io la definisco addirittura russofoba».
Lo abbiamo contattato attraverso Facebook.

Ma alcuni social network non erano stati oscurati in Russia? E non è censura questa?

«Io riesco a usare Facebook perché il mio account è stato registrato in Italia, ma effettivamente sì: qui è stato bloccato».

 

«Beh… la guerra mediatica la Russia l’ha sempre persa e la continua a perdere. Però le fake news erano diventate esorbitanti così è stata presa la decisione di limitare i social. Non è una decisione democratica, certo, ma siamo in guerra…».

Almeno lei non la chiama «operazione speciale»… Ma che aria si respira lì? Sembra evidente la repressione del dissenso.

«A Mosca c’è un’atmosfera tranquilla, non c’è panico né isteria. Certo, non si può negare che ci siano proteste contro la guerra di Putin. Repressione? La Russia è in guerra con l’Ucraina. E in guerra vigono regole particolari che contemplano anche temporaneamente la restrizione di libertà democratiche. Quelli nei confronti dei manifestanti comunque non sono quasi mai arresti ma fermi, gli arresti scattano solo in casi di violenze verso la polizia, come del resto accade anche in Europa. E poi quasi tutti i manifestanti sono giovani: è quasi fisiologico che si ribellino. Ma non ci sono arresti di massa. Ho osservato parecchie manifestazioni contro Putin e il comportamento della polizia mi è sembrato sempre molto corretto».

Di certo Putin non è quello che si dice un campione dei diritti civili…

«Non lo è mai stato, anzi ha sempre detto che la democrazia liberale è un fallimento. Lui è sempre stato per un regime decisionista, che in Occidente è definito dittatoriale».

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Giancotti alla marcia del 9 maggio (Il Giorno della Vittoria) sulla Piazza Rossa a Mosca

Quindi chi dice che in Russia c’è un regime ha ragione?

«Nei dibattiti televisivi gli oppositori di Putin parlano sempre senza problemi. Non c’è la censura di cui si parla in Occidente, io non la avverto. Vedo intellettuali oppositori del governo che parlano e agiscono indisturbati. Alcuni hanno una linea politica in contrasto con la tradizione russa e vengono perfino finanziati dallo Stato».

Torniamo alla guerra Russia-Ucraina. È un’invasione di uno Stato confinante. È un conflitto giusto secondo lei?

«È una guerra. E la guerra si fa con le armi, non con i fiori. Le vittime ci sono da ambo le parti. Ma non è una guerra tra Russia e Ucraina, bensì tra Russia e resto del mondo. Fin dal 2007, dalla Conferenza di Monaco, Putin ha detto che è ora di smetterla con il mondo dominato da una sola potenza. Perché possa esistere un mondo multipolare servono dei meccanismi che garantiscano la sicurezza di tutti. Da allora non ha mai smesso di dire questi: abbiamo nostri valori, non stanno bene all’Occidente e al globalismo? Beh, vanno comunque rispettati».

Insomma quella della Russia sarebbe un’azione difensiva?

«La Nato aveva promesso di non estendersi verso Est. Invece anche fonti non russe, come la rivista tedesca Spiegel, confermano che sono avanzati piano piano, in sostanza manca solo l’Ucraina per chiudere il fronte attorno alla Russia. Io ricordo il periodo catastrofico di Eltsin, quando vedevo i generali dell’esercito vendere le loro medaglie al mercato nero. La Russia all’epoca non poteva alzare la voce contro gli Usa, che ne approfittavano per bombardare Belgrado. Ora invece c’è una potenza militare e non permetteremo che venga compromessa la nostra sicurezza con basi Nato. In Ucraina poi agiscono incontrollate formazioni neonaziste che non sottostanno certo al governo di Kiev».

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Vladimir Putin

È passato quasi un mese dall’inizio della guerra. Non crede che l’esercito russo stia incontrando ostacoli inaspettati?

«In Occidente si sostiene che la Russia stia avendo più difficoltà di quanto pensasse. Putin invece ha detto che tutto sta andando come nei piani. E che si sta attuando una tattica ben precisa: colpire obiettivi in modo chirurgico e non distruggere tutto con bombardamenti a tappeto».

Intanto però le bombe cadono anche su ospedali e teatri. Le vittime tra i civili ci sono eccome.

«Parliamo di centinaia, mentre con azioni massicce sarebbero state centinaia di migliaia».

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Gianluca Savoini, Claudio D’Amico e Bruno Giancotti

Gli italiani che stanno in Russia secondo lei come la stanno vivendo?

«Per quello che vedo io, o sono indifferenti o per lo più condividono la linea di Putin. È solidale con il governo russo anche tanta gente che non ha nessun rapporto con il potere».

Chiudiamo tornando al Russiagate. Possibile che non fosse davvero lei «Gianko»?

«Non ero io, non so nulla di quella storia, altrimenti mi avrebbero indagato (la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per corruzione internazionale in cui all’epoca nel registro degli indagati figurava solo Gianluca Savoini, ndr).

Ma Savoini, D’Amico e Salvini li conosce, o no?

«Sì, ho introdotto io D’Amico e Savoini in Russia. Accompagnavo Salvini al Parlamento, ma non perché io sia della Lega. Io sto dalla parte della Russia. E chiunque sia amico della Russia è mio amico. In quel momento c’era un accordo tra il partito di Putin, Russia Unita, e la Lega. Gli audio del Metropole mi hanno reso famoso ma non ero io quello di cui si parlava. È vero che ho partecipato a trattative simili, ma esclusivamente di natura commerciale, non certo per finanziare la Lega. È il mio lavoro: faccio il mediatore commerciale. Credo che Savoini abbia avviato la trattativa per conto suo ma ci abbia messo dentro la Lega per rendere la cosa più appetibile. Invece era una pura trattativa commerciale, condotta però da chi di commercio non capisce nulla: degli imbecilli, da una parte e dall’altra. Vorrei però precisare un’ultima cosa».

Prego.

«Quello che sono diventato è dovuto solo alle mie capacità personali e non sono arrivato dove sono per vicinanza al potere. Le mie convinzioni non le vendo».

Però conosce bene diversi di quelli che vengono identificati come oligarchi, vero?

«Li conosco fin da quando non erano ricchi, fin da quando vendevano valuta al mercato nero scambiando rubli con dollari. Ora sono ultramiliardari».

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