Cibo, riti e affari: le “mangiate” delle ‘ndrine

I menu alla tavola dei clan ricordano quelli tipici di Pasqua e Pasquetta. Ma quelle scorpacciate sono spesso occasioni per sigillare alleanze e affiliazioni. E nei piatti arrivano anche pietanze proibite, ma dal forte valore simbolico

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C’è un menu degli uomini di ‘ndrangheta? Sì, ed è tutto sommato assai simile a quello sulle tavole calabresi nei giorni di Pasqua e Pasquetta. Le ‘ndrine, del resto, hanno sempre pescato a piene mani nella tradizione. Il cibo e le riunioni conviviali hanno sempre avuto un ruolo importante nelle dinamiche di ‘ndrangheta. Sono le cosiddette “mangiate”.

Accordi ed equilibri a tavola

Le più o meno affollate tavolate sono sempre state le occasioni dove le cosche di ‘ndrangheta hanno spesso stabilito accordi, creato alleanze, imbastito affari. Le cosiddette “mangiate” sono delle vere e proprie riunioni di ‘ndrangheta. Dei summit mafiosi, seri nei contenuti, ma intervallati da un bicchiere di vino rosso locale. E da succulenta carne di maiale, di capra, di agnello.

Vale tanto sul territorio calabrese, quanto fuori dalla regione. Le ‘ndrine, infatti, ripropongono le medesime dinamiche. Che ci si trovi a Polsi, prima o dopo la processione della Madonna della Montagna. Oppure in Canada, dove da sempre è egemone il gruppo di Siderno. Oppure nell’Europa centrale – Svizzera, Olanda, Germania – dove i clan della Piana di Gioia Tauro e del Catanzarese sono egemoni. Ma anche in Australia, dove la ‘ndrangheta è capace di eleggere sindaci.

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La processione in onore della Madonna della Montagna di fronte al Santuario di Polsi

Dai traffici di droga ai candidati da sostenere, oppure le vicende da chiarire. Nell’inchiesta “Nuova Narcos Europa”, sui traffici del potente casato dei Molè di Gioia Tauro, convivono i metodi moderni delle nuove leve del clan, con l’arcaicità delle “mangiate” per dirimere questioni. Le “mangiate” possono essere risolutive. Oppure stabilire la fine di qualcosa o qualcuno. Anche nel maxiprocesso “Rinascita-Scott” c’è traccia delle “mangiate” organizzate dai membri della famiglia Lo Bianco, egemone nel Vibonese.

Capretto e agnello al “battesimo”

C’erano capretto e agnello sulla tavola quando Antonino Belnome entrò nella ‘ndrangheta. È lo stesso Belnome a raccontarlo, una volta divenuto collaboratore di giustizia. Per anni è stato uomo forte dei clan in Lombardia. Capretto e agnello arrostiti, mentre si fa entrare un nuovo uomo nell’organizzazione. Tradizione e futuro convivono perfettamente, come sempre, nella ‘ndrangheta.

«Giura di rinnegare padre sorelle e fratelli fino alla settima generazione e di dividere centesimo per centesimo, millesimo per millesimo con i tuoi nuovi compagni e senza macchia d’onore o peggio di infamità a carico tuo e a discarico della società”. A quel punto dovevo dire “lo giuro” e tutti quanti dissero “lo giuriamo anche noi”» è scritto nel suo memoriale. E poi il taglio sulla mano e il sangue rosso che fuoriesce. Rosso come il vino con cui poi si accompagnano capretto e agnello.

Bruciare santini e immagini sacre fa parte dei rituali di affiliazione alla ‘ndrangheta

Il valore delle “mangiate” nella ‘ndrangheta

Uomo della ‘ndrangheta lombarda, Belnome: «Non si poteva mangiare finché non si diceva ‘buon appetito’» spiega. Ed è proprio da una delle inchieste più note sulla ‘ndrangheta al Nord, che arriva una delle definizioni più lucide del valore delle “mangiate” in seno alla ‘ndrangheta. L’operazione “Fiori della notte di San Vito” scatta nel giugno del 1994: l’inchiesta della Dda di Milano porta all’iscrizione di quasi 400 persone. Tutte accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di armi, omicidio, spaccio e traffico di stupefacenti, rapine, estorsione, usura, minacce, favoreggiamento.

Ricostruisce le dinamiche e gli affari delle cosche nelle province di Milano, Como, Lecco, Varese, Pavia e Brescia per circa un ventennio, dal 1976 al 1994. E proprio in quell’inchiesta, si legge: «Gli incontri denominati “mangiate” assumono particolare interesse investigativo, poiché permettono di documentare importanti momenti di crescita dei singoli affiliati (concessioni di doti) piuttosto che ricostruire gli equilibri interni delle strutture indagate». Anche negli incontri conviviali documentati ormai circa 30 anni fa, il piatto preferito era la carne di capra.

In Calabria e ovunque

Le indagini degli ultimi anni raccontano come sia ancora viva questa ritualità in Calabria e in Lombardia, ma non solo. Un’inchiesta sulle cosche di Giffone, infatti, ricostruisce una “mangiata” a base di carne di capra anche in Svizzera, a Zurigo. Siamo nel maggio 2020.

E anche una delle ultime inchieste sulla ‘ndrangheta nel Lazio, quella che ha sconvolto i territori di Anzio e Nettuno, c’è traccia di questo tipo di ritualità. Un’indagine che ha fatto emergere le figure di Bruno Gallace, Nicola Perronace, Giacomo Madafferi che fanno riferimento alle ‘ndrine di Santa Caterina d’Aspromonte e di Guardavalle.

Anzio vista dall’alto

Proprio Belnome parla delle “mangiate di ‘ndrangheta” in quei territori: «Si mangiano alcuni determinati prodotti tradizionali del tipo capretto, e poi ci sono delle… tutte dei rituali, delle funzioni, delle regole, delle circostanze dove in quella mangiata poi scaturisce sempre in una riunione di ‘ndrangheta […] E ci sono rigide dove c’è il capo tavola che libera la tavola”.

Il cibo delle ‘ndrine

Pranzi (soprattutto) e cene dove il menu tipico è la carne di capra. Ma non solo. Anche l’agnello e il maiale. Le cosiddette “frittolate” nei tanti poderi di campagna a disposizione delle cosche. Lontani da occhi indiscreti. Almeno questa è l’intenzione.

Ma, negli ultimi mesi, sono sempre più ricorrenti i maxisequestri di ghiri. Uno degli ultimi, ingente: diversi ghiri vivi in gabbia e ben 235 surgelati in freezer in oltre 50 pacchetti. I ghiri sono considerati animali di specie protetta. E molto gettonati sulle tavolate di ‘ndrangheta. Sempre in ossequio alla tradizione, dato che se ne cibavano anche già i legionari romani.

I carabinieri di Reggio sequestrano centinaia di ghiri surgelati a Delianuova

Bolliti nel sugo o arrosto, la consumazione del ghiro sarebbe una celebrazione di potere. Preparare e consumare i piatti a base dei roditori, nell’immaginario ‘ndranghetista, significherebbe legarsi a un patto indissolubile. Dalle intercettazioni captate dagli inquirenti, infatti, diversi pasti in cui doveva essere rinsaldata la pace tra famiglie e sodalizi sarebbero stati a base di ghiri.

Una caccia diffusa in tutta la Calabria: in provincia di Cosenza, sul versante ionico (Rossano), ma anche sull’Altipiano della Sila (San Giovanni in Fiore) e sulla fascia tirrenica (Orsomarso). In provincia di Crotone nella zona di Castelsilano (Sila Piccola). Ma è nelle Serre, dove si incrociano le province di Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria, che si trova la tradizione più radicata, nel territorio di Guardavalle, Santa Cristina dello Ionio, Nardodipace, Serra San Bruno, Stilo e Bivongi.
E, in caso di dono, d’obbligo donare il roditore ancora provvisto di coda. Solo dalla coda, infatti, è possibile riconoscere che si tratta di un ghiro e non di un topo.

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