Minori migranti, meglio schiavi che in Calabria?

Gli adolescenti ospitati dai centri di accoglienza del Reggino svaniscono pochi giorni dopo lo sbarco col probabile supporto dell'organizzazione che li ha condotti dalla Turchia in Italia. Ma l'ultima tappa del loro viaggio non conduce sempre a una vita migliore

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Migranti in fuga. Dalla fame e dalla guerra prima, da un sistema d’accoglienza in ginocchio poi. Sono tanti i minori non accompagnati sbarcati sullo Jonio reggino nell’ultimo anno. Una storia che segue sempre (o quasi) lo stesso copione. Sono ragazzi e ragazze tra i 15 e i 17 anni. E una volta approdati in Europa attraverso questo pezzo di Calabria spariscono nel nulla nel giro di pochi giorni.

Sono 19 gli adolescenti sbarcati tra Camini e Reggio Calabria nel 2020 e scappati dai (pochissimi) centri d’accoglienza sopravvissuti sul territorio. La modalità è sempre identica. I barchini, in genere piccoli velieri di una decina di metri stipati all’inverosimile di migranti in arrivo dal Medio Oriente, approdano sulle spiagge del Reggino con il loro carico di gente in viaggio alla ricerca di una vita migliore. Famiglie con bambini, uomini e donne adulti e, sempre più spesso, minori che arrivano alle soglie del ricco occidente senza nessun adulto a prendersene cura.

Sono loro l’anello più fragile di questa catena che lega da più di 20 anni il territorio reggino alla Turchia. È quella la base di partenza per i “viaggiatori” provenienti da Siria, Irak, Iran, Pakistan e Bangladesh. Le rotte lungo cui si muovono i migranti sono ormai consolidate da anni di continue traversate. Le cose per i minori non accompagnati, invece, sono decisamente cambiate in peggio. Il sistema di accoglienza diffuso che era stato incardinato sul territorio è stato via via smantellato, complicando una situazione già sull’orlo di una crisi di nervi.

L’integrazione dei migranti

Sono solo due in provincia di Reggio i centri di prossimità in grado di fornire la seconda accoglienza (quella cioè che dovrebbe occuparsi di integrare i giovani migranti nella nostra società) sopravvissuti alla tagliola dei cosiddetti decreti Salvini. Ed è in questi centri, a Reggio e a Benestare, che i giovani vengono trasferiti dopo le operazioni di identificazione da parte delle forze dell’ordine.

Mediatori culturali, assistenti sociali, avvocati e docenti di italiano: i servizi offerti ai minori dovrebbero contribuire a favorirne l’integrazione. Ma nella realtà, esclusi pochi casi isolati, i ragazzi, che dal momento del loro sbarco passano formalmente sotto la tutela dello Stato italiano, si fermano solo qualche giorno prima di lasciare le strutture facendo perdere le proprie tracce.

Una fuga da film

Un esempio? Quello dei due ragazzi arrivati nel porto di Roccella un paio di giorni prima del Natale 2020 e spariti dalla struttura di Reggio nel pomeriggio dell’ultimo dell’anno. Di origine curdo-irakena l’uno, siriano l’altro, i due diciassettenni hanno aspettato che gli operatori e gli ospiti del centro si riunissero per una piccola festa nella sala comune per fuggire dalla camera dove erano ospitati in attesa di completare le due settimane di quarantena disposte dalle regole anti Covid.

Proprio come in un film, i ragazzini hanno intrecciato le lenzuola dei loro letti per calarsi da un balcone del secondo piano e fuggire senza essere visti. Come abbiano fatto a sparire dalla città durante il periodo del lockdown senza un soldo in tasca e senza parlare una parola d’italiano, resta un’incognita. «Uno sognava di ricongiungersi alla sorella in Inghilterra – racconta Giovanni Fortugno, una vita trascorsa a prendersi cura dei minori approdati sullo Stretto – l’altro voleva arrivare in Germania dove avrebbe trovato parte della sua famiglia. Sono andati via, non siamo più riusciti a trovarli. E a me non è rimasto altro da fare che compilare l’ennesima denuncia per segnalare l’allontanamento dei minori. Una storia che si ripete sempre più spesso».

Una tappa del viaggio

Nel corso del 2020 gli sbarchi dei migranti non hanno conosciuto tregua nemmeno durante i mesi invernali. I barchini sono arrivati sulle spiagge joniche a ritmi da catena di montaggio con il loro carico di minori soli. Nel mese di luglio dello scorso anno 25 adolescenti sono sbarcati da un peschereccio sgangherato sulle banchine del porto di Roccella. Presi in carica dal sindaco, i ragazzi furono ospitati in un albergo della cittadina jonica in attesa della fine del periodo di quarantena. Tra loro, solo una manciata riuscirono a trovare posto nelle due strutture rimaste sul territorio. Poi sono spariti, come tanti prima di loro, senza lasciare alcuna traccia.

La stessa cosa è successa in seguito all’approdo di un veliero sulla spiaggia di Bovalino nel dicembre 2020. In quell’occasione i 2 minori pakistani non accompagnati furono trasferiti nella struttura di Benestare, minuscolo borgo ad una decina di chilometri dal mare. Giusto il tempo di conoscere gli operatori e hanno preso il volo dileguandosi nella notte.

«Con la nostra esperienza sul campo – racconta Elena Scopacasa, assistente sociale a Benestare da oltre 10 anni – individuiamo subito i ragazzi che non vogliono restare. D’altronde noi non siamo carcerieri e i ragazzi non sono in stato di arresto. E sono poche le cose che concretamente possiamo fare per evitare che scappino. Noi tentiamo di parlarci, di capire quali sono le loro necessità. Ma spesso la sosta nei centri di seconda accoglienza rappresenta per i ragazzi poco più che un pit stop prima del tratto finale del viaggio iniziato mesi prima».

La rete

E se il copione è sempre lo stesso, anche i protagonisti di questa storia sono sempre i medesimi. Gli operatori sociali che hanno fatto dell’accoglienza ai minori la loro missione ne sono più che convinti.  E hanno denunciato più volte alle forze dell’ordine il fenomeno. L’organizzazione che si occupa di allestire i viaggi dalla Turchia all’Italia (7 mila euro il prezzo medio del biglietto per un viaggio di cinque giorni da trascorrere sotto coperta per non farsi individuare dai pattugliatori italiani) si occupa anche di raccattare i minori finiti sotto la tutela dello Stato e parcheggiati nei centri d’accoglienza.

«È evidente che i ragazzi non scappino da soli, ma che si servano di una rete presente sul nostro territorio». A parlare è ancora Fortugno, responsabile della comunità “Papa Giovanni” che a Reggio si occupa di minori non accompagnati da oltre 20 anni. «Personalmente – prosegue – non ho dubbi. La stessa organizzazione che li porta in Italia si occupa di prelevarli dalle nostre strutture per portarli, quando va bene, fino al confine».

Ma le cose non vanno sempre bene e più di un ragazzo, convinto a scappare con il miraggio di una vita migliore, finisce in situazioni tremende. Come il sedicenne egiziano che era ospitato a Benestare. Dopo un periodo trascorso alle pendici d’Aspromonte in cui sembrava essersi integrato, aveva fatto perdere le proprie tracce. Gli operatori ebbero di nuovo sue notizie solo in seguito ad una comunicazione dei servizi sociali di Milano. Il ragazzino che sognava di integrarsi in Europa era finito in un giro di prostituzione minorile. Quando ancora, almeno formalmente, era sotto la tutela della Repubblica.

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