Torturato in Pakistan, clandestino per Reggio: la Cassazione dice no

L'odissea di un muratore pakistano: gli uccidono il fratello, lui denuncia gli assassini ma quelli lo rapiscono e seviziano per farlo ritrattare. Scappa dal Paese, arriva in Calabria ma qui non gli riconoscono lo status di rifugiato. E così deve intervenire la Suprema corte per non farlo rispedire in patria

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Gli uccidono il fratello durante le Comunali in Pakistan nel 2015, lui denuncia tutto ma viene rapito, torturato e “convinto” a ritrattare. Ma la notte stessa scappa e arriva poi fino in Calabria, che però gli nega asilo politico. Ora la Cassazione ha accolto il suo ricorso prospettando un lieto fine per l’odissea di questo quarantenne di origini pakistane, almeno dal punto di vista della sicurezza personale.

Asilo politico

L’uomo, infatti, aveva visto respingere per ben due volte la richiesta di protezione internazionale tramite l’asilo politico. In Italia è garantita a chi è riconosciuto lo status di rifugiato, ossia a colui che per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale, si trova fuori dal paese di cui ha cittadinanza (o dimora abituale – nel caso di soggetti apolidi) e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di detto paese.

L’arrivo in Calabria

Il 40enne era arrivato in Calabria nel 2015 dopo mille peripezie e si era subito attivato per chiedere lo status di rifugiato cercando al contempo di integrarsi, studiando italiano e lavorando ogni qual volta ne ha avuto l’occasione. Le diffidenze delle istituzioni italiane in merito sono certamente dovute non tanto all’alto numero di richieste, quanto ai numerosi tentativi di aggirare le normali procedure “inventando” storie di sana pianta per cui, purtroppo, a volte “paga il giusto per il peccatore”.

Ma la Cassazione ha accolto il suo ricorso rinviando ad altra sezione d’Appello che ora dovrà seguire le indicazioni degli ermellini e concedere l’agognato e meritato status di rifugiato al 40enne, che è riuscito a provare la sua tragica storia, tanto assurda da sembrare quasi finta. E invece era tutto drammaticamente vero.

Due no da Reggio

La corte d’Appello di Reggio Calabria aveva confermato la sentenza con cui il Tribunale locale aveva già respinto le domande di protezione internazionale o umanitaria del pakistano. Quest’ultimo aveva dichiarato di essere perseguitato da appartenenti a un partito politico del suo Comune di residenza nella regione del Punjab in Pakistan. L’uomo, quale sostenitore del Partito popolare, era finito nel mirino di una banda criminale che appoggiava la fazione politica opposta alla sua, ossia quella in cui militava il fratello.

Ostaggio degli assassini del fratello

Nelle elezioni comunali del 2015 aveva collaborato infatti alla campagna elettorale del fratello, rimasto poi ucciso in un agguato da parte di un commando armato che fiancheggiava il partito contrario al suo. A seguito di questa barbara e feroce esecuzione, il 40enne muratore pakistano aveva debitamente denunciato i tragici avvenimenti alla polizia locale e ai giudici della sua regione (come da allegata copia della denuncia, munita di traduzione e consegnata ai giudici italiani). Per questo, dopo il funerale, lo avevano rapito, imprigionato per tre giorni, minacciato di morte – con tanto di fratture a una spalla – nel tentativo di convincerlo a ritirare la denuncia.

In fuga verso l’Italia

E lui aveva promesso di farlo solo per conseguire la liberazione, ma in realtà voleva denunciare anche questa seconda aggressione. I suoi familiari, però, gli avevano consigliato di non farlo, continuando le pressioni degli aguzzini affinché ritirasse la denuncia. E così il 40enne aveva deciso di fuggire.

La mattina dopo la liberazione si presenta alla polizia e ritira la denuncia. Ma la notte stessa, capendo che la sua permanenza in Pakistan sarebbe stata troppo rischiosa dopo gli avvenimenti, scappa e fa perdere le sue tracce anche ai familiari per tutelarli e “tranquillizzare” la banda che aveva ucciso il fratello su altre sue possibili denunce.

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Osama Bin Laden, ideatore degli attentati dell’11 settembre 2001

In Pakistan esistono forze di polizie e di giustizia che operano in zone dove le bande criminali a sfondo politico e religioso continuano ad avere il loro peso nella vita dei cittadini. Non dimentichiamo che Osama Bin Laden è stato catturato e ucciso proprio in Pakistan. Dopo mille traversie il 40enne era riuscito finalmente ad arrivare in Italia. Si sentiva finalmente al sicuro e voleva lasciarsi alle spalle questa brutta storia, convinto di aver messo al sicuro anche la sua famiglia grazie proprio alla fuga improvvisa.

Nel dubbio, meglio non rischiare

Non pensava forse di dover combattere altre battaglie, stavolta giudiziarie, per farsi riconoscere come rifugiato. Ma la Cassazione già da tempo sta fissando parametri molto rigidi ad entrambe le parti, richiedenti e tribunali. Ai primi non basta più dichiarare storie incredibili per accedere a questo tipo di benefici. I tribunali e le commissioni regionali, a loro volta, non possono respingere le richieste di asilo politico senza eseguire approfondimenti. E nel dubbio o nell’impossibilità di arrivare a fonti certe sui vari racconti il principio da seguire è sempre in direzione della tutela dei diritti e della salvaguardia della vita e della salute.

Il ribaltone degli ermellini

I giudici di primo e secondo grado non avevano creduto fino in fondo al racconto del pakistano e comunque ritenevano cessato il pericolo dopo il ritiro della denuncia. Di ben altro avviso la Suprema corte, che nella sentenza dei giorni scorsi ha accolto il ricorso dell’uomo sottolineando che «la motivazione della sentenza impugnata non può dirsi raggiungere quella soglia del minimo costituzionale sindacabile in sede di legittimità. Si impone quindi la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio del procedimento, per un nuovo esame, alla corte d’appello di Reggio Calabria in diversa composizione». Il 40enne può tirare il meritato sospiro di sollievo e attendere con fiducia lo status di rifugiato che gli spetta dopo la pronuncia chiara e precisa degli ermellini.

Vincenzo Brunelli

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