Rap, break dance e street art: come la Calabria scoprì la poesia della strada

Radio a palla, spray, marciapiedi per ballare, sfide tra crew : le origini di una cultura partita dagli Usa per attecchire in tutto il mondo. Anche nella Cosenza degli anni'80, da cui pochi pionieri la diffusero nel resto della regione facendo scuola nell'hip hop. Oggi tra loro c'è anche chi è primario in ospedale. Ma non ha ancora appeso stereo e bomboletta al chiodo

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Un tappetino disteso sull’asfalto, il radiolone con le casse sparate “a palla”. Quattro ragazzi si contorcono a turno. E il marciapiede sembra prendere vita nei loro corpi modellati in pose impossibili, al ritmo di una voce che perentoria declama versi su basi ripetute. È il rap, la poesia della strada. Mai vista prima una scena simile in Calabria e regioni confinanti. I cosentini si fermano, osservano incuriositi. È il 1984 quando in città compaiono per la prima volta i B-boy, la break dance, l’hip hop e la street art. I muri spogli di edifici periferici e centrali ospitano vistosi graffiti colorati che appaiono all’alba, suscitando l’interesse dei passanti e il furore di qualche capo-condomino.

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La street art è arrivata in Calabria

I pionieri di rap e hip hop

«Si usciva con radio in spalla a ballare in strada nonostante la pioggia e il freddo. Qualcuno la chiamava ciutìa – racconta Carmelo Gervasi, uno dei pionieri calabresi di questa cultura – ma per noi era magia. Il nostro immaginario era ispirato a film come Flashdance, Electrik boogaloo, Wild style, Breakin’ e Beat street. Avevamo letto il libro Spraycan Art. Ascoltavamo dischi dei Melle Mel, Run Dmc, Whoudini. Per noi l’hip hop significava poter danzare sulle sonorità fuori dai canoni. Lo sport che praticavamo era scovare qualcun altro che avesse le stesso nostro sentimento. C’erano Ramon con la sua fibbia personalizzata e Lugi col capello afro, mezzo popiliano e mezzo etiope. Loro hanno fatto da catalizzatori. Ramon ha aperto la strada a tutti i graffitari, Lugi è da sempre un modello per i rapper nostrani. Se oggi si parla di street dance, graffiti o rap in Calabria si deve solo a loro».

Le prime crew che fecero scuola

Mentre gli altri interpreti locali delle sottoculture giovanili apparivano a volte statuari, bloccati nelle pose museali della piazza Kennedy degli anni Ottanta, i giovanissimi B-boy erano dinamici, creativi, carichi di significati inediti per le latitudini meridiane. «La prima crew fu la Southern Style, composta da Ramon, Rak e Dedo. Poi – spiega Amaele Serino – venimmo noi, prima Mexicani e poi Jolly artist crew composta da Tiskio, Simo e J.D. Tutto ruotava nei quartieri di via Panebianco, Bosco de Nicola e l’ultimo lotto di via Popilia. I nostri luoghi di riproduzione sociale erano piazza Kennedy, il C.S.A. Gramna e il garage di Simo. All’epoca ci sembrava strano fare rap in lingua italiana; ascoltavamo Public Enemy, Beastie boys, N.W.A, Run DMC».

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Writers nel quartiere Bosco De Nicola

«Le prime controversie – continua Amaele – nacquero tra noi Mexicani e i Portoricani di Commenda e alcuni nostri graffiti furono sfregiati. Oggi è tutto diverso. Il writing e il bombing hanno lasciato il posto alla street art, a un nuovo modo di lanciare messaggi, anche se noi lo abbiamo sempre fatto, la tag c’era, ma non aveva più il significato dell’esserci come individuo, originario del Bronx». Tra i breaker più qualificati spiccava Giannone che nel mondo ultrà assumerà un insolito nome di battaglia: Tonno Nostromo.

Dai murales cancellati a Banksy e Jorit

All’inizio, quando questa forma di arte apparve sui muri della città, ci fu pure chi si affrettò a cancellare i murales, addirittura considerandoli atti di vandalismo. E in alcuni casi i rapper cosentini furono costretti ad arrivare allo scontro fisico con altre “bande”. Oggi i graffiti riscuotono rispetto e ammirazione. Artisti come Banksy sono celebrati in tutto il mondo. C’è pure qualche amministrazione comunale che destina spazi alla street art e ne finanzia la realizzazione. Rende ha accolto un’opera del grande Jorit. Ma, all’opposto, il perbenismo strisciante e la mania del decoro urbano perseguitano i writer, cancellando i loro lavori e multandoli.

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Il murales commissionato a Jorit dal Comune di Rende durante la fase di realizzazione

Ramon ricostruisce le difficoltà dei primi anni: «Io ricordo due momenti fondamentali della nostra storia: anzitutto gli inseguimenti tra noi graffitari e gli agenti di polizia. E parlo di inseguimenti veri e propri, con alcuni di noi catturati e portati in centrale e qualche poliziotto che cadeva e si infortunava nella foga dell’inseguimento, e il mitico concerto al Gramna in cui suonarono i membri della posse di Bologna, i Sangue Misto, tra cui Neffa e Gruff. Quella volta noi facemmo una figura ottima».

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Cosenza, il concerto del 1992 al Gramna

Ampollino rap: la Woodstock di Calabria

Negli anni Novanta il movimento si allargò. Coinvolse ragazzi geniali come il compianto Dj Marcio. Nacque la South Posse. Il festival Ampollino Rap fu la Woodstock di Calabria. Una sera salì sul palco Frankie hi-nrg mc. Su base sincopata declamò i versi della sua Fight da faida: «Cosenza Potenza carne morta in partenza consacrata alla violenza senza opporre resistenza». Il testo non piacque per nulla al numeroso pubblico che si sentì offeso. Fischi, insulti, qualcuno minacciò di salire sul palco per tirare giù con la forza il rapper torinese.

Sangue Misto (e chillum) all’Ampollino Rap del 1994

Balzò su Dj Lugi, chiese rispetto per Frankie e lo ottenne dai tantissimi ragazzi provenienti dalle terre più remote della regione. Poi, improvvisando, ingaggiò con lui una sfida a colpi di rime. Lo convinse che i suoi versi raccontavano il sud in modo superficiale, aderente al mainstream, distante dalla realtà. Potenza del Rap: la serata finì in un abbraccio collettivo e sincere strette di mano. Della capacità dell’hip hop di penetrare le coscienze si è accorto di recente pure qualche insegnante nelle scuole. Ci sono professori che lo adoperano come strumento didattico.

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La South Posse

Doctor M, un primario graffitaro

A Cosenza i rapper storici, attivi all’interno del collettivo Brò Crew 360, sono protagonisti di attività istruttive imperniate sull’uso dello spray. Nei workshop tematici realizzati nella Città dei Ragazzi, docente d’eccezione è stato anche Mario Verta. Nell’arte di strada si chiama Doctor M e di giorno fa un delicato lavoro: primario del reparto Gastroenterologia nell’ospedale dell’Annunziata. «Mario è molto bravo nel catturare l’interesse dei ragazzi. Un giorno – prevede Amaele – l’hip hop diventerà materia di studio nelle scuole. Oggi più di prima ha una connotazione socio educativa. E dopo 50 anni possiede ancora, nella sua essenza, la potenza comunicativa del riscatto sociale».

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La Brò Crew 360

Animali di strada

In questi giorni la Brò Crew 360 espone nella Galleria Arte Indipendente Autogestita su corso Telesio una mostra dal titolo ANIMALI, visitabile fino al prossimo 24 aprile. I temi sono quelli di sempre: nessuna discriminazione, lotta contro le ingiustizie, educazione del dissenso, salvaguardia dell’ambiente e delle altre specie viventi. La spray art riproduce su pannelli lo sguardo e il punto di vista che queste creature hanno maturato su di noi, cioè sulla specie cosiddetta sapiens.

«La mostra – spiega la crew – dà voce agli animali che ci accompagnano lungo la nostra esistenza, non soltanto come compagni, ma come esseri viventi capaci di aprirci gli occhi e il cuore. Il nostro egoismo e il nostro specismo non ci autorizzano a dominare la natura e il mondo in maniera assoluta; anche noi siamo esseri viventi destinati a morire. Il bisogno di comunicare sarà sempre una priorità per il genere umano. Più crescerà il disagio, maggiore diverrà questo bisogno. Nella G.A.I.A. si espongono gli animali. Per loro non c’è giusto o sbagliato. Forse è ciò che cerchiamo anche noi».

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