Crolla tutto quando costruisce la “Edil ‘Ndrangheta Spa”

Appalti pubblici bocconcino per le cosche. Che si arricchiscono anche utilizzando materiale scadente per la realizzazione delle opere, in Calabria e nel Nord Italia

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«Secondo lui dice non va bene. Perché noi al Morandi con questo materiale l’abbiamo fatto… e casca tutto». È solo uno dei tanti passaggi, parimenti inquietanti, che emergono dalle intercettazioni captate dagli inquirenti nell’ambito dell’operazione “Brooklyn”. Con questa indagine la Dda di Catanzaro non solo è convinta di aver dimostrato l’infiltrazione delle cosche nelle opere pubbliche del capoluogo. Ma anche l’impiego di materiale scadente, con il conseguente rischio per i cittadini.

Il ponte di… “Brooklyn”

Sei misure cautelari nell’operazione eseguita dalla Guardia di Finanza. Che sostiene come il gruppo imprenditoriale della famiglia Sgromo fosse un punto di riferimento della cosca Iannazzo di Lamezia Terme. Dalle conversazioni registrate emergerebbe l’impiego nelle lavorazioni di un tipo di malta di qualità scadente. E quindi più economica di quella inizialmente utilizzata: «A me serve nu carico 488 urgente, altrimenti devo vedere… devo mettere quella porcheria di******* qui sui muri eh…, che c’hanno stoccato per Catanzaro nu… nu bilico… però vorrei evitare ste simbrascugli…», afferma il direttore tecnico dei lavori. «Eh… fai… fai… fai… fai una figura di merda… perché quel prodotto non funziona», risponde il rappresentante della ditta fornitrice. Quei materiali, dicono testualmente gli indagati intercettati, «fanno cagare».

«Qua crolla tutto», aggiungono in un’altra intercettazione. Tra le opere costruite con questo materiale scadente c’è il viadotto Bisantis. Lo conoscono tutti come “Ponte Morandi”, dal nome del progettista: l’ingegnere Riccardo Morandi, padre anche del ponte di Genova che crollò il 14 agosto del 2018 provocando 43 vittime. Parliamo della principale strada di accesso a Catanzaro, un ponte ad arco costruito su una sola arcata in calcestruzzo. Per l’altezza, è il secondo ponte in Europa con quelle caratteristiche.

‘Ndrangheta e appalti

Lo spaccato inquietante emerso con l’inchiesta “Brooklyn” non è, purtroppo, un caso isolato. Sia in Calabria, sua terra di origine, che nel resto d’Italia, la ‘ndrangheta si è inserita o ha tentato di farlo nella gestione degli appalti e subappalti pubblici. Lo fa in vari modi. Dalla “classica” imposizione della tangente, sotto forma di mazzetta di denaro, all’aggiudicazione dei lavori tramite aziende apparentemente “pulite”. O, ancora, l’imposizione delle maestranze. Ma anche la fornitura di materiali. O quello che potremmo definire l’indotto: dai servizi mensa per gli operai alle lavanderie.

Gli appalti pubblici, da sempre, sono un bocconcino prelibato per le cosche. E l’infiltrazione mafiosa è una delle principali obiezioni che vengono poste contro la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina. Ma questo è solo un esempio. La ‘ndrangheta, da sempre, pasteggia grazie ai grandi appalti pubblici. Dagli eterni lavori sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, passando per la SS106. Per rimanere in Calabria. Ma le indagini hanno dimostrato le infiltrazioni in EXPO 2015 a Milano. E gli appetiti sulla TAV.

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Un incidente sulla SS 106 nei pressi di Corigliano-Rossano

Un po’ in tutti i casi, la costante è rappresentata dalla durata dei lavori. Più il cantiere rimane aperto, più le cosche possono arricchirsi. innanzitutto grazie l’ormai nota “tassa ambientale”, ossia l’estorsione da pagare per “non avere problemi” unanimemente indicata dai collaboratori di giustizia con il classico 3% sull’importo dei lavori. E poi per la ‘ndrangheta c’è la possibilità di poter lucrare il più possibile sull’appalto in sé. Anche tramite l’utilizzo di materiali scadenti. Che, ovviamente, fanno abbassare sensibilmente i costi di realizzazione. Per questo il caso del ponte Morandi a Catanzaro e dell’inchiesta “Brooklyn” è tutt’altro che isolato.

La Salerno-Reggio Calabria

Nel 2016 su mandato della Procura della Repubblica di Vibo Valentia vengono sequestrati otto chilometri della Salerno-Reggio Calabria. L’autostrada A3 (oggi A2-Autostrada del Mediterraneo) è stata interessata da eterni lavori di ammodernamento. Praticamente fin da subito dopo l’inaugurazione, avvenuta negli anni del boom economico.

Secondo le indagini il tratto che comprende i viadotti del torrente Mesima sarebbe stato costruito con materiale scadente e senza i necessari studi idraulici. Nel decreto di sequestro, emesso nell’aprile 2016, il percorso del torrente Mesima è considerato «pericolosamente incidente sulle pile in alveo». Nella relazione stilata per la Procura si chiedeva urgentemente di mettere in sicurezza quel tratto. Che, tuttavia, non è stato mai chiuso. Con la stessa Anas che fu nominata custode giudiziaria del sequestro e che, a più riprese, ha garantito uno scrupoloso controllo sull’arteria.

L’ingegner Fiordaliso

La questione lavori dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria è strettamente collegata alla posizione dell’ingegnere Giovanni Fiordaliso, al centro delle inchieste “Cumbertazione” e “Waterfront” perché considerato un professionista vicino alle cosche di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro. E, in particolare, alla famiglia Piromalli tramite il nucleo familiare dei Bagalà. Recentemente, tuttavia, il Tribunale della Libertà ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti.

Fiordaliso è coinvolto nella veste di ingegnere funzionario ANAS e direttore dei lavori e RUP nell’ambito di varie commesse pubbliche in materia, tra l’altro, di ammodernamento e adeguamento di tratti autostradali della Salerno/Reggio Calabria. Sarebbe stato, secondo gli inquirenti un «indefettibile tassello strumentale all’infiltrazione nel settore degli appalti pubblici di cartelli imprenditoriali connotati da contiguità mafiosa ed il cui contributo si traduceva in plurime e reiterate condotte corruttive, a fronte delle quali traeva ingenti profitti ed utilità di vario genere».

Interessato anche da un sequestro di beni, l’ingegnere non è solo alla famiglia ‘ndranghestista dei Bagalà, ma anche all’imprenditore Domenico Gallo. Quest’ultimo, uomo forte nel settore della bitumazione, secondo alcuni passaggi tecnici, avrebbe anche fornito materiale inferiore rispetto a quello previsto dall’appalto.

I lavori sulla SS106

Altrettanto infiniti i lavori che hanno interessato e interessano la SS106 jonica. Quella che, tristemente, è conosciuta come “strada della morte”. Anche in questo caso le dinamiche sono simili a quelli della Salerno-Reggio Calabria. Anche sulla strada che porta fino a Taranto le cosche hanno spartito territorialmente gli introiti da incassare sui lavori.

Il sospetto di lavori effettuati senza rispettare i requisiti minimi o con materiale scadente è forte. Un’inchiesta di qualche anno fa, denominata “Bellu lavuru”, partirà proprio dal crollo della galleria Sant’Antonino di Palizzi, avvenuto il 3 dicembre 2007. Secondo le indagini, l’opera sarebbe venuta giù perché realizzata in difformità alle prescrizioni dettate dalla Relazione Tecnica e Strutturale e dal Piano Operativo di Sicurezza del Progetto Esecutivo. Nonché a quanto disposto dal Capitolato Speciale di Appalto, quale allegato al contratto d’appalto. Difformità che avrebbero causato la perdita di stabilità del versante scavato ed il riversamento dello stesso sulle opere in fase di realizzazione. Interessate dalle indagini le cosche Morabito, Bruzzaniti-Palamara, Maisano, Rodà, Vadalà, Talia.

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Il boss Giuseppe Morabito

L’inchiesta coinvolgerà uomini della ‘ndrangheta, ma anche funzionari dell’Anas, sostenendo una elevata soglia di approssimazione nell’esecuzione dei lavori, la cui qualità si è rivelata inferiore a quanto prescritto negli atti progettuali che presiedevano e dovevano orientare la realizzazione della grande opera.  «È proprio un bellu lavuru», dicono i parenti di Giuseppe Morabito, meglio conosciuto come “il Tiradritto”.  All’anziano capomafia, recluso nel carcere di Parma in regime di 41 bis, annunciano l’appalto per i lavori di ammodernamento della Strada Statale 106 jonica ed in particolare la costruzione della variante al centro abitato del comune di Palizzi.

La ‘ndrangheta al Nord

Ma, come detto, tutto ciò non riguarda solo la Calabria. Qualche tempo fa, nel corso di un’intervista, il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha definito «buona» la salute di cui gode la ‘ndrangheta al Nord. Perché anche lì la criminalità organizzata tende a ricostruire le medesime dinamiche della “casa madre”. Non solo per quanto concerne rituali e gerarchie, ma anche quando si parla di affari e di modalità di fare affari.

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Il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri

«Nel mondo dell’edilizia le ‘ndrine sono sempre state molto presenti: offrendo manodopera a basso costo, garantendo lo smaltimento dei rifiuti, rifornendo cemento depotenziato. Gli imprenditori del Nord che si sono adeguati, oggi non possono dire di non sapere o di non aver capito. Spiego: se per anni i tuoi fornitori ti offrono un materiale a 100 e i nuovi arrivati te lo danno a 60, c’è qualcosa che non va. È evidente», ha aggiunto Gratteri.

L’amalgama

È stata la Dda di Genova, con un’inchiesta di qualche anno fa denominata “Amalgama”, a dimostrare come le dinamiche siano le medesime anche per i lavori al Nord. In quel caso, il focus investigativo si concentrò sul Terzo valico, la linea ferroviaria ad alta velocità che collegherà Milano e Genova. Un’opera da 6,2 miliardi. Un grande affare in cui il regista dell’operazione è il consorzio Cociv, ovvero i colossi delle costruzioni italiane: Salini Impregilo, Condotte e Civ. Una storia di flussi di denaro enormi e di corruzione, anche attraverso il reclutamento di escort. Con il solito, inquietante, dubbio sul materiale utilizzato: «Il cemento sembra colla», si dicono due degli indagati intercettati,

È un’inchiesta con nomi altisonanti. Tra le persone rinviate a giudizio, c’è Ercole Incalza, ex capo della Struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, indagato e poi prosciolto nell’inchiesta di Firenze sulle Grandi Opere. C’è Pietro Salini, amministratore delegato di Salini-Impregilo spa, detenente la partecipazione di maggioranza nel consorzio Cociv. Ma c’è anche Andrea Monorchio, ex Ragioniere generale dello Stato ed ex presidente di «Infrastrutture Spa», società a partecipazione pubblica costituita per il finanziamento delle Grandi Opere. Originario di Reggio Calabria, è coinvolto insieme al figlio imprenditore Giandomenico.

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Pietro Salini, amministratore delegato di Salini-Impregilo spa

Tutti avrebbero formato un “amalgama”, da qui il nome dell’inchiesta. Espressione presa a prestito dalle parole dell’imprenditore Domenico Gallo. Sì, ancora lui, l’imprenditore calabrese già coinvolto nell’inchiesta “Cumbertazione” e destinatario di un sequestro di beni. «Chi fa il lavoro, la stazione appaltante, i subappaltatori, deve crearsi l’amalgama, mo è tutt’uno… Perché se ognuno – dice Gallo intercettato – tira e un altro storce non si va avanti. Quando tu fai un lavoro diventi parte integrante di quell’azienda là e devi fare di tutto perché le cose vadano bene, giusto?». L’intercettazione è agli atti del processo. Processo che è a forte rischio prescrizione. I termini scadranno nel marzo 2022.

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