Migranti e scafisti, destini comuni sulle rotte della povertà

Giovani dell'ex Urss senza alcuna esperienza di navigazione vengono reclutati per condurre decine di disperati da una capo all'altro del Mediterraneo con la promessa di un lavoro. Ma spesso ad attenderli c'è il carcere, se non la morte

Condividi

Recenti

Vengono dal Kirghizistan e dall’Uzbekistan, spesso dall’Ucraina o dalla Russia profonda, qualche volta dal Tagikistan col loro carico di migranti. Sono quasi sempre uomini giovani, raramente c’è qualche donna. Catapultati sulle spiagge dello Jonio calabrese, il loro viaggio inizia mesi prima nei villaggi semisperduti delle steppe dell’ex Unione Sovietica. Poi prosegue attraverso la Turchia e termina, nella maggior parte dei casi, in una cella delle carceri di Locri e di Reggio. Gli scafisti che da anni si occupano di pilotare i barchini a vela dalle coste dell’Asia Minore fino alle nostre spiagge hanno sempre profili che si somigliano.

Sono giovani, spesso sotto i 30 anni, e arrivano da microvillaggi di Stati e staterelli poverissimi (oligarchi esclusi, ovviamente). Sono quasi sempre incensurati, non si accaniscono contro i migranti durante il viaggio. Cresciuti in regioni lontanissime dal mare, raccontano di essere stati reclutati a domicilio e trasportati sulle coste della Turchia. Lì, dopo un training di una manciata di giorni sulle regole base della navigazione, finiscono al timone dei velieri rubati nei tanti porticcioli di quel pezzo di Mediterraneo. Rappresentano l’ultimo incastro di una tratta che si perpetua identica (o quasi) da oltre venti anni.

Gli ultimi tre in ordine di tempo li ha sorpresi una pattuglia dei carabinieri a Brancaleone nei primi giorni di luglio. Dopo avere avvicinato alla spiaggia il piccolo veliero carico di 27 persone che avevano pilotato attraverso il Mediterraneo, si erano lanciati in mare. Tentavano di raggiungere la costa e far perdere le loro tracce, li hanno ripresi a qualche centinaia di metri dal luogo dell’ennesimo sbarco. Vengono dalla Russia e dall’Ucraina, uno di loro è di nazionalità turca. Andranno a rimpolpare la colonia di connazionali che affolla il carcere di Arghillà, nella periferia reggina. Su di loro pende l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Le condanne, quando arrivano, superano raramente i quattro anni e i procedimenti, sempre più spesso, si concludono con un patteggiamento.

Carcere-di-Arghillà
L’ingresso del carcere di Arghillà a Reggio Calabria

Quindici metri, 69 migranti

Farrukh Pardaboev e Fasliddin Sultanov hanno poco meno di trent’anni. Vengono da un piccolo centro dell’Uzbekistan non troppo lontano da Samarcanda, migliaia di chilometri lontani dallo specchio di mare più vicino. Un pattugliatore della Guardia di finanza li ha sorpresi a una decina di miglia dalle spiagge di Riace nel luglio dello scorso anno mentre erano alla guida del “L.A. Dancer” – uno sloop, monoalbero di 15 metri battente bandiera statunitense – con il suo carico di 69 migranti pakistani, venti dei quali minorenni.

Gli investigatori li hanno identificati attraverso il loro passaporto. Interrogati dagli inquirenti, hanno raccontato di avere barattato il costo del biglietto per il viaggio con il loro lavoro, e di essere stati istruiti sulle tecniche di navigazione in mare aperto nei giorni immediatamente precedenti alla partenza. Storie che non possono essere verificate e che si infrangono su numeri segnati nelle rubriche telefoniche e già svaniti: Eughenia e Memet, la loro interfaccia in Turchia, che intanto hanno cambiato nome e utenza, inghiottiti da una delle piazze di transito più trafficate del pianeta.

Un viaggio a caro prezzo

Alexandro Voievodin di anni ne ha 24 quando si lancia in acqua a una trentina di metri dalla spiaggia di Camini. È la fine di ottobre del 2020, il mare ha la faccia placida dell’autunno calabrese, l’alba è sorta da poco, l’acqua è gelata. Sul barchino, stipati sotto coperta, ci sono 76 migranti, assieme a lui, sul ponte, c’è un suo amico d’infanzia: insieme hanno governato il piccolo monoalbero. Anche il secondo scafista si butta in acqua. Finirà inghiottito dal mare. I sommozzatori dei vigili del fuoco arrivati da Reggio ritroveranno il suo corpo solo dopo due giorni di ricerche serrate. Insieme erano partiti dal loro villaggio in Kirghizistan, paese satellite dell’ex Unione Sovietica arroccato sulle montagne dello Tien Shan, in Asia Centrale. Si erano messi alla guida del monoalbero una settimana prima, dopo un breve periodo passato sulle colline alle spalle di Smirne, in Turchia.

A raccontare la loro storia è stato lo stesso Voievodin, durante l’interrogatorio per la convalida del suo arresto. Davanti al pm della Procura di Locri, il ragazzo, tra le lacrime, ha raccontato di quell’idea di sottrarsi alla vita che gli era capitata. Dell’infanzia trascorsa spalla a spalla con l’amico, della partenza dal suo lontano paese e dell’ultimo viaggio dopo il mini addestramento sulle spiagge al di là del Mediterraneo. Fino a quel tuffo che non ha lasciato scampo allo scafista venuto dalle montagne, ennesima vittima della tratta degli esseri umani tra la Turchia e la Calabria.

Su quella tratta le procure territoriali indagano a braccetto con le distrettuali antimafia. A leggere nomi e nazionalità delle persone coinvolte, vien da pensare alla presenza di organizzazioni criminali internazionali in grado di tessere reti che uniscono le steppe dell’Asia centrale alle coste della Calabria jonica, in una tavola sempre imbandita. A cui, questo è il sospetto, potrebbe avere trovato comodo posto anche la ‘ndrangheta.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi in anteprima sul tuo cellulare le nostre inchieste esclusive.