Natale di sangue: perché alle ‘ndrine piace uccidere durante le feste

I clan vivono di riti e di tradizioni. Non solo per mantenere alto il senso di fascinazione nei confronti degli affiliati, ma anche per abbattere i propri nemici. E colpire i loro parenti sopravvisuti, che collegheranno per sempre le festività al ricordo di una perdita

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Una faida iniziata nel periodo di Carnevale. Un omicidio avvenuto nel giorno di Natale. Una strage in un giorno simbolo delle ferie estive. Nulla è fatto a caso.  Giorni di festa. Che, però, devono diventare giorni di sangue. E rimanere, per sempre, giorni di lutto. Nella ‘ndrangheta la simbologia conta. Conta molto. La ‘ndrangheta vive di riti, di tradizioni. Non solo per mantenere alto il senso di fascinazione nei confronti degli affiliati, ma anche per colpire i nemici. Si spiegano così i numerosi delitti che coincidono con le festività.

Le faide

Le faide sono le guerre che si instaurano tra cosche del medesimo paese o di paesi diversi. Guerre che possono durare anche per diversi anni e che non risparmiano nessuno, anche se il tempo passa, inesorabilmente. La ‘ndrangheta non dimentica mai: «Nel territorio della provincia di Reggio Calabria la faida di Cimino ha causato quasi cinquanta morti, quella di Cittanova sessantacinque, quella di Laureana di Borrello una trentina, tra cui una bambina di nove anni, la faida di Botticella ha mietuto sessanta vittime. Altre faide con decine e decine di morti si sono avute a Gioia Tauro, a Sant’Ilario, a Siderno, a Roghudi, a Bova, a Locri», scrivono Mario Andrigo e Lele Rozza nel volume Le radici della ‘ndrangheta per Nutrimenti Edizioni.

La faida di San Luca

Quella più famosa, però, trova il suo culmine il 15 agosto del 2007 a Duisburg, in Germania, quando sul suolo tedesco restano in sei, crivellati di colpi. Una mattanza che si inquadra nella sanguinosissima faida di San Luca iniziata nel 1991 per un banale scherzo di Carnevale. Storicamente, infatti, quella lunga di sangue viene fatta iniziare il 10 febbraio del 1991, allorquando un gruppo di giovani legati ai clan Strangio e Nirta, detti “Versu”, in occasione delle festività di Carnevale, lanciò delle uova contro il circolo ricreativo ARCI, gestito da Domenico Pelle, uno dei “Gambazza”. Un’onta. Resa ancor più grave dal fatto che quelle uova sporcarono, tra l’altro, anche l’auto di uno dei Vottari.

Inizia tutto in quel modo. I giovani vengono anche puniti con una sonora dose di “legnate” come si dice in gergo. Tutto sembra finire lì. Ma, in realtà, è solo il principio, perché successivamente, in nome di quel sentimento di vendetta che nella ‘ndrangheta è sacro, un altro gruppo di giovani dei Nirta-Strangio, venuti a conoscenza dell’accaduto, incontrarono un affiliato ai Vottari. Questi, spaventato, incominciò a sparare uccidendo due giovani del gruppo, Francesco Strangio, 20 anni, Domenico Nirta, 19 anni, e ferendone altri due. Vista l’estrema gravità dell’azione, il clan dei Vottari decise che l’autore degli omicidi avrebbe dovuto andarsene per sempre da San Luca e dai paesi limitrofi. Egli verrà comunque ucciso presso il comune di Bovalino, dove aveva trovato rifugio temporaneo. La lunga scia di sangue è ormai innescata.

L’omicidio di Maria Strangio

Una mattanza che sembra rimanere silente per alcuni anni. Fino alla nuova esplosione, quindici anni dopo il primo evento. E, anche in questo caso, la data ha un certo significato. Il 25 dicembre 2006 viene uccisa Maria Strangio, moglie di Giovanni Luca Nirta, reale obiettivo dei sicari, il quale, invece, si salverà. La faida così ricomincia dopo un lungo periodo di pausa. Giovanni Luca Nirta si è sempre professato innocente rispetto alle accuse che lo indicano come un capo carismatico della ‘ndrangheta.

In varie interviste si è dipinto come un umile agricoltore. Addirittura, in una delle scorribande in terra calabra, anche il massmediologo Klaus Davi, per anni consigliere comunale a San Luca, ha incontrato il presunto boss. Che lo ha fatto accomodare in casa, offrendogli un caffè. Senza, però, voler parlare di ‘ndrangheta. Eppure, per gli inquirenti è un soggetto apicale della ‘ndrangheta di San Luca. Circa un anno fa ha finito di scontare la condanna a 12 anni di reclusione per associazione mafiosa rimediata nel processo “Fehida”. Che ha ricostruito proprio gli ultimi episodi della faida di San Luca.

La strage di Duisburg

L’eccidio di Duisburg è la risposta all’omicidio di Maria Strangio, fortuito ma lavato ugualmente col sangue. Tra i morti in Germania anche un giovane, appena diciottenne, Tommaso Venturi, cui fu trovato addosso un santino bruciacchiato di San Michele Arcangelo, segno, probabilmente, della recente affiliazione, avvenuta in concomitanza con la maggiore età, festeggiata nella notte.

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Giovanni Strangio, la mente del commando che agì a Duisburg

Una strage che, nel corso degli anni, gli inquirenti calabresi ricostruiranno, portando a condanne definitive. Tra cui quella di Giovanni Strangio, punito col carcere a vita perché considerato la mente del commando entrato in azione nel giorno di Ferragosto. Strangio verrà arrestato il 12 marzo del 2009 in Olanda, a Diemen, piccolo centro vicino ad Amsterdam.

L’omicidio Bruzzese

Date che contano. Che diventano sfregio. Siamo nel 2018. Assassinato nel giorno di Natale anche Marcello Bruzzese, cinquantunenne di origine calabrese. Freddato nel garage sotto casa, in una stradina del centro storico di Pesaro. Un agguato in puro stile mafioso, forse un avvertimento per colpire il fratello di Girolamo Biagio Bruzzese, ‘ndranghetista, diventato nel 2003 collaboratore di giustizia dopo aver tentato di uccidere il capocosca: le sue testimonianze hanno permesso ai magistrati di conoscere i legami tra la cosca Crea e alcuni politici locali.

L’omicidio Bruzzese a Pesaro

Proprio alcune settimane fa, magistratura e forze dell’ordine hanno eseguito alcuni arresti, convinti di aver chiuso il cerchio sulla vicenda. È servito il lavoro di tre Dda, Reggio Calabria, Brescia e Ancona per ricostruire ciò che è accaduto nella tranquilla Pesaro, indicata come “località protetta”. La vittima era il fratello del collaboratore di giustizia Girolamo Biagio Bruzzese, già organico alla cosca Crea di Rizziconi (RC) e dalla quale si era dissociato nel 2003 dopo aver attentato alla vita di Teodoro Crea, capo della cosca, detto il “Toro”.

Il significato

In tutti i casi, quindi, le date non sono scelte a caso. Rimanendo sulla faida di San Luca: l’inizio, Carnevale del 1991, l’omicidio di Maria Strangio, Natale 2006, la strage di Duisburg, Ferragosto 2007. Tutti eventi verificatisi in corrispondenza di alcuni giorni di festa. «Secondo l’etnologo Vito Teti, la vendetta in un universo arcaico rappresentava il tentativo di ristabilire l’ordine sconvolto da uno spargimento di sangue», scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso ne La malapianta.

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Il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri

«Nell’orizzonte tradizionale, la regola del sangue che chiama sangue è stata spesso assunta, anche in maniera strumentale, per legittimare comportamenti cruenti nella ‘ndrangheta. Si può pertanto capire perché nei giorni di festa, o nei giorni dedicati ai defunti, quando il ricordo è più opprimente e fondante, si ricorra talora a comportamenti rammemoranti. Nella logica di alimentare il ricordo attraverso il dolore, la vendetta praticata nei momenti festivi (in un contesto mediterraneo ma anche in tante altre società tradizionali) assume un valore rituale e altamente simbolico» scrivono ancora il procuratore di Catanzaro e il giornalista ed esperto di ‘ndrangheta.

Simbologia e religione

La simbologia, soprattutto se si interseca con la religione, ha un ruolo predominante nei comportamenti, anche di natura criminale, messi in atto dalla ‘ndrangheta. Nelle strategie della criminalità, nelle usanze, niente è fatto a caso. La mafia – e, in particolare, la ‘ndrangheta – sceglie di uccidere soprattutto in date rilevanti che spesso coincidono con festività religiose. Oppure in ricorrenze importanti per il soggetto da eliminare. Non è un caso ad esempio che molti omicidi avvengano nel giorno dell’onomastico o del compleanno della vittima. I killer della mafia talvolta commettono i propri omicidi in luoghi sacri. Come nell’uccisione di Domenico Vallelunga, il boss dell’omonima cosca di Serra San Bruno, Vibo Valentia, assassinato davanti al Santuario dei Santi medici Cosmo e Damiano, a Riace.

È solo uno dei tanti, possibili, esempi. Delitti, uccisioni, aggravati dal fatto di aver profanato un luogo di culto, di aver macchiato col sangue la terra consacrata. Fatti, ovviamente, in piena antitesi con il manto di religiosità con cui si copre, spesso e volentieri, la criminalità organizzata. E così, dunque, avviene anche per i cosiddetti casi di “lupara bianca”, in cui una persona viene uccisa. E il suo corpo fatto sparire. Seppellito in qualche lontana campagna, oppure sciolto nell’acido. Un modo vale l’altro affinché le famiglie non possano piangere il proprio congiunto. Oltre alla morte, dunque, vi è un altro tipo di punizione, parimenti crudele, per i sopravvissuti.

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