Donne e ‘ndrine: ribelli, vittime… ma anche boss

Nella storia della 'ndrangheta sono diverse quelle che per dare un futuro senza catene a sé e i propri figli hanno scelto di ribellarsi ai clan, pagando quel no con la propria vita. Ma non mancano coloro che si sono ritagliate ruoli apicali nel mondo del crimine

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Capimafia, a volte anche più spietate e sanguinarie degli uomini. Vestali di tradizioni da tramandare, di una famiglia preservare, di un “buon nome” da conservare. Ma, assai più spesso, schegge impazzite, capaci di sciogliere quel cappio che il familismo amorale della ‘ndrangheta mette al collo degli affiliati. Per dare un futuro migliore a se stesse e ai propri figli. Sono le donne della ‘ndrangheta.

Il ruolo delle donne

Forse più che di “ruolo”, si dovrebbe parlare quasi di “funzione”. Le donne possono preservare o minare l’unitarietà del nucleo familiare. Il che, in un sistema come quello ‘ndranghetista, è qualcosa di fondamentale. Hanno il compito di garantire la discendenza, di crescere i figli che saranno i futuri capi e, a volte, aizzano anche alle guerre contro i clan rivali. «Significa essere l’elemento che consente la prosecuzione del governo mafioso perché genera i figli maschi, perché insegna loro l’odio e come e perché va compiuta la vendetta quando si subisce un torto» scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso ne La malapianta.

Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri
Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri

Non c’è codice che tenga: «La ‘ndrangheta non ha mai guardato in faccia nessuno. Ma quando qualcuno ammazza una donna, non può pensare di sfuggire alla vendetta. Deve aspettarsi una reazione forte e rabbiosa», aggiungono nel loro libro.

Le alleanze

Una scelta consapevole e strategica delle ‘ndrangheta di allargare le proprie forze utilizzando le donne della propria famiglia, che vanno in matrimonio a uomini di un’altra ‘ndrina che così verrà cooptata entro l’orbita familiare del capobastone. Questo tipo di matrimoni aveva la forza di dare vita a un complesso mosaico di parentele caratterizzato da un intricato intreccio familiare, che è visibile un po’ dappertutto, ma che appare più evidente nei medi e nei piccoli comuni.

Una struttura, quella delle famiglie di ‘ndrangheta, che, però, non ha comunque intaccato l’importanza della ritualità, che, anche tra parenti, ha continuato, infatti, a rivestire un valore cruciale in seno all’organizzazione: «Non deve sorprendere l’uso dei riti formali tra parenti, perché le cerimonie mafiose, alle quali partecipano anche membri che non sono parenti stretti del capobastone, hanno un alto valore simbolico e di suggestione […] per riconoscersi, per affermare e riaffermare gerarchie e supremazie«, afferma Enzo Ciconte nel suo libro ‘Ndrangheta.  Si creano così le alleanze.

Le donne boss

Dice ancora Ciconte: «Le donne hanno un ruolo centrale in questa realtà familiare non solo perché con i loro matrimoni rafforzano la cosca d’origine, ma perché nella trasmissione culturale del patrimonio mafioso ai figli e nella cura complessiva della famiglia, compresa la gestione diretta degli affari quando il marito è impossibilitato perché arrestato o limitato perché latitante, hanno via via ricoperto ruoli rilevanti».

In un sistema patriarcale come quello delle cosche di ‘ndrangheta, peraltro, non mancano le donne che ricoprono ruoli apicali. Nelle inchieste portate avanti dalle varie Dda sono emerse, in diverse occasioni, donne che svolgevano il ruolo di cassiere o, addirittura, di vertice (magari temporaneo) del clan. «Il concetto delle donne, nella ‘ndrangheta, si intreccia, irrimediabilmente, con quello dell’onore e del potere che “è innanzitutto riposto nella inalienabilità dei beni che egli è riuscito a procurarsi o che gli derivano da fonti naturali. Al primo posto è la donna: moglie, figlia, sorella, madre, amante», come sostiene Sharo Gambino in La mafia in Calabria.

Il caso di Aurora Spanò

Un’inchiesta di alcuni anni fa fece emergere la figura predominante di una donna a capo della costola operante a San Ferdinando del potente casato dei Bellocco che, da sempre, divide con i Pesce il controllo su Rosarno. «Era lei che dirigeva e assumeva iniziative perché il gruppo si radicasse ancor di più nel territorio, assumendone un controllo capillare e costruendo con l’illegalità un impero, per usare le sue stesse parole» è scritto nelle motivazioni che hanno portato alla dura condanna nei confronti di Aurora Spanò per associazione mafiosa.

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Aurora Spanò

Una donna capace di terrorizzare chi si imbatteva sulla propria strada, di vessare con tassi usurai e richieste impossibili da essere soddisfatte. Proprio lei, sposata appunto con Giulio Bellocco, che, sebbene in secondo piano, “metteva il cappello” sull’operato della compagna: «La Spanò ne è pienamente consapevole: è l’apparentamento con i Bellocco, cui appartiene il compagno della sua vita, a fare di lei agli occhi della comunità non una “semplice” usuraia, ma la boss» è scritto ancora nelle carte giudiziarie.

Il sacrificio di Lea Garofalo

Se, da un canto, sono la conservazione, dall’altro, le donne di ‘ndrangheta sono anche la rivoluzione. Il caso più famoso ed emblematico, nella sua tragicità, è evidentemente quello di Lea Garofalo. Originaria di Petilia Policastro, nel Crotonese, verrà fatta scomparire e uccisa in Brianza. Pagherà la sua scelta di dare un futuro diverso per sé e per la figlia Denise. Sottoposta a protezione dal 2002, decise di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. Pagando forse a caro prezzo anche l’incapacità dello Stato di difenderla da un ambiente familiare che aveva dato più avvisaglie del proposito finale sulla donna.

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Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola

Perché se i figli sono spesso la molla che spinge le donne a distaccarsi dagli ambienti malavitosi, spesso i figli sono anche l’arma di ricatto che il contesto familiare utilizza per riportare all’interno dei ranghi chi aveva deciso di cambiare vita.

È il caso di Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola. La prima, figlia del boss Salvatore Pesce, coinvolta nell’operazione “All inside”, con cui i carabinieri decapitarono il potente casato di ‘ndrangheta. La Pesce firma diversi verbali d’interrogatorio e le sue dichiarazioni contribuiscono al sequestro di ingenti patrimoni nei confronti del clan di Rosarno. Ma poi si rifiuta di firmare il verbale finale che i collaboratori di giustizia devono sottoscrivere dopo 180 giorni.

Giuseppina Pesce

Inizierà una lunga e torbida vicenda in cui avranno un ruolo anche avvocati e stampa: l’obiettivo è quello di disinnescare la portata delle sue dichiarazioni, accusando anche i magistrati di averle estorte, e di riportare Giuseppina in seno alla famiglia. Le trame vengono però scoperte e Giuseppina riesce a salvarsi.

Una lieto fine di cui non potrà godere la cugina Maria Concetta Cacciola. Anche lei, questa volta in qualità di testimone di giustizia, tenta di salvare i propri figli e incastra i clan di Rosarno e della Piana di Gioia Tauro con le sue dichiarazioni. Usando il ricatto di sottrarle i piccoli, però, la famiglia riesce a riportarla nella casa rosarnese, da cui non uscirà più. Verrà trovata morta per ingestione di acido muriatico. E per le sue ritrattazioni, per la campagna di stampa colma di falsità e illazioni sul suo conto, saranno anche condannati definitivamente i due avvocati del clan.

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Maria Concetta Cacciola

Le altre donne ribelli

Spesso viste come l’anello debole della catena, le donne sono spesso quello più forte. Perché lo spezzano. E c’è chi riesce a spezzare le catene (talvolta, forse, anche materiali) che le legano alla ‘ndrangheta. Chi non fa in tempo. Chi viene risucchiata nel vortice. Le impedivano di uscire, la minacciavano di morte, le addossavano persino la responsabilità del suicidio del marito. La parola “prigioniera” suona quasi in maniera dolce rispetto alle violenze e ai soprusi subiti da Giuseppina Multari ad opera della famiglia Cacciola di Rosarno. Prima dal coniuge e poi, dopo il suicidio di questi, ancor più duri, ritenendola responsabile di quella morte.

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Tita Buccafusca

La giovane donna riuscirà a salvarsi dall’orrenda fine che spetterà, diversi anni dopo, a Maria Concetta Cacciola. O quella riservata a Tita Buccafusca, moglie di Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, boss dello storico casato di Limbadi, nel Vibonese. Decide di staccarsi da quel contesto di ‘ndrangheta, di collaborare con la giustizia. Ma, anche in questo caso, forse, la ‘ndrangheta è stata più veloce dello Stato, incapace di difendere una testimone di giustizia. Per fermare la volontà della donna si mobilita infatti l’intero casato: stessa fine, l’ingestione di acido muriatico. È la primavera del 2011, quando lo stesso marito, Pantaleone Mancuso, avvisa i carabinieri del ritrovamento della donna morta, con quelle stesse modalità.

La simbologia

Un rituale che si ripete. La morte per ingestione di acido muriatico è atroce per le modalità e le sofferenze che causa nelle vittime. Ma assume un significato inquietante che va oltre la morte stessa. Prima di morire, le vittime sono isolate, ricattate, delegittimate. Il cliché si è confermato tanto con Giuseppina Pesce, quanto con Maria Concetta Cacciola: farle passare per pazze, in modo tale da rendere inattendibili le loro dichiarazioni. Che invece erano dannosissime per la ‘ndrangheta: sia per i contenuti, sia per la portata simbolica.

E allora le donne vanno soppresse con modalità che vanno oltre l’uccisione stessa. Anche inscenando un suicidio. In alcuni casi, come nel caso di Maria Concetta Cacciola, c’è una sentenza (senza colpevoli) che certifica che la giovane sia stata uccisa. E l’acido muriatico che brucia la gola ha il significato di voler mettere a tacere, di voler punire la bocca di chi ha parlato troppo. 

Troppo ottimista, forse, l’affermazione formulata, diversi anni, fa, nel 1978, da Lucio Villari, rispondendo alle domande di Antonio Spinosa sul ruolo di rinascita che le donne potrebbero avere nella lotta alla ‘ndrangheta e ai suoi (falsi) valori: «Il nuovo ruolo della donna ha grande influenza nel provocare l’impoverimento del fenomeno mafioso. Il mafioso è un personaggio legato a schemi tradizionali della famiglia, ai miti maschilisti. Le donne calabresi si sono molto evolute, è anche attraverso loro che si scuotono tanti atteggiamenti mafiosi».

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