‘Ndrangheta e mafia russa: così lontane, così vicine

Traffici e affari sulla rotta tra la Piana di Gioia Tauro e l'ex Unione Sovietica, oggi teatro della guerra tra Russia e Ucraina: armi, migranti, droga, riciclaggio e quel gas che fa gola a tutti

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I missili della Russia illuminano i cieli di Kiev e di altre città dell’Ucraina. Ma è un attimo. Un lampo. Subito dopo, il cielo si scurisce, la coltre di fumo si alza. Tutto torna grigio, nebuloso. Come tutto ciò che riguarda gli affari del mondo dell’Est. Quantità infinite di rubli, messi insieme da criminali e faccendieri. Dagli oligarchi divenuti bersaglio delle sanzioni comminate da USA ed Europa. Ma anche dalle mafie italiane. Dalla ‘ndrangheta soprattutto.

La criminalità dell’Est in Italia

La mafia russa, ma anche quella ucraina, fanno affari nell’Europa da tempo. E, quindi, anche in Italia. Ambienti chiusi, gerarchici, come da tradizione del blocco comunista. Su cui, quindi, non è semplice indagare. Ma i report investigativi sono chiari da tempo. Su quelle barche, che sfidano le onde per un approdo in Italia vi sono quasi sempre uomini, donne e bambine di origine pakistana, curda, irachena, iraniana e siriana. Ma gli scafisti, i mercanti di persone, sono, sempre più spesso, di nazionalità russa e ucraina. Vengono poi quasi sempre incastrati dalle testimonianze dei profughi, una volta giunti a riva o soccorsi in mare.

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Una barca utilizzata per la tratta dei migranti arenata su una spiaggia della Locride

Ma non è solo questo. Le mafie dell’Est – e soprattutto quella russa – si muovono già da tempo come una holding. Anche nel cuore dell’Europa occidentale. Anche in Italia. L’ultima relazione semestrale della DIA mette nero su bianco questo: “La criminalità proveniente dall’Europa dell’Est, con le caratteristiche evidenti delle organizzazioni mafiose, ha fatto delle attività di riciclaggio attraverso società off shore, con sede nei Paesi Baltici, Malta, Cipro o nella stessa Federazione Russa il suo canale d’affari principale, mostrando, allo stesso tempo, una spiccata vocazione sia imprenditoriale che delinquenziale”.

La ‘ndrangheta e la mafia russa

Dagli anni ’90 la ‘ndrangheta è in relazione con la mafia russa per quanto riguarda il traffico di droga e di armi. Ma non solo. L’indagine “Export” del luglio 2007 condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi ha consentito il sequestro, nell’area portuale, di 135 containers carichi di rifiuti di diversa specie e qualità diretti in Cina, India, Russia ed alcune nazioni del Nord Africa. Per quanto concerne la partenza e l’arrivo di materiale illecito in affari (anche) con la Russia appare evidente che uno snodo cruciale sia rappresentato dal porto di Gioia Tauro. Da sempre la porta principale per l’ingresso di merce illecita in Occidente.

Il porto di Gioia Tauro

C’è una sentenza a dimostrarlo. È quella del procedimento “Maestro”, arrivato a una pronuncia definitiva alcuni anni fa. Quell’inchiesta, condotta dalla Dda di Reggio Calabria, dimostrò come la potente cosca Molè di Gioia Tauro fosse egemone sui traffici di merce contraffatta nello scalo. Emerse la figura dell’imprenditore, faccendiere e massone Cosimo Virgiglio, in seguito divenuto collaboratore di giustizia, rendendo dichiarazioni sui legami tra cosche, cappucci e compassi.

Cosimo Virgiglio

In una conversazione intercettata è proprio Virgiglio a parlare. Insieme a quel Pino Speranza che poi, nei racconti del pentito, verrà indicato come un elemento di congiunzione tra le cosche di Gioia Tauro e il mondo della massoneria deviata. Ma c’è un terzo interlocutore, Antonio Filippone, nato a Canolo, nella Locride, con vari precedenti penali per detenzione di armi, associazione a delinquere e ricettazione. Opera nel settore del commercio all’ingrosso di materiale edile e ceramico. Ed è fratello di Salvatore Filippone, già condannato per appartenenza alla ‘ndrangheta nello storico processo “Tirreno”.

Affari coi rubli

Non solo. Un’indagine della Procura di Locri di alcuni anni fa – denominata “Europa 1” avrebbe ricostruito il ruolo di Filippone in operazioni riguardanti la compravendita di rubli, dinari argentini, marchi tedeschi, ma anche in trattative riguardanti importanti aziende e strutture economiche nell’ex Unione Sovietica. Anche una banca a Leningrado. Come scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso in “Fratelli di sangue”, il loro primo successo editoriale: “Con la complicità di ‘nomi’ sparsi in ovattati istituti di credito svizzeri, lussemburghesi e austriaci, tramite banche del calibro del Crédit Lyonnaise e della Deutsche Bank aveva architettato di comprare catene di alberghi, casinò e piccole agenzie bancarie di Mosca. Addirittura a Leningrado aveva in mente di comprare un’acciaieria, una banca e un’industria chimica”.

Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri
Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri

Le conversazioni sono captate all’interno dell’albergo di lusso “Villa Vecchia”, a Monte Porzio Catone, che sarebbe stato nella disponibilità della cosca Molè. I tre parlano di qualcosa di illecito relativo alle importazioni. Ed è qui che arriva la frase di Filippone, che fa proprio riferimento al fratello già condannato per ‘ndrangheta:«Filippone sa tutti i cazzi del mondo, c’è mio fratello che è ancora più meticoloso… Russia, Cina e altre parti…». Cosa che, peraltro, conferma quanto sostenuto ancora da Gratteri e Nicaso: “Contava agganci potenti fino all’entourage del ministro della difesa russo. Per realizzare il suo mega progetto era riuscito a rastrellare in una banca tedesca rubli per 2.600 miliardi di lire”.

Il riciclaggio

Non si tratta, quindi, solo di affari da ‘ndrangheta militare: droga, armi, rifiuti. Ma di un business molto più raffinato. Sono, soprattutto, le cosche della Piana di Gioia Tauro ad aver guardato sempre con grande interesse all’Est. E alla Russia, in particolare. In un’inchiesta di qualche anno fa sulla potente cosca Gallico di Palmi è infatti agli atti una comunicazione tra due avvocati ritenuti al servizio del clan.

I due parlerebbero di una intestazione fittizia di beni e di riciclaggio per conto di terze persone con riferimento alla compravendita di navi. E uno dei due afferma di aver contattato il loro corrispondente di Londra, il quale aveva messo a loro disposizione le sue società per consentire l’incasso dei proventi della compravendita delle navi. E aggiunge, inoltre, che l’unico problema che avrebbe potuto sorgere era con la Banca Inglese, poiché per quanto riguardava i soldi provenienti dalla Russia e dalla Cina il controllo della provenienza dei fondi era molto rigoroso per eludere il riciclaggio di denaro. Pertanto, avrebbero potuto chiedere tutta la documentazione afferente le navi oggetto della compravendita.

I calabresi in Russia

Insomma, la Russia e l’Ucraina sembrano, da sempre, esercitare grande fascino sui calabresi. Come dimostrerebbe il ruolo rivestito da quel Bruno Giancotti nel “Russiagate” che, un paio di anni fa, scosse il mondo della Lega. Il Carroccio, infatti, ha sempre guardato con ammirazione al potere di Vladimir Putin, che oggi ha scatenato la guerra in Ucraina. Nelle intercettazioni sui fondi russi alla Lega di Matteo Salvini spunta anche lui: Bruno Giancotti da Serra San Bruno, in provincia di Vibo Valentia. In Russia da circa 35 anni. Da quando, quindi, era ancora Unione Sovietica. L’affare è quello della compravendita di 3 milioni di tonnellate di gasolio finita al centro dello scandalo sui presunti fondi russi alla Lega. Ma, ovviamente, Giancotti ha sempre negato ogni ruolo in quella storia.

 

«La politica bisogna saperla manovrare»

E, nel panorama degli affari internazionali, non poteva mancare la cosca più potente della Piana di Gioia Tauro: i Piromalli. La famiglia che, insieme ai De Stefano, ha modernizzato la ‘ndrangheta, con i propri legami con il mondo della massoneria deviata.
Protagonista, il faccendiere Aldo Miccichè, oggi deceduto. Uno dei soggetti chiave dell’inchiesta “Cent’anni di storia”, con cui il pm Roberto Di Palma metterà sotto scacco il potente casato gioiese: “Personaggio – scrivono i pm nella richiesta d’arresto del processo “Cent’anni di storia” – dai rilevanti trascorsi penali, tali da valergli un cumulo di pena di anni 25 di reclusione”.

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Aldo Miccichè

I guai giudiziari per Miccichè inizieranno comunque nel 1987. Il faccendiere, che sarebbe stato anche in contatto con la banda della Magliana, si rifugerà in Venezuela per sfuggire a un’altra, precedente, condanna per bancarotta fraudolenta. Le intercettazioni di quell’inchiesta aprono un mondo di interessi e di rapporti. In cui vi sarebbero legami con la politica, tanto venezuelana, quanto italiana. L’obiettivo di Miccichè sarebbe stato infatti quello di far revocare a Pino Piromalli la dura misura del 41-bis. Miccichè sarebbe un personaggio pienamente inserito sia nell’establishment nostrano che in quello del paese sudamericano: «La politica bisogna saperla manovrare» dice commentando gli sviluppi politici del Venezuela.

I rapporti con Dell’Utri

In Italia, invece, il politico più in vista con cui Miccichè avrebbe avuto un rapporto piuttosto significativo è l’allora senatore Marcello Dell’Utri, uomo di fiducia dell’ex premier Silvio Berlusconi fin dagli anni ’70, condannato definitivamente per i suoi rapporti con Cosa Nostra: «Vai da Dell’Utri, spiegagli chi siamo e cosa rappresentiamo», dirà Miccichè a Gioacchino Arcidiaco, l’emissario dei Piromalli che incontrerà il senatore nel marzo 2008.

Aldo Miccichè sul piatto della bilancia avrebbe messo, tranquillamente, il voto degli italiani all’estero. E a proposito di estero, sarà lo stesso Dell’Utri a giustificarne la conoscenza, in un’intervista: «Lui in Venezuela si occupava di forniture di petrolio. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui conoscendo questi russi ho fatto da tramite…».

L’uomo del gas

E qui si inserisce anche la figura del giovane Massimo Marino De Caro, poi coinvolto nello scandalo dei preziosi libri trafugati alla Biblioteca dei Girolamini, di cui divenne (senza troppi titoli) direttore. Ad appena 34 anni, De Caro era diventato vicepresidente della Avelar Energy (gruppo Renova), che ha sede in Svizzera ma appartiene al magnate russo Viktor Vekselberg. Più ricco di Rupert Murdoch, Vekselberg acquisterà anche diversi beni in Italia, sul lago di Garda e a Rimini. Difficile spiegare perché il giovane De Caro raggiunga i vertici di una società così importante. La risposta arriverà dalle intercettazioni.

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Marcello Dell’Utri

Proprio alla presenza dei De Caro, Dell’Utri chiamerà Miccichè che, ovviamente si trova in Venezuela. Il faccendiere originario di Maropati gli consiglierà di acquistare greggio dalla compagnia venezuelana Pdvsa. Affari da diversi milioni di euro che sarebbero stati approntati sull’asse Mosca-Caracas, con in mezzo l’Italia, per volontà di Marcello Dell’Utri: «Io vado lì e dico: mi manda Picone, e quando dico Picone intendo Marcello…», dice Miccichè in una conversazione intercettata. Lo stesso Dell’Utri, secondo diverse intercettazioni, avrebbe “piazzato” Marino De Caro ai vertici della Avelar. A occuparsi proprio di quel gas che ora è uno degli argomenti principali nel conflitto tra Russia e Ucraina. Mentre la gente continua a morire sotto il cielo di Kiev.

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