Cimitero SS 106, la strada della morte che fa gola ai clan

Anche quest'anno la statale jonica, ritenuta la più pericolosa d'Italia per l'alto numero di vittime di incidenti, ha preteso il suo tributo di vite umane. E sui lavori che dovrebbero renderla sicura aleggia l'ombra delle 'ndrine

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Negli ultimi 25 anni ha registrato oltre 9.500 incidenti, circa 25.000 feriti e oltre 700 vittime. Così la Strada Statale 106 Jonica si è guadagnata il tragico appellativo di “strada della morte”. Le ultime due vittime, a Riace, nell’ennesimo drammatico incidente: il brigadiere dei carabinieri, Silvestro Romeo, e sua moglie, Giusy Bruzzese.

Una strage infinita

Una lingua d’asfalto che si estende per 491 chilometri, da Reggio Calabria a Taranto. Di questi, ben 415 sono sul suolo calabrese. Percorre infatti tutta la costa jonica della Calabria, Basilicata e una parte della Puglia. La istituì il Fascismo nel 1928 con questo percorso: Reggio Calabria – Gerace – Punta di Stilo – Catanzaro Marina – Crotone – Innesto con la n. 108 presso Cariati – Innesto con la n. 19 presso Spezzano Albanese. Parliamo di una strada fondamentale, non solo per lo spostamento privato, ma anche per il trasporto merci. In aree importanti della Calabria, quali la Locride, lo Ionio Catanzarese, la Sibaritide e il Crotonese.

Il bilancio degli incidenti e, di conseguenza, di vittime e feriti, potrebbe essere ancor più drammatico. Ma, in Italia, solo dal 1996 esiste un sistema di rilevamento che censisce i sinistri e la mortalità sulle strade del nostro Paese. Già da anni, secondo gli studi congiunti di ACI e Istat, è considerata la strada più pericolosa d’Italia.

106-incidenteA tenere una tragica conta delle vittime e a chiedere giustizia e interventi strutturali è, da anni, l’associazione Basta vittime sulla SS 106. Almeno un morto al mese tra il 2014 e il 2018. E ben 200 vittime in sette anni. Con la morte del brigadiere Romeo e della moglie, è salito a 15 il numero delle vittime nel 2021. Quindi, siamo già oltre l’inquietante media. Si è rivelato un dato fuorviante il calo degli incidenti (circa del 20%) nel 2020. Con le vittime scese a 11, mai così poche dal 1996. Ma era tutto dovuto, evidentemente, alle restrizioni emesse per contenere la pandemia da Coronavirus. E, quindi, alla ridotta mobilità. Con il ritorno alla “normalità”, la SS 106 ha ricominciato a uccidere come e più rispetto agli altri anni.

Le carenze strutturali della SS 106

«La a Statale 106 è una strada inadatta a gestire gli attuali volumi di traffico. Su una strada progettata – ad esempio – per gestire 1.000 automezzi l’anno su cui però, nella realtà, ne abbiamo 10.000 è molto probabile che accada un incidente stradale e, quindi, ci siano più vittime e feriti» spiega l’ingegnere Fabio Pugliese, che è presidente di Basta vittime sulla SS 106 e autore del libro “Chi è Stato?” sul tema .

Le inadeguatezze strutturali dell’arteria sono sotto gli occhi di tutti coloro che l’abbiano percorsa almeno una volta. Una sola carreggiata per senso di marcia per lunghi tratti. Ma anche l’assenza di spartitraffico che dividano le due direzioni e che “invoglia”, quindi, a sorpassi spericolati e spesso fatali. Taglia paesi, frazioni, in cui l’imprevisto, l’attraversamento pedonale e veicolare è sempre possibile e inaspettato. Un percorso a ostacoli in cui è facile trovare sulla propria strada un trattore, un cavallo, un ciclista. Persino persone a piedi.

A ridosso dei comuni, infatti, si è sviluppata una urbanizzazione abitativa e commerciale selvaggia. Edilizia sciatta e confusa. Spesso incompleta. A nascondere il mare. Dato che in mezzo corre anche quell’unico binario con treni del vecchio millennio. Zero regole che, purtroppo, poi portano a tanti, troppi morti.  Per non parlare, poi, delle condizioni idrogeologiche della carreggiata, che spesso si sbriciola al primo temporale un po’ più aggressivo.

Gli eterni lavori

La politica, però, continua a ignorare la drammatica situazione della SS106. Non c’è governo, indipendentemente dal colore politico, che non si sia impegnato per interventi strutturali. Che, tuttavia, sono rimasti solo annunci. Solo per fare due esempi: sotto la gestione del Governo Draghi, il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) non ha rilasciato nemmeno una delibera in cui vengano destinati fondi per la Statale Jonica. E degli oltre 200 miliardi del Recovery Fund, con il conseguente Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, non è stato destinato alla “strada della morte” in Calabria neanche un centesimo di euro. Eppure si continua a parlare di ponte sullo Stretto di Messina.

Intanto, la SS 106 continua a essere un cantiere continuo. Ma di interventi per piccoli tratti e a macchia di leopardo. Nessun progetto di ammodernamento strutturale. Stando a quanto comunicato dall’Anas, che è competente sull’arteria, l’intervento più cospicuo (sia sotto il profilo economico, che chilometrico) riguarda il tratto di strada tra Sibari e Roseto Capo Spulico. Oltre 1,3 miliardi di euro per lavori che dovrebbero terminare nel 2026. Dovrebbero. Il condizionale è d’obbligo perché per molti altri punti si è in ritardo siderale. Tra studi di fattibilità e appalti che non partono, tratti fondamentali da riammodernare restano fermi nelle inaccettabili condizioni attuali. Dal collegamento Catanzaro-Crotone alla variante di Palizzi, nella Locride, completata solo in parte.

L’immancabile ombra delle ‘ndrine

E su quegli eterni lavori, la ‘ndrangheta ha sempre dimostrato grande appetito. Del resto, più restano aperti i cantieri su una grande opera, più è possibile “mangiare”. Lo dimostrano i lavori che hanno interessato, per decenni, la Salerno-Reggio Calabria. Dove le cosche imponevano la tangente del 3%, sceglievano le maestranze e controllavano le ditte che operavano in subappalto.

Il meccanismo è simile anche sul versante jonico. Lo dimostrano le numerose indagini che hanno provato, negli anni, ad arginare le fameliche voglie dei clan. Che non solo lucrano sugli appalti, ma, spesso, costruiscono a basso costo. Aumentando i rischi strutturali. L’inchiesta “Bellu lavuru”, della Dda di Reggio Calabria, nacque proprio dal crollo della galleria Sant’Antonino nella variante di Palizzi. Due tronconi con decine di arrestati e processi infiniti per accertare non solo le infiltrazioni della ‘ndrangheta e, nello specifico delle famiglie Morabito-Bruzzaniti-Palamara, e Maisano, Rodà, Vadalà e Talia. Ma anche la complicità di funzionari pubblici e dipendenti di Condotte S.p.a..

Anni dopo – siamo nel 2012 – l’inchiesta “Affari di famiglia”, che sosteneva come le cosche Latella, Ficara e Iamonte si dividessero (con precisione scientifica al chilometro) la competenza sul tratto da Reggio Calabria a Melito Porto Salvo. Nel marzo del 2021, interviene anche la Procura di Catanzaro, retta da Nicola Gratteri. Con l’operazione “Coccodrillo” gli inquirenti sostengono l’esistenza di una joint venture tra le famiglie Mazzagatti di Gioia Tauro e Arena di Isola Capo Rizzuto per aggiudicarsi gli appalti delle grandi opere pubbliche. Tra questi, la costruzione di alcuni macrolotti della SS 106 Jonica, nei territori delle province di Catanzaro e Crotone.

Nel 2018, la deputata di Fratelli d’Italia, Wanda Ferro, presentò anche una interrogazione parlamentare per accendere l’attenzione sui tanti danneggiamenti e le tante intimidazioni legate ai lavori pubblici per la realizzazione della nuova Statale 106 tra Roseto Capo Spulico e Sibari. Nell’interrogazione indirizzata al Ministro della Giustizia, Ferro sottolineava che «episodi criminali recentemente consumatisi nella Sibaritide sono collegati all’imminente canterizzazione dei lavori di rifacimento del tratto della Statale 106: un progetto da 1.300 milioni di euro, sette anni di lavoro, oltre 1.500 posti per carpentieri, minatori, muratori, ruspisti e manovali».

Proprio quel megalotto che, ancora oggi, rappresenta il principale tra i cantieri sulla 106. Ancora lontano dalla chiusura. Come molti altri. E altri ancora che devono essere ancora aperti. E ai lati di quella carreggiata sbilenca e incompleta, tanti mazzi di fiori e piccole lapidi che ricordano i tanti incidenti sulla “strada della morte”.

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