Legnochimica: il disastro resta, ma i soldi dove sono finiti?

Un crack annunciato ma ritardato per anni, società come scatole cinesi per liberarsi di passività ingombranti, fondi che prendono direzioni inattese;:cosa si nasconde dietro il fallimento dell'ex fabbrica di Rende al centro di un'inchiesta per gravi reati ambientali?

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È il capitolo più brutto, anche a livello “estetico” della vicenda di Legnochimica, l’ex azienda di Mondovì specializzata nella produzione di pannelli in Ledorex e, in tale ruolo, protagonista assoluta dello sviluppo industriale di Rende, dai primissimi anni ’70 all’inizio del millennio.
È un capitolo brutto perché fatto di cifre e termini burocratici e non ha l’impatto avvincente del disastro ambientale, l’altro aspetto fondamentale della storia di Legnochimica. Ma è pieno di risvolti interessanti e pesanti, tipici dei fallimenti dubbi.

Al riguardo, l’unico che sembra non avere perplessità è Giovanni Imberti, il curatore fallimentare di Legnochimica Spa, la scatola vuota di cui si sta occupando il Tribunale di Cuneo.
Scrive Imberti a pagina 123 della sua relazione: «Si ritiene che nel 2005/2006 la situazione fosse palese e già nel 2006 l’assemblea anziché deliberare sulla messa in liquidazione avrebbe dovuto autorizzare gli amministratori a presentare il ricorso per fallimento in proprio. Oltretutto già nel 2006 il patrimonio netto delle società era negativo».

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Il tribunale di Cuneo

Uno strano dissesto

Di che cifre parliamo? Legnochimica cessa le sue attività nel 2002. Nel frattempo, inizia una serie di attività economiche, in parte produttive e in parte finanziarie, sulle strutture dello stabilimento. Di quest’ultimo estano tuttora circa 40 chilometri quadri, in buona parte occupati dai tre laghi artificiali utilizzati per macerare il legno e, secondo i sospetti degli inquirenti, per “imboscare” i rifiuti più pericolosi della produzione.

La ricostruzione di Imberti descrive una situazione contabile “a fisarmonica”. Dal 2004 al 2005 l’attivo patrimoniale “dimagrisce di brutto” e passa da 27 a 6 milioni. Seguono altri due cali drastici degli attivi, che scendono a 1 milione e 400mila euro nel 2006 e a 1 e 200mila euro nel 2008, fino ad arrivare ai circa 125mila euro rilevati al momento del fallimento, nel 2016.

Più schizofrenico l’andamento del passivo patrimoniale, che parte con 16 milioni e rotti nel 2004, scende a circa 5 milioni nel 2005, scende ancora a 3 milioni e mezzo nel 2006 e si assesta a 3 milioni nel 2008. Nel 2016 il passivo risulta rimbalzato in alto: ammonta infatti a circa 5 milioni e 200mila euro.

La svendita

Cosa è successo? L’oscillazione delle cifre è dovuta alle prime liquidazioni dei beni aziendali: via la centrale a biomasse, ceduta al gruppo Falck, via consistenti porzioni di terreno, ricavate anche dall’interramento di cinque degli otto laghi artificiali, via parte delle attrezzature. Ed ecco che i ricavi vanno a compensare i debiti e le due voci, attivi e passivi, si contraggono. In più vengono meno i costi del lavoro, perché i dipendenti finiscono praticamente tutti in cassa integrazione o in prepensionamento. Paga Pantalone.

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La sede del Comune di Rende

Fin qui sembra una normale liquidazione, messa in campo dalla famiglia Battaglia, stirpe di industriali piemontesi e titolare della ex Legnochimica, per evitare il fallimento.
Poi nel 2008 il meccanismo si inceppa: il Comune di Rende non dà il via libera alla liquidazione degli ultimi 30 ettari e coinvolge il Commissario regionale all’Ambiente.
Le vicende finanziarie di Legnochimica s’intrecciano, a partire dallo stesso anno, con i problemi ecologici, culminati nell’inchiesta per disastro ambientale avviata dalla Procura di Cosenza a fine 2015, in cui è finito alla sbarra Pasquale Bilotta, l’ultimo liquidatore dell’azienda.

Scatole cinesi?

Due Tribunali per la stessa azienda. Nel profondo Sud, quello di Cosenza, davanti al quale si celebra, in maniera svogliata e con una certa lentezza, il processo a carico di Bilotta. A nord, quello di Cuneo, che tenta di sbrogliare le acque di un procedimento torbido per tutelare gli interessi dei fornitori e dei creditori, tra cui spiccano le casse previdenziali (Inail in testa).

La domanda, a questo punto, è banale: cosa è successo dal 2008 al 2016? Il disastro ambientale è solo l’aspetto più evidente e “pop” di tutta la faccenda.
Una tabella a pagina 72 della relazione di Imberti aiuta tantissimo a chiarire il giro finanziario che ha inghiottito i quattrini di Legnochimica.
L’aspetto saliente della tabella riguarda la cessione del core business dell’azienda: la produzione dei pannelli in fibra e del tannino. La prima viene ceduta nel 2002 a Ledorex Sud srl per 300mila euro. Quest’ultima la cede a Ledorex srl l’anno successivo per 10mila euro.

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L’ingresso del tribunale di Cosenza

Poi nel 2008 Ledorex srl cambia nome, diventa S.T.S. ed è inghiottita da un’altra società Ledoga srl. Ledoga è una società piuttosto interessante: è stata costituita nel 2003 come scissione del ramo d’azienda per la produzione del tannino con un patrimonio netto di 10 milioni. In pratica, si porta via una parte di utile di Legnochimica a cui lascia solo i passivi.
E c’è di più: il socio di maggioranza di Ledoga è un’altra società, Silvateam srl, che la controlla all’87%. In pratica è la padrona di casa.

I protagonisti

Chi c’è dietro Ledoga? La visura camerale della società parla chiaro: l’amministratore delegato è l’ingegner Andrea Battaglia e nel cda siede un altro Battaglia, Alessandro, cugino di Andrea e anche lui ingegnere.

Ma dalla relazione emergono altri nomi, che fanno capire come le vicende della famiglia Battaglia si confondano con quelle della holding Silvateam, guidata da Silvateam spa e di cui Silvateam srl sembra un braccio operativo “specializzato” nelle faccende rendesi. Il nome che dà più nell’occhio è Ivo Parisella, dipendente di Silvateam, che informava i Battaglia della situazione di Legnochimica.

A questo punto spunta un altro Battaglia, Antonio, parente degli altri due Battaglia che comandano il cda di Ledoga. Antonio Battaglia, finito in manette assieme a Parisella nel 2010 per un’inchiesta della Procura di Cuneo legata a vicende rendesi, è il presidente di Silvateam.

Tre società per una famiglia

A questo punto non ci vuol molto per capire come Ledoga, Legnochimica e Silvateam siano praticamente lo stesso soggetto, che presenta tre facce diverse.
Legnochimica, in liquidazione dal 2006, è la faccia povera, il buco nero che inghiotte quattrini a tutta forza. Non produce più nulla dal 2008 e passa da un liquidatore all’altro. Il primo è Palmiro Pellicori, morto nel 2012 di leucemia dopo essere finito sotto inchiesta per disastro ambientale, il secondo è Pasquale Bilotta, le cui vicende processuali sono più che note.

Silvateam è la plancia di comando: controlla Ledoga e, di fatto, gestisce Legnochimica.
Ledoga, come si è già capito, è un intermediario.
Come ha ricostruito Imberti, questa società ha tenuto in vita Legnochimica, ritardandone il fallimento con un meccanismo piuttosto semplice, sebbene ingegnoso.
Eccolo: nel 2008 Ledoga aveva versato 197mila euro e rotti a Legnochimica, senza titoli giustificativi. Poi, a fine dicembre di quell’anno, la società dei cugini Battaglia firma un compromesso per la cessione degli ultimi terreni di Legnochimica.

Detto altrimenti, ogni somma versata a Legnochimica sarebbe servita per acquistarne i terreni. Con questa formula, è passato attraverso i conti quasi a secco dell’ex azienda in liquidazione più di un milione di euro.
Che lo scopo di questa manovra non fosse l’acquisto dei terreni emerge da un altro dato: Ledoga non ha mai attivato l’opzione di acquisto dei terreni. Soldi buttati?

Iniezioni di sangue

I soldi versati da Ledoga servivano a pagare fatture, specie dei professionisti che avevano rappresentato la società (gli avvocati Pasquale e Salvatore Perugini, ex sindaco di Cosenza e i commercialisti Bilotta, il menzionato Pasquale e suo padre Giuseppe), di alcuni fornitori e di altri creditori. Comunque, crediti “privilegiati” che, se non onorati, avrebbero potuto far saltare il banco.

Il metodo con cui venivano versati i soldi risulta piuttosto rudimentale: Parisella informava i Battaglia della situazione patrimoniale di Legnochimica e questi provvedevano a pagare con quattrini della Silvateam attraverso l’interfaccia di Ledoga.
Nel frattempo, tutto il resto del patrimonio è sparito, inghiottito nelle liquidazioni e nelle fusioni. E Pasquale Bilotta, in tutto questo? Non era nemmeno informato. Tutte le comunicazioni avvenivano via mail e in nessuna di queste Bilotta era menzionato.

Per finire?

Nella parte finale della sua relazione, Imberti ipotizza alcuni illeciti non proprio leggerissimi: distrazione dei fondi e danno ai creditori.
Queste ipotesi possono solleticare la curiosità delle Procure piemontesi, di cui finora non si ha notizia. A voler tirare le somme, si può dire una cosa: finché è stato possibile, i Battaglia hanno scansato un fallimento che doveva essere dichiarato nel 2006.

Nel frattempo, è esploso il disastro ambientale, col suo strascico di danni e morti sospetti. È lecita, a questo punto, una domanda vera: lo stato maggiore di Legnochimica sapeva o no che tipo di inquinamento produceva l’azienda? Sapeva o no che l’area doveva essere bonificata per davvero prima di liquidare terreni e strutture?
E ancora: gli eventuali inquirenti di Cuneo, se accertassero il “fallimento truffa”, riuscirebbero a scavare anche nei veleni del sottosuolo di Rende?

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