Inchieste e politica: tra assoluzioni e “patenti” di perseguitati

Quello di Sandro Principe è solo l'ultimo caso in ordine di tempo. Da Caridi alla Girasole. E c'è pure chi ha agitato lo spauracchio dei problemi giudiziari contro Mario Occhiuto a Cosenza. L'eterna lotta tra garantisti e manettari in Calabria

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L’ultimo caso è quello di Sandro Principe e di tutti gli altri imputati politici dell’inchiesta “Sistema Rende”. Un flop clamoroso che riapre l’eterna disputa tra garantismo e pugno duro. Soprattutto quando nelle inchieste giudiziarie finiscono sindaci, consiglieri comunali o regionali, persino parlamentari.

Un Principe senza più trono

Per decenni uomo forte della politica di Rende, per anni sindaco, Sandro Principe, già deputato socialista, coinvolto nell’inchiesta della Dda di Catanzaro denominata, appunto, “Sistema Rende”. Siamo nel 2016 quando quel terremoto scuote la politica cosentina. Oltre a Principe, coinvolto anche un altro ex sindaco, Umberto Bernaudo, nonché gli assessori Pietro Ruffolo e Giuseppe Gagliardi. Tutti accusati, a vario titolo, di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso.

Principe e Manna nel loro più celebre duello televisivo, divenuto di culto a Cosenza e Rende

Quell’inchiesta, di fatto, chiuse una lunga, quasi infinita, stagione politica di centrosinistra a Rende, considerata da sempre una roccaforte socialista, aprendo le porte all’era del centrodestra di Marcello Manna, peraltro oggi invischiato nella brutta storia di presunta corruzione giudiziaria con il giudice Marco Petrini.

Quanto all’inchiesta “Sistema Rende”, invece, proprio un paio di giorni fa, il Tribunale di Cosenza ha assolto tutti gli imputati di quel clamoroso caso giudiziario. La parte politica, accusata di essere in combutta con la ‘ndrangheta, ottiene l’assoluzione in blocco con la formula “per non aver commesso il fatto”. Per Principe, la Procura aveva chiesto 9 anni di reclusione e via via a scendere condanne per tutti gli altri.

L’eterna lotta tra garantisti e “manettari”

Un caso del genere ha fatto, ovviamente, ritornare in auge la disputa tra le posizioni più oltranziste nella lotta alla ‘ndrangheta e alle sue collusioni con i “colletti bianchi” e quell’ala che, da sempre, spinge per una visione più garantista delle cose. E che, anzi, invoca riforme strutturali della magistratura e dell’intero sistema giustizia.

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Enza Bruno Bossio (foto A. Bombini) – I Calabresi

Tra queste, una delle posizioni più note è quella di Enza Bruno Bossio, parlamentare del Pd e moglie dell’ex vicepresidente della Giunta Regionale, Nicola Adamo. Nel congratularsi con Principe per la vittoria giudiziaria, Bruno Bossio non manca di rilanciare uno dei suoi cavalli di battaglia: «Anche questa vicenda ci insegna quanto sia utile, urgente e necessaria una profonda rivisitazione del potere giudiziario e del sistema della giustizia. A quante sofferenze, a quante ingiuste detenzioni dobbiamo ancora assistere?», si chiede.

L’assoluzione di Mimmo Tallini

Temi che, evidentemente, sfondano portoni aperti in Forza Italia. Appartiene ormai al mito la lotta di Silvio Berlusconi contro le “toghe rosse”. Posizioni rimbalzata nelle ultime ore con la pesante richiesta di condanna nei confronti dell’ex premier per il caso Ruby Ter. Ma, ancor prima (e, ovviamente, con le dovute proporzioni) per il caso di Mimmo Tallini.

Quella di Principe, infatti, è solo l’ultima delle assoluzioni che le cronache definiscono “clamorosa”. A metà febbraio, l’ex presidente del Consiglio regionale della Calabria, Mimmo Tallini, è stato assolto nel processo “Farmabusiness” dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso.

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Domenico Tallini (Forza Italia) ai tempi in cui presiedeva il Consiglio regionale

Dopo essere scattata la custodia cautelare, la Dda di Catanzaro aveva portato a processo Tallini e chiesto una condanna a 7 anni e 8 mesi di reclusione nel processo incentrato sui presunti illeciti nella vendita all’ingrosso di farmaci di cui si sarebbe resa responsabile la cosca di ‘ndrangheta dei Grande Aracri di Cutro. Ma Tallini è stato assolto “perché il fatto non sussiste”.

Se cittadinanza e politica abdicano alla magistratura

Eterna lotta tra garantismo e giustizialismo. Ma anche una eterna deresponsabilizzazione di politica e cittadinanza che, ormai da decenni, tanto a livello locale, quanto a livello nazionale hanno scelto di delegare scelte e comportamenti da assumere alla magistratura, conferendole ruolo e importanza che la Costituzione non le assegna.

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Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri (foto Tonio Carnevale)

La cittadinanza, spesso incapace di esprimere un voto libero, coraggioso e indipendente, si fa scudo tramite la magistratura e tramite figure iconiche come Nicola Gratteri, per deresponsabilizzarsi, per avere con manette e condanne quella “pulizia” che potrebbe promuovere nella cabina elettorale.

La classe dirigente, incapace di emendarsi, che tiene nei propri ranghi soggetti politicamente impresentabili, emarginandoli (magari temporaneamente) solo quando hanno le manette ai polsi, senza effettuare una selezione e, men che meno, un ricambio.

Lo spauracchio della giustizia

Emblematico, in tal senso, quanto accaduto alcuni anni fa a Cosenza, allorquando 17 consiglieri comunali firmarono le dimissioni dal notaio, paventando imminenti problemi giudiziari per l’allora sindaco Mario Occhiuto. Misure restrittive che, come la storia ha dimostrato, non sono mai arrivate. E con l’ex sindaco del capoluogo bruzio che, al momento, è uscito indenne praticamente da tutte le inchieste penali a suo carico.

Mario Occhiuto e Mario Oliverio a Palazzo dei Bruzi

La giustizia, quindi, come (spesso becera) arma di contesa politica. Speculare a quanto accaduto a Cosenza il caso del grande “nemico” di Occhiuto, l’ex governatore Mario Oliverio, ancora oggi imputato e scaricato dal Partito Democratico dopo i primi coinvolgimenti in inchieste giudiziarie.

Il caso Caridi

Quello tra ‘ndrangheta e politica è un rapporto inscindibile. La storia lo dimostra chiaramente. E, però, le assoluzioni di politici si moltiplicano. Nel luglio 2021, un altro episodio eclatante. L’assoluzione dell’ex senatore Antonio Caridi, nell’ambito del maxiprocesso “Gotha”, celebrato a Reggio Calabria contro la masso-‘ndrangheta.

Antonio Caridi in Senato

Caridi era accusato di essere lo strumento attraverso cui la componente occulta della criminalità calabrese avrebbe infiltrato le istituzioni, da quelle locali fino al Senato della Repubblica, appunto. A suo carico, diverse dichiarazioni di collaboratori di giustizia e anche le immagini che lo ritraevano entrare nella casa storica della cosca Pelle a Bovalino.

Ma è stato assolto in primo grado “perché il fatto non sussiste” dopo essersi consegnato nel carcere romano di Rebibbia a seguito del voto favorevole di Palazzo Madama sulla sua carcerazione. Poi un anno e mezzo di detenzione in carcere, il lungo processo, con la richiesta di condanna a 20 anni di reclusione e l’assoluzione, per ora di primo grado.

Femia e Cherubino, assolti dopo anni di detenzione

Ma i due casi più inquietanti arrivano entrambi dalla Locride. Il primo riguarda l’ex sindaco di Marina di Gioiosa Ionica, Rocco Femia, arrestato dalla Polizia di Stato nel maggio 2011, con l’operazione “Circolo Formato”. Secondo l’accusa, Femia sarebbe stato il candidato sindaco sponsorizzato dai Mazzaferro nelle elezioni del 2008. È stato assolto nel marzo 2021, dopo aver trascorso cinque degli ultimi dieci anni in carcere.

Rocco Femia

Poco più di un anno dopo, il 6 aprile scorso, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha assolto dall’accusa di associazione mafiosa l’ex consigliere regionale Cosimo Cherubino nell’ambito del processo “Falsa politica” nato da un’inchiesta della Dda di Reggio Calabria contro la cosca Commisso di Siderno. Arrestato nel 2012 e trascorsi 4 anni in carcere, nel 2016, in primo grado, Cherubino era stato condannato a 12 anni dal Tribunale di Locri. I giudici d’appello lo hanno assolto “perché il fatto non sussiste”.

Cosimo Cherubino

I simboli che cadono

Indagini spesso svolte in maniera approssimativa che portano a clamorosi errori giudiziari o, possibilità altrettanto grave, consegnano “patenti” di perseguitati a chi, forse, non la meriterebbe. Così, quindi, viene meno agli occhi di tanti la fiducia nella magistratura, per anni considerata l’unico argine allo strapotere delle cosche. A proposito di simboli che cadono.

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Mimmo Lucano ascolta i giudici mentre lo condannano a 13 anni e 2 mesi di pena

Casi a parte sono quelli di due sindaci icone di lotte molto sentite in Calabria. Il primo è quello di Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace. Il suo processo d’appello è iniziato da pochi giorno dopo la dura condanna di primo grado, che ha suscitato sdegno e indignazione a livello nazionale.

E, infine, la vicenda di Carolina Girasole, ex sindaco di Isola Capo Rizzuto, ritenuta una delle roccaforti della ‘ndrangheta. Per anni, Girasole verrà considerata un simbolo della politica che lotta contro la criminalità organizzata. Poi gli arresti domiciliari proprio con l’accusa infamante di connivenza con le ‘ndrine. Girasole verrà assolta definitivamente dalla Cassazione, dopo il ricorso presentato dalla magistratura inquirente, che ha insistito sebbene fosse stata già assolta sia in primo che in secondo grado.

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Carolina Girasole

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